«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

Abbecedario


Pierre Auguste Renoir - Young Girl Reading
1886

Frammenti di pensiero al femminile

Nato come un gioco, un pretesto per liberare la fantasia, divenuto via via un percorso interiore, una confessione,
il racconto e la scoperta di un'anima in un momento di svolta.
Ogni lettera dell'alfabeto, depositata come un seme nel giardino della mente per far germogliare pensieri.
Una dopo l'altra, in rigoroso ordine alfabetico, venticinque composizioni, venticinque tappe di un
pellegrinaggio, del tutto libero, aperto, sincero e indifeso.
Le pubblico ora per voi, una dopo l'altra, a cadenza regolare,
e le raccolgo poi via via in una pagina dedicata,

così da averle sempre accessibili, tutte assieme,
come una collana di perle.







Abbecedario I

A

come l'Alba

che precoce ogni giorno giunge
a detergere il sogno
e squarciare i cieli
di nuove ostinate
inascoltate speranze.
Oppure, tardiva, mi coglie viva
lo sguardo fisso al desolato muro
trafiggendomi di dardi
di coscienza insonne
di sogni priva
e da ogni speranza avulsa.
Oppure:
A come Inizio
d'ogni viaggio e d'ogni
pellegrinaggio
lungo il sentiero
del proprio passaggio.

A Sonja, che mi ha sostenuto in questo viaggio
(Passy - 24 Dicembre 1012)



Abbecedario II

B

come il Bianco

come i bianchi capelli di mamma,
bianchi anzitempo, inaspettatamente,
come a promettere, a giurare
di fermare per sempre il tempo
per amor mio, contro ogni
logica certezza.

Oppure anche
Bianco come il lino
della mia vestina bianca
di cui io, anzitempo sola,
perduta nell'immenso mondo,
trattengo a stento
i lembi della gonna
che la brezza gentile
e il vento sgarbato
del tempo e del ricordo
sollevano con irridente
innocente
infantile malizia e grazia.

Passy, 26 Dicembre 2012



Abbecedario III

C

come il Canto.

Ovvero l'incanto della voce
della foresta nel tramonto estivo
quando mille e mille alate creature
cercano assieme un'unica armonia
per intonare tra loro il loro arpeggiare
e frinire e archeggiare e intessere
note di clarinetto e flauto e viola
all'unico largo sospiro del Creato
che - ogni stagione - ripete il miracolo
di rigenerar se stesso
nell'universale amplesso.

O anche il melodiare di mamma
a labbra chiuse, lieve, dolce, sensuale,
mentre veglia accanto al lettino
la tossetta stizzosa della sua bimba malata,
e, persa nei suoi pensieri, per un momento
non si avvede che ella la osserva
come il cerbiatto osserva la cerva:
lo sguardo vuoto, perduto in un infinito
senso di pace.

Oppure il dono del fringuello
che angustiato dalla sua gabbia
innalza all'universo intero
le note malinconicamente
inconcepibilmente vere
della sua disperata attesa
d'una mai vissuta libertà.
D'un mai provato
libero volo d'amore.

Il suo universo è soltanto quello
che egli scorge dall'angusto pertugio
della finestra chiusa: o blu. O grigio.
Nulla più.

(Dedicato a C. come Carolina O. Un'amica meravigliosa)
Milano, 10 Gennaio 2013



Abbecedario IV

D

come il Distacco

Ovvero quando
dalla vetrata sconfinata di Malpensa
vedo il muso dell'airbus che s'impenna
senza quasi suono alcuno,
come in un sogno triste venuto all'alba,
e il cilindro argentato va a varcare nubi
strappando nel contempo dal mio corpo vivo
la mia libbra di carne, e sangue - e di furore.

Invano sul sagrato di quel profano tempio
avevo pianto senza ritegno al suo fermo intento,
invano avevo sperato e disperato
che rinunciasse per me sola
alla sua vita tesa a inseguire il vento.

Oppure assai prima, quando
vidi nei suoi occhi vasti, liberi
la nostalgia sua selvaggia di puledra
di praterie, senza limiti e steccati,
e compresi che pur legata alla mia vita
ella era già da me fuggita
e mai più l'avrei domata,
l'anima mia impazzita.

Milano, 15 Gennaio 2013
(A Franci)



Abbecedario V

E

come Essere:

Come essere donna, nella mente,
come figurarsi d'essere in quell'essere
fragile incorruttibile e trasparente
di cristallo temprato dal tempo
in mille fiamme
e mille gettate
di ghiaccio ribollente.

Come essere corpo in divenire costante
fin dal dolente turgore
del primo sbocciar del seno nel magro petto,
fin dal pudore brutalmente infranto
dal primo rosseggiar di sangue
sul lenzuolo bianco.

Essere donna e donna sentirsi
nei bruni capelli che discendono le spalle
in onde di risacca marina,
come alghe profumate e salse,
negli occhi oscuri e incostanti
segnati da un enigmatico
eyeliner d'oriente promettente incanti.

E nelle labbra, socchiuse come petali vermigli,
e nelle mani sottili, nelle gocce di smalto
color del cuore sopra uno scrigno di perle,
e nella forma euclidea del seno,
dei capezzoli morbidamente eretti,
accarezzati, teneramente, intimamente
dal rabescato nero di pizzo e di seta.

Essere donna, esser sé stessa,
essere bella, soltanto per essere tale,
come quella rosa, appena sbocciata,
ornata di perle d'argentea rugiada,
che ferì a sangue l'incauta mano
che senza grazia tentò di strapparla
al suo giardino di Primavera.

(Dedicata a E. come Eleonora)

Milano, 18 Gennaio 2013



Abbecedario VII

F

come la Fiamma

La fiamma che brucia
nel mio petto,
e in cima alla collina,
ardendo nell'ardente
sera d'Agosto aggiungendo
calore al calore
febbre alla febbre,
bruciore al bruciore,
scagliando al cielo danzanti faville
che presto si faranno immutabili stelle
nell'imbrunire immanente.

La colonna brunita di fumo
già non si vede più,
già si confonde
con ciò che è immenso.
Qualche sperduta falena,
come me più intrepida che incauta,
più sfrontata che audace,
più stanca di sé
che eroica, o incosciente,
nella fiamma è attratta
e in un istante
sfavilla tra le faville e risale
senza più peso né corpo
ma solo ricordo
a farsi stella
tra tutte le altre
superbe vanitose stelle.

Arona, Agosto 2012
Milano, 20 Gennaio 2013



Abbecedario VII

G

come la Grazia

La ragazza che risale
il boulevard nel vento autunnale
che turbina foglie gialle
commiste confuse alle polveri
e agli stracci
di questo declino del giorno
ed epocale.

Ha l'andatura
tra il fiero e lo spiccio
e l'eleganza così naturale
di chi si chiama Amélie
o Isabelle, non importa:
un abitino nero, corto, accollato,
le calze ambrate a velare
le gambe sottili, lievemente agitate,
le decolletée vellutate, portate
con quella femminea destrezza…

L'attende, parrebbe ogni giorno,
al varco del Metro sette Opéra,
la clochard senza nome né età
che qui vi risiede, da mill'anni,
immersa nei suoi averi
di tersa sbrindellata dignità,
con la fronte alta canuta
di chi non si rassegna
a rassegnare la vita.

La ragazza, forse ogni giorno,
interrompe un istante
la sua urbana fretta,
e, senza esibire pietà,
discretamente, con la leggerezza istintiva
dell'ape che si posa sul fiore,
le lascia cadere nella lattina di Cola
tutto ciò che trova nella sua pochette
di Chanel dal bordino argentato.

La donna la guarda e sorride
dagli occhi chiari di un tempo,
senza ombra d'invidia,
di astio o di umiliazione.
E nemmeno rimpianto. Soltanto
di schietta, comune umanità.
La ragazza le sorride breve
riavviandosi alla sua propria vita.
E forse per un momento
in segreto piange.

Pensando all'amarezza
della vita e del mondo
e di un destino
che per quel momento
era dipeso dalla sua mano soltanto.
La Grazia è  credo questo gesto di scambio
tra vite che per un istante
incrociano e comunicano una all'altra
il senso ultimo della vita, e della dignità.

Parigi, Marzo 2012
Milano, 26 Gennaio 2013



Abbecedario VIII

H

come H Muta

Come il verbo muto
senza suono, soltanto forma
d'un pensiero a forma di cancellata:
HHHHHHHHHHHHHH
che ne sbarra il senso.
La sutura chiusa con il filo
d'un pensiero tagliente
come una ferita:
ciò che non potrò mai dire
né pronunciare a voce piana,
pena lo smarrimento
della mia stessa mente.
Senza suono alcuno
come ciò che griderò afona
al mondo e all'uomo e all'epoca

e alle stelle
senza poter esser compresa
né ascoltata,
né mai la vita mia

compiuta.
Come il silenzio
che mi travolge
nel mezzo della folla
dove mille grida, mille lemmi
si scontrano deflagrando
uno nell'altro
elidendosi

e annichilendosi a vicenda
sfuggendo dalla integrità della materia,
eludendo i sensi di chi guarda e ascolta,
come nel cuore catastrofale
di un ciclotrone di protoni di parole.
Per mutarsi infine
in pura energia concettuale...

Milano, 31 Gennaio 2013
(data di revisione)
Milano, 1 Febbraio 2013



Abbecedario IX

H

come H Sonora

Come

l'Himalaya,
il luogo puro,
il luogo intatto,
il luogo sconfinato,
il luogo senza luogo,
il luogo senza tempo, o suono,
fuorché la voce dell'Aliseo selvaggio,
il solo luogo dove lo sguardo umano
può sostenere direttamente
per pochi istanti, senza fine,
lo sterminato sguardo del Divino
prima di chinare il capo
di schianto, sopraffatto.

Il luogo che il Poeta
ogni istante della sua esistenza
instancabilmente tenta a nude mani
di risalire, ostinatamente, senza fiato, spesso invano,
piantando a martellate dentro roccia e ghiaccio
i chiodi e i moschettoni delle sue sillabe
d'acciaio e di dolore e di preghiera.
Anela di potere anch'egli, di lassù,
per un solo istante, per il tempo

d'un respiro, per un battito d'ala,
fissare diritto in viso il Dio Umano
e interrogarlo, a pena della vita,

per puro anelito di conoscenza,
sopra la vera verità della vita
e il suo riposto, segreto
ineffabile inganno,
ed estremo
cimento.

Milano, 31 Gennaio 2013
(data di revisione)
Milano, 1 Febbraio 2013



Abbecedario X

I

come l'Illusione

Vanessa nacque
nel cuore del canneto
che costeggia il lago
dalla parte in cui il sole
sorge all'alba da dietro
le cime di calcare
che sovrastano la vallata.

La magia della stagione
si compì per lei al primo raggio
che colpì lo scrigno d'ambra
che la racchiudeva,
e lo squarciò d'un tratto
come il fendente
di una spada affilata
affondata fino all'elsa.

Stette a lungo aggrappata
sulla cima di quello stelo,
nuda, esposta ad ogni morte
in attesa che si tendessero nell'aria
mirabili come visioni
le immense lussureggianti ali sue
aranciate nere e bianche.

Nell'attesa, contemplava
dagli occhi sfaccettati come diamanti
l'azzurro del cielo e le nubi pellegrine
che parevano chiamarla
come si chiama una compagna
che ritarda di partire
per il lungo viaggio verso Oriente.

Presto ebbe coscienza, Vanessa,
che quel manto
da regina alata
era ciò che solo poteva elevarla
a raggiungere le sue
più inesprimibili
irraggiungibili visioni.

...

Silenziosa, solitaria
a lungo lottò contro il vento
cercando con ogni forza
di raggiungere le pallide compagne
che le sorridevano di lassù
nell'Eden irraggiungibile: distante
come il miraggio di un mattino.

Finché esausta,
planando verso il basso
per riprender fiato,
scoprì un'altro cielo,
d'un azzurro fin più puro, iridescente,
incastonato come uno zaffiro di rocca
tra le rocce color corallo.

E in quel cielo vide risalirle incontro
una creatura così amabile
quale mai aveva veduta prima.
Così seppe, senza dubbio alcuno,
per la prima volta nella sua breve vita,
d'essere innamorata perdutamente
della beltà splendente
d'una alata creatura
a lei sorella.

Il suo volo fu elegante allora,
rosseggiante,
inebriante come un valzerare all'infinito,
che la compagna ripeteva speculare
con fedele tenerissima attenta cura.
Quando quel lungo volo fu compiuto
e quel cielo luccicante
fu vicino, alla distanza
d'un solo fiato, d'un respiro,

all'improvviso
dall'azzurro fattosi pervinca
emerse un guizzo rapido
di squame diafane verderame,
seguito da uno schianto
e un tonfo breve
come d'un sasso che cade

dentro il lago inerte.

. . .

Fu così che Vanessa ebbe appena il tempo
di comprendere che nel preciso istante
in cui svaniva la sua vita,
il suo amore si polverizzava
in un fiore di luccicanti perle d'acqua:
l'illusione cui per un momento
lungo quanto la sua vita intera
ella così tenne fede - ciecamente.

E comprese anche
che l'illusione è fede.

Poi fu il niente.

Milano, 12 Luglio 2012



Abbecedario XI

L

come la Luce

Siderale è ciò che sale
dal profondo del tuo occhio bruno
irrompendo nella Materia Oscura
come il fiammante deflagrare
della supernova di Cassiopea.
Ogni oggetto è travolto
dal dardeggiare del tuo sguardo intenso,
ogni pensiero è reso vero
dalla luminanza del tuo intelletto quieto,
ogni sentiero è rischiarato
dalle lanterne della tua coscienza,
ogni ombra della ragione
è squarciata dai bengala
delle tue figure di passione
e di speranza.

Ogni notte la mia follia, senza luna,
è dispersa dall'aurora del tuo amore,
e ogni abisso di dolore
è irrorato dalle fiamme sfavillanti
delle torce delle tue visioni.
Ogni insignificante frangia del Creato
è misurata dal tuo raggio esatto,
perfetto, retto, infallibile, coerente,
ogni paesaggio, ogni volto, ogni figura,
ogni tratto, ogni sottile piega d'emozione,
ogni tono di colore, ogni sfumato,
ogni vibrato, ogni trillo, ogni squillo,
ogni riso, e ogni grido, ogni voce
e ogni canto e coro e canone e preghiera,
e lamento, e pianto, e ragione, e sguardo,
e ogni elementare incontro
tra spezzata, retta e curva:

ogni sospiro della vita è distillato,
nella tua mente fervida e febbrile,
dal pigro evaporare sopra ogni forma
dell'essenza rivelatrice tua, Luce,
e della tua meditante e schiva sorella:
...l'Ombra.

Milano, 13 Luglio 2012
(Dedicato a Cecilia e Paola)



Abbecedario XII

M

come Malinconia.

Rimpiango, le mie malinconie.
Ora che la lama rugginosa e scheggiata
dell'Angoscia squarcia
il sipario del mio destino,
quel sospiro aggrappata allo steccato
sulla riva più riposta del mio lago, velato
dalle prime brume della sera,
quel solitario dialogare, da sola,
con la mia mente sola,
mi pare come un sogno
d'un lontano, irraggiungibile passato...

Appoggiavo, a quel tempo,
i gomiti al legno nudo,
le palme aperte sotto il mento,
e respiravo a fondo il sentore
lievemente amaro dell'argilla
e dell'acqua immota di quell'ansa,
incrociavo il piede destro dietro l'altro
appoggiandone il dorso alla caviglia,
e osservavo,
senza badare allo scorrere del tempo,
scorrere una barca in mezzo all'acqua,
pigramente, spinta a vogate lente
da un pensoso barcaiolo, controsole,
come fuso in un bronzo antico.

Mi chiedevo che passasse nella mente
di quel uomo, solitario come me,
nel mezzo del suo consueto intento.
Come me, lontano dalla riva,
lontano da ogni umano affetto.
Mi chiedevo se, nel fondo,
il suo sentire in quel istante
fosse poi così distante da quello mio,
di me, donna, estranea a lui, remota,
come potrei esserlo da un vecchio,
da un muro antico.

Eppure mai così vicina,
in quel momento,
più d'ogni altra persona al mondo.
Era il senso della fine?
Oppure il semplice cullare
delle brevi onde?
Oppure la vaga dolcezza del lasciare
che la vita scorresse sotto di noi
increspata appena,
come l'acqua scorreva allora
mite e silenziosa
sotto la chiglia levigata
della piccola carena?

. . .

Una breve, infinita, scia lucente
tracciata con sontuosa indifferenza
dal sole calante sulla valle
sommersa dalle acque.
La serenità del cielo terso.
Il candore della Rocca
e il silenzio dei villaggi
che si rimiravano negli specchi
delle rive che chiudevano
la mia vista a Oriente...
E una invincibile, sconfinata,
inafferrabile, incoercibile
Malinconia.

Di fronte a Angera, 14 Luglio 2012



Abbecedario XIII

N
come Ninfe

Eccole:

saltellanti, squillanti, zampillanti
come innocenti creature
senz'altro pensiero al mondo
ch'essere sè stesse;
eccole scaturire dalle rocce
delle sorgenti di cui son figlie
le Naiadi  lampeggianti
dagli occhi neri e accesi
come faville nella brace.
E scendere precipitando
frangendosi e ricomponendosi
in mille rivi e torrenti
dalle vette incontaminate
delle loro superbe regge.

Ed ecco ora, turbinando dentro il vento
un baluginìo di petali danzanti
e foglie color oro o brune,
strappate al cuore della foresta
di cui sono le incorruttibili custodi:
ecco le Daiadi dai verdi sguardi
di smeraldo incastonato dentro l'oro
dalle loro chiome
agitate come fiamme accese
dal loro intimo ardore.
I corpi, i fianchi, i seni
forti e compatti come i tronchi
delle querce che le hanno generate
invadono prestamente ogni valle
del loro vivo fremito e fervore.

. . .

Ed ecco ancora: le amazzoni del mare,
le Nereidi al galoppo sulle loro onde,
il seno acerbo, nudo,
imbiancato di salsedine,
le lunghe gambe audaci
di alabastro bianco, tese
a governare la corrente scatenata.
I piedi lunghi e fini, come di ragazzo,
le mani, giunchi dalle unghie di corallo,
avvinghiate alla criniera,
i visi aderenti

ai possenti colli delle giumente,
per sussurrare parole di coraggio
e ardore alle orecchie ritte e tese
di quelle loro bestie adorate
e al loro folle cuore.

Ecco, ecco ancora alzarsi in stormo
le alate rondini, esili danzatrici
dell'aria e degl'incostanti venti:
le Pleiadi celesti,
figlie delle altezze

e delle vertigini solenni
perenni delle nubi e delle
incorrotte sfere degli astri.
La figura agile, elegante,
tesa nello spasmo della danza,
le braccia arcuate, snelle come falci
di luna d'oriente, ali
che le propellono verso il cielo
a farsi stelle tra le stelle
a tessere le Galassie
da cui il lor destino
è tratto.

. . .

E infine ecco,
le falene della notte,
le Esperidi dai corpi bruni
flessuose come gatte,
come pantere
ombrose fiere

libere selvagge
che perlustrano il lor mondo
silenziose come ombre
carezzate dall'oscurità
che tutto copre,
che tutto divora,
che tutto ingloba
nel suo livore.
Sfarfallano fino a riempire il cielo
delle lor vesti di seta nera,
fino a confondersi nell'oscurità
e nel mistero fondo
delle remote tane,
delle notturne culle
delle loro vergini passioni.

Vengano dunque
gli eserciti delle fanciulle,
delle ragazze, dai corpi
flessuosi e svelti
come gazzelle,
dalle menti  spalancate e vive,
pronte e carpire la lor vita
a unghie e morsi;
giovani aperti volti
dagli sguardi chiari
senza finzioni né ombra
alcuna di menzogna.
Vengano queste nostre
sedicenni, e diciottenni,
queste nostre figlie
di ineffabile bellezza,
fiere, dolcemente appassionate,
innamorate, il sorriso
aperto a ogni vivida speranza:
vengano a concludere
ciò che noi non avemmo
il cuore, o non sapemmo
fare, o conquistare,

se non sognare.
Invadano delle loro schiere
di femminile travolgente grazia
l'universo mondo

e ogni celeste sfera!

. . .

Conquistando alfine,
palmo dopo palmo,
dopo il cielo,
già da sempre posseduto e nostro,
a noi donne,
ogni regno
rimanente della terra.

Trieste, 16 Luglio 2012



Abbecedario XIV

O

come Orgoglio

Voglio essere ciò che sono:
non la dea, non la regina,
non l'inviolata cima
della Cordigliera Andina,
non la stella vespertina
che rincuora i naviganti,
non l'icona della santa
cui fidare ciecamente
la vita stessa degli equipaggi,
non l'impalpabile rugiada
che lenisce le ferite
dei caduti al far dell'alba
dopo il sangue della battaglia.
Non la prodiga tempesta
che rinfranca la foresta.
Non la devota neve
che ricopre di purezza
i giacigli nei camposanti.
Non la provvida giovenca
che s'immola sull'altare
per serbare la sua prole.
Non la roccia di fragile granito
cui aggrappare il vascello
in attesa di una tregua
dall'oceano che s'infuria.
Io non sono tutto questo!

Voglio essere ciò che sono,
ciò che vedo nello specchio
della lucida mia spietata
e trepida visione:
il volto pallido, gli occhi neri,
i capelli sciolti e liberi
come i pensieri,
il petto eretto di fierezza,
il ventre bianco di alabastro
e l'ombra pubere
della vagina, glabra,
chiusa stretta nel riserbo
e nel dolore delle sue lune...

Tutto quanto questo è il mio orgoglio,
unicamente
in questo essere e riconoscermi
semplicemente, innocentemente,
scientemente, languidamente,
sensualmente ciò che sono:
una Donna.

Milano, 18 Luglio 2012



Abbecedario XV

P

come Pregiudizio

Ho veduto uomini sapienti e donne sagge
aggrottare gli sguardi e fissare ostilmente
un breve bacio sulle acerbe bocche passato
tra Martina e Alice, in un moto di casto affetto.

Ho visto donne giovani impudenti e fiere
sbirciare, con una maligna piega di traverso
sulla faccia, la carezza sfuggita per pura tenerezza
sopra il seno tra due Ondine sulla spiaggia.

Ho visto persone d'intelletto e cuore,
donne di libero pensiero, emancipate,
distogliere falsamente uno sguardo d'indiscrezione,
celare con la mano un moto di imbarazzo,

a un bacio da me posato senza pensiero nè intenzione
sulle labbra di Francesca, per la pura sua bellezza.
Ho visto amiche, tanto aperte quanto probe, sobbalzare,
per questo atto, e allontanarsi passo passo dalla mia vita.

Quale è il timore, qual è la sorpresa, quale la delusione
per un'espressione di passione, qualunque essa sia?
Quale segno, quale disegno, quale intenzione
può pretendere di leggere chiunque dentro il cuore

di chiunque, in un istante ritagliato dalla sua vita?
Fare il giudice è un mestiere di immenso peso umano,
chi lo pratica ne conosce bene il gravoso prezzo
d'interrotti sonni e sogni densi di rimorsi e di rimpianti.

Il giudizio è un atto disumano d'imperio occhiuto e vano,
il pregiudizio di contro è, pari all'amore, del tutto cieco e muto.
ma, ove l'amore è accecato da troppa luce che lo abbaglia,
ed è incapace di parole per l'emozione che lo sovrasta,

Il pregiudizio è un viandante cieco perduto dentro il buio,
incapace di chiamare aiuto, incapace di trovar se stesso.
Cerca brancolando direzione in una mappa che non vede,
mentre la Vita, a lui indifferente, nonostante lui procede.

Nella bellezza d'un segno d'affetto e amore tra viventi,
al di là e assai oltre ogni brama o intenzione,
non v'è che questo, e null'altro da conoscere o immaginare:
l'amore sacro, espresso tra due anime senzienti.

Milano, 18 Luglio 2012



Abbecedario XVI

Q

come Quadricromie

Ciano, magenta, giallo, nero.

Quando il mondo si sveglia al mattino, apre lo sguardo
al cielo, terso, senza fine, che esprime il colore del nulla
rivelato dalla luce del sole nascente:
il colore dei ciclamini, dei prati punteggiati
dai nontiscordardime come innumeri minuscole stelle,
E il colore degli occhi con cui tu guardi il mondo -
follemente trasparente e chiaro come le sorgenti
che alimentano i laghi nell'Alpe, scintillanti;
blu, ceruleo, azzurro, il colore dell'alghe, il ciano.
La prima stesura di fondo della mia libera visione.

Quando invece s'incendia l'orizzonte, alla fine del giorno,
oltre quel mare che pare infinito
e tuttavia si schianta contro quella muraglia
di fiamme e faville, ribollendo di tutte le leggende
del finis terrae a occidente, ecco, infuria il colore del cuore.
Il colore della mela che addenti,
voracemente assetata del suo succo fragrante,
il colore delle stille di smalto che ti adornano
le vezzose unghie dei piedi,
loro, i tuoi fidi piedi ribelli,
sempre pronti a portarti lontano,
in ogni luogo purché distante
da ogni memoria, e da ogni rimpianto.
Il colore ardente, il desiderio, la conquista dell'amore,
ogni ferita, il calice di vino levato a brindare alla vita,
il purpureo, il rubino, le tue labbra vermiglie da assaporare,
il morbido carminio del tuo abito bello, il magenta...
Il tocco magistrale, l'accento di vita nel mio dipinto
mai compiuto. Nel ritratto a lei donato.

E quando il disco lunare si leva abbacinante
senza fretta ma inesorabile alla sera,
vibra nell'aria dell'intera atmosfera
il colore cupo e incostante dell'oro.

Lo stesso colore che al sole
ha rapito il grano, o il frutto fatato
del limone, che del sole ha rubato
anche la lucentezza e il sapore.
Oppure, vicino ormai al tramonto dell'astro,
quando quello scudo rotondo pare volere
ricadere sulla Terra, e invece rassicurante rimane,
come un disco di calda polenta appena adagiato
sul tagliere fumante vapore di casa;

il colore della quiete, il colore della certezza,
pallida o intensa come una promessa, il colore
della fede, il colore dei fiori di campo. Il giallo.
Il colpo di un pennello intinto direttamente
nella luce morente.

Infine, proprio alla fine, la notte preme
sugli astri, gonfiando e allargando
nel vento di maestrale il velluto del sipario,
ed è la luce che irrompe, e la luce che muore,

e il nulla.
Gli occhi sgranati nel buio senza pareti
e i misteriosi bagliori generati nel profondo
dai miei occhi stessi.
Mai da bimba ho provato paura del buio
e dei mostri che in esso si dice alberghino.
Forse perchè già ben conoscevo l'oscurità
e i deliri e gli incubi che infestano gli antri
dei miei sogni, e non si può temere

ciò che è parte di sé.
Il nero è il colore senza colore
che la mia matita traccia febbrile
per contenere in forme e concetti
ogni colore, per suo destino e natura, sconfinato.
Nero è il colore che non c'è, e come tale,
come l'assenza per l'amore,

traccia il confine di ciò che è
irrinunciabile.

Ciano Magenta Giallo e Nero.
Pigmenti che intonano e rendono
la fisica materia del mio pensiero.

Milano, 24 Marzo 2013 (data di revisione)



Abbecedario XVII

R

come "il Roseto".

"Andiamo dalla zia Flora!"

si diceva, in famiglia, e allora
per me bimba, voleva dire pura festa,
voleva dire viaggio,
voleva dire l'abbraccio
di una nonna che stravedeva per me.

Lei non era nonna, a me, era zia,
ma per me era come fosse la nonna
che non avevo mai avuto, di cui mamma
spesso narrava. Abitava una casa sulle colline
sopra Vicenza, appena fuori Monteviale.

Fui io, Per prima, a chiamarla Zia Fiore,
poiché era Iris il suo nome - e mamma
m'aveva spiegato che era un nome di fiore -
e perchè lei come un folletto - era proprio piccina -
abitava perennemente il suo giardino, tra i fiori.

"Fiore" ben presto divenne "Flora"
e quindi per tutti, da allora,
"Andiamo da zia Flora"
fu il detto. E tutti assieme, in tre ore,
Autogrill compreso, eravamo da lei.

Zia Flora abitava dunque il suo giardino fiorito
da mattina a sera, proprio sempre, pareva,
e curava il prato, carezzava le albicocche
perchè fossero felici, impigliava i capelli ormai radi
tra i fitti tralci della vite e le siepi di bosso.

Mi chiamava presto, ogni mattina, per aiutarla
a irrigare le aiuole e l'orto, come un gioco.
Lei stendeva la lunga canna, io rimanevo
dietro l'angolo, sul retro, al rubinetto.
Non la vedevo, ma lei mi guidava a gran voce.

Alla sua voce, dunque, aprivo la mandata,
e dopo poco, il gorgoglio arrivava all'altro capo,
e subito lei mi gridava: "Massaaaa!"(*)
Allora mi affrettavo a chiudere - ma un poco - il flusso.
E in risposta subito giungeva grido "Massa pocooo!"(**)

E io, ridendo rialzavo, e riabbassavo, più volte
sempre dietro quella sua voce, con la cantilena
marcata di quei luoghi, finché trascinata dal gioco
aprivo troppo davvero, e lei allora, da dietro il cantone:
"Varda Marieta, che se vegno là te le dago!"(***)

. . .

Zia Flora, nella sua antica saggezza
mi aveva compresa già allora, nel profondo,
seppure ero appena uno scricciolo cui mancavano
due denti davanti: in ciò che sono, e sempre sarò,
nel mio darmi sempre troppo ed esser troppo poco.

E sapevo che mi adorava, zia Flora, anche se
le innaffiavo il vestito, e quand'era il momento
mi conduceva in silenzio, come una maga nel suo
cerchio segreto, a ciò che lei sopra ogni cosa
adorava: il suo fatato roseto.

Era immenso, ai miei occhi di frugoletto
dagli occhi sgranati, troppo grandi per il viso,
e vi fioriva, in stagione, ogni sorta di rose,
rose rosse, rose bianche come bambagia, e gialle, e dorate,
e vermiglie, vellutate o splendenti, e piccine o immense.

Fu dunque Zia Flora, vedete, ad insegnarmi
le mille varianti e coniugazioni della Bellezza,
fu lei a introdurmi al linguaggio incantato
dei colori, dei toni, delle cromie, e fu lei per prima
a svelarmi tra i petali serrati il cuore indifeso della rosa.

Fu lei quindi a farmi intuire, senza dire, come e quanto
quel cuore delicato, intricato, dorato, segreto,
strettamente raggomitolato dentro un viluppo
di veli di velluto, non fosse che il ritratto
di ciò che ogni donna custodisce nel petto.

. . .

E fu lei la prima creatura, la prima tra le più amate,
che vidi strapparmi dalla vita alla mia vita.
Lei e il suo roseto.
E quando fui nella chiesa, stretta tra mamma e papà
dagli occhi arrossati, non compresi pienamente:

che non era più un gioco, di lei, con sua Marieta.
Ma che da allora e per sempre, non li avrei più rivisti,
né lei né il suo roseto. Mai più:
Marianna, lo sai tu ora cosa vuol dire,
"mai più"?

Milano, 22 Luglio 2012



Abbecedario XVIII

S

come Sterilità.

Si erge, inaccessibile, impervia,
superba, contro il cielo viola
la vetta, come una temeraria spada
di roccia viva.

Altre torri, intorno a lei, silenti,
sfidano le stesse altezze,
le stesse nubi,
gli stessi spietati venti,
le stesse nevi, gli stessi soli cocenti,
le stesse stagioni di immutabile
orgogliosa solitudine.

Di certo, quello spasimare,
quell'anelare instancabile
alla purezza, alla rarefatta bellezza
di quelle quote estreme,
è per quelle desolate cime
il disperato canto
elevato al cielo
per chiedere ragione
del loro infinito dolore:

dentro quelle loro rocce,
calcinate dal passaggio
di gelo e di fuoco,
spaccate e fratte,
alcun seme, dai venti più esotici
lasciato, o dimenticato, o abbandonato,
avrebbe mai potuto in alcun modo
generare alcun germoglio.

. . .

Il sole muore all'orizzonte.
Le rocce sulla cima
si tingono di puro corallo
in un ultimo impareggiabile
infuocato atto
di superbia e di grazia.

Arona, 15 Luglio 2012



Abbecedario XIX

T

come Tristesse

Arielle, nome di vento
e di prodigi:

chi è stata, Arielle,
che oggi mi osserva
da dietro i suoi occhi di cielo
ancora come il cielo
tersi e sinceri?

Un ritrattino inanellato
in una spessa cornice d'argento
sul comodino: è ciò che rimane
di ciò che è stata
Arielle da Passy, Francia: la fata.

Il viso né affilato né pieno,
acceso dall'indifeso rossore
dei suoi vent'anni splendenti,
il sorriso sulle labbra
colme d'amori innocenti.

Chi è, chi è stata questa Arielle,
morbidamente involta
nella luce grigiata del ritratto.
la mano sua snella d'artista
appoggiata con intenzione al mento?

Che è della grazia,
della gioia agguerrita
del suo incedere ardita
tra le vie maestre del mondo,
da bimba a fanciulla, e poi a donna,

sempre costantemente ammirata
da ogni sguardo, da ogni pensiero,
da ogni amico sincero,
per la sua elegante, compiuta,
fiammante bellezza?

Che è, che è stato
del potere fatato
del suo sguardo senz'ombra
che sapeva piegare a piacere
la più indomita fiera

e il più fiero Cavaliere?
Che è stato per questo mondo
la sua intrepida mente,
la sua intransigente
travolgente libertà di essere sé?

Com'è stata custodita
nell'effimera vibrazione
di una corda nell'aria
la sua ansia di canto
il suo melodiare d'incanto?

Che è più del ricordo
del suo arpeggiare sapiente
a canone inverso
le note del suo genio diletto,
fino a farle scintillare

come una cascata di perle
liberate dal filo
sulla tastiera del suo piccolo
Steinway verticale
voluto e amato per tutta una vita?

Che è, dov'è ora perdio
questo sconfinato mondo
di pensiero, di bellezza,
di passione, desiderio, sapienza,
orgoglio, verità, indomita fierezza?

Oltre il lamentoso portone
di quella casa tra i platani
del viale alberato,
oltre il muto androne,
al primo piano ammezzato,

Arielle ci osserva,
con gli occhi di sempre,
chiari e vivi come il cielo
delle sue terre,
a settembre.

Ci guardano stupiti
dal fondo di un abisso
se pur color cielo
non per questo meno
sprofondato e scisso.

Non sa chi noi siamo:
la sua figlia diletta,
e io, la di lei amichetta
di un'intera vita,
e ci guarda, e s'aggrotta

d'ostile diniego.
La mente, la sua brillante
infaticabile mente
già da tempo ormai
ha riempito lo zaino

della sua giovinezza
ed è partita, come lei faceva
nei suoi anni verdi,
per un lungo viaggio
senza meta, e, stavolta

senza ritorno…
Lasciando dietro a sé
il corpo vivo ma morto
di ciò che fu la stella
più bella del suo firmamento.

Come una pianta
che piano piano si sfoglia
e piega lentamente
i vigorosi rami
nell'inverno incombente.

Rimangono, fulgidi, chiari
più grandi che mai
nel volto che si chiude,
gli occhi suoi di sempre
due oceani liberi e puri.

Velati da una indicibile,
silenziosa, stupita,
intollerabile, insostenibile,
tenera, dolceamara, immensa
tristezza…

(A Emanuelle, con amore di sorella)
Milano, 25 Luglio 2012



Abbecedario XX

U

come Umiltà

Ascolta, mio giovane Principe,
ascolta la mia voce, tra le mille
deposte devotamente ai tuoi piedi,
sopra i petali delle rose
spogliate dai tuoi duecento roseti
in onor tuo, per il tuo piacere sparsi
come un rosso tappeto d'intenso profumo.
Accogli la mia voce, ti prego, e ascolta.

Quanto t'ammirai, ascolta,
il giorno della parata di Maggio,
quando nel pieno clamore
dei cimbali e delle buccine festanti
ti fermasti, e quasi non visto,
discendesti dal tuo immenso
antico paziente elefante bianco,
turrito d'alabastro di sete e del sole d'Oriente.

Molti tra chi ti scorsero si chiesero
il motivo del tuo repentino mutare pensiero,
mutare d'aspetto, mentre ti affrettavi
verso quel vegliardo, raggrumato e bianco
come un masso sul margine della via maestra,
recando con te una ciotola nera scavata nel legno,
con un'oncia di zuppa, fredda, e lo raggiungevi,
mentre egli alzava su te il suo sguardo sereno.

Molti tra coloro che c'erano, nulla sapevano.
Ma tu sapevi, chi era quel vecchio,
che fu Principe prima di te sul trono che lasciò,
che più di te fu carico di gloria e di onori,
più d'ogni altro al mondo, prima dell'illuminazione.
E tu ora ne conoscevi tutti i mirabili scritti,
quei tre volumi in versi ternari, temerari,
che sconvolsero il mondo e squassarono i regni.

Il vecchio vedendoti giungere sorrise
col suo soave viso scavato, che tu sapevi
distillato da mille anni di immensa saggezza,
e a lui ti accostasti, per qualche istante,
giacendo ai suoi piedi, osservando le ferite
che ne segnavano i passi sulle pietre taglienti
di quelle aspre contrade, e lui fu contento di te,
e del dono che recavi con te, e gli porgevi.

E ora, mentre risalivi in cima al tuo
sfolgorante immenso elefante bianco,
sapevi quant'era più in alto, egli, nei suoi cenci,
in grazia della grazia dei suoi versi immensi
che tu mai potrai eguagliare,
in tutto il tuo potere, in tutto il tuo sapere;
e ti giravi e  mentre lo osservavi allontanarsi di spalle
senza fretta, stringendo a sè il tuo dono,

tu sapevi, per certo, dov'era diretto,
e già lo vedevi, in cima alla sua roccia
in faccia all'oceano gonfio di schiuma
tempestato di vento, a condividere il tuo dono
di povero riso e legumi dalla ciotola nera
con i gabbiani, unici prìncipi dei mari e delle correnti.
Perché sapevi quanto egli sapeva che non uno
dei suoi trentaduemila  illuminati versi valesse

il volo libero armonioso sicuro, solenne,
di uno solo di quegli uccelli incoscienti.
Ecco, giovane principe, quanto t'ammirai quel giorno:
perché conobbi attraverso te il senso
del nulla vincente di fronte al tutto,
perché seppi dare nome
a ciò che vidi infiammare il tuo volto
nel tuo sguardo nero profondo da indiano.

. . .

Perché conobbi da te,
e tramite te dal tuo Maestro più sommo,
che l'Umiltà non veste giammai
i logori cenci dell'Umiliazione,
ma indossa con spontanea grazia
e potente rassegnazione
il lussuoso lussureggiante gioioso
regale mantello dell'Ammirazione.

Milano, 16 Agosto 2012



Abbecedario XXI

U

come l'Urgenza:

Ciò che spinge l'acqua del torrente
a precipitarsi spumeggiando verso valle
per congiungersi al mare impaziente.

Ciò che alimenta il respiro del vento
che discende sfrenato dagli altipiani
per impigliare il suo canto sopra i rami.

Ciò che trascina le maree a violare
gli arenili, e le spiagge, e i litorali,
fino a lambire le alte dune di grigia sabbia

e di rimpianto. E divellere, strappare, eradicare
ogni germoglio nella loro incontrastata corsa
per restituire alla terra tutta la sua desolazione.

Ciò che spinge la luna neghittosa al tramonto
a iniziare la sua veglia, e la sua rincorsa
frammezzo mille nubi, venate di sangue e spuma.

Ciò che spinge gli amanti a confondersi
tra le braccia uno dell'altra come la neve
alfine sè fonde in seno al ruscello rilucente.

Così, ineluttabile, è ciò che mi spinge
a rammendar parole, e a lasciare al mondo
ghirlande di versi, rosari di candide memorie.

È ciò che mi richiede di chiedere agli estremi raggi
dell'incipiente notte perdono per ciò che fummo
e per la nostra disperata resa nell'oscuro male.

È ciò che ci eleva sopra le onde del nostro fato
e ci detta parole come saette nella tempesta
per illuminare la nostra rotta, che è soltanto amore.

Questa dunque è Urgenza, sempre mia severa
inseparabile compagna…

Milano, 18  Gennaio 2013



Abbecedario XXII

V

come Vanità (I)
(Vanità, ovvero: Verità)

Venere, mia Venere acerba,
superba, caparbia e pallida Venere,
che mi osservi da dentro me stessa
attraverso i miei stessi occhi cavi e oscuri
come buchi trapanati nella dura madre
della mia coscienza.

I tuoi sguardi, ora indulgenti, ora severi,
su me indugiano, come quando io m'indugio
al mattino, oppure a sera prima d'uscire,
di  fronte alla specchiera del guardaroba.
E come tu vedi me, io vedo te
Venere bella, dai capelli come tizzoni ardenti.

Sei in me, o sei me, o sono io te
quando dentro quella lastra io mi vedo
e tu immagine di me ti fai guardare
e in quell'istante stesso mi osservi
col mio stesso sguardo indagando
la mia figura, che è anche la tua.

La camicetta rosso vivo, ben tesa sul seno,
la gonna, fasciata in vita, a disegnare i fianchi,
le gambe nude, tese, lustre, levigate
come di seta, i piedi, ornati di smalti vermigli
abbracciati dalle coralline braccia
di audaci, verticali, gioiosi sandali bianchi.

Questo è ciò che di te so e vedo
oltre la cornice degli specchi,
questo è ciò che ammiro, di te,
giorno per giorno, mia Signora,
mentre accendi di rossofuoco
le labbra, come faccio io:

comprimendole, una contro l'altra, per fondere
il colore, con la segreta voluttà
che è la tua, e alla fine rifletto:
sei una rapsodia di rosso, colore vivo,
acceso, vibrante, che io prediligo,
e che io ammiro nel fuoco dei tuoi capelli.

Che io ho invece neri, come carbone
pronto a fiammeggiare, nell'ardore.

Milano, 20 agosto 2012



Abbecedario XXIII

V

come Vanità (II)
Vanità, ovvero: Vita.

Venne il Fauno della Parola,
all'alba venne, senza avviso,
com'egli è uso, e mi recò il dono
suo consueto: parole, come trionfi
di frutta matura, succosa, lustra,
raccolta nella sua sontuosa coppa.

Egli fu con me deciso e dolce
nel circuirmi, nel fascinarmi,
nel rapirmi l'anima e l'intelletto,
e io fui pronta, come sempre,
a lasciarmi possedere ancora,
inebriata e folle nel suo fatuo gioco.

E vennero così parole, lievi, scintillanti,
come lo scroscio di una pioggia mattutina,
come le risa dei bimbi alle altalene,
come voci di fanciulle altere alla marina,
come aneliti di amanti all'apice dell'amore:
vennero, le parole, una a una, in fila,

perle d'un rosario di Devozione senza Fede
legate dal filo tenue e tenace come acciaio
della gioia, e del dolore, e dell'incanto.
Vennero e si sciolsero, come gocce,
come lacrime sfuggite mio malgrado,
inzuppando i fogli del mio quaderno bianco.

Ogni goccia, ogni lacrima, ogni macchia,
una stilla della mia vita, del mio sangue
mai rappreso nel trascorrer del rimpianto;
e fu una stilla del mio immenso ardire
nel gettar me stessa al mondo come un corpo
spalancato, smembrato ai ferri di un'autopsia.

Egli vegliò su di me, imponendomi
la sua mano sopra il capo,
ben sapendo che mai l'avrei lasciato.
ora che ero arresa al suo dominio,
e lasciò che mi sciogliessi esausta
in parole incise sopra il velo del pensiero.

Fu lui che vinse la mia incostanza,
fu lui ad annientare ogni mia riluttanza,
fu lui, bestia santa dell'intelletto,
a corrompere così la mia innocenza.
Fu lui a fingermi convinta che il mondo
avesse a caro la mia frivola esistenza.

Oh, suprema, folle, cieca, insana vanità
quella che spinge a dar sé stessi al mondo
e a godere degli sguardi sopra il pensiero nostro
come sopra il nostro corpo, abbandonato e nudo,
così come nel mio femmineo istinto attratta sono
dall'essere me stessa nell'essere desiderata.

Venne il Fauno delle Parole, infine,
venne all'alba, senza un fiato, e mi vinse,
e nel vincermi mi convinse, senza sforzo,
che la vanità della mia mente fosse
null'altro di ciò che per ogni donna è
il metter il proprio corpo e il cuore in gioco.

E che Vanità fosse la mia stessa vita.

Milano, 30 agosto 2012



Abbecedario XXIV

V

come la Vanità - III
Vanità, ovvero: Volontà.

È un soffio
che s'avviluppa ai capelli,
è un fiato
che deposita nuvole di dubbio
sopra gli specchi,
è un sospiro
che gonfia la mia voce
di qualche rimpianto,
e di tenero orgoglio,
è la brezza del primo mattino
che accarezza le gambe
morbidamente
come le labbra di un amante,
è il pensiero casto e intenso
di me stessa
accarezzata dagli sguardi
celanti desiderio
dei passanti.

È nulla fatto di un nonnulla,
che riveste di seta
in labili ariose trasparenze
il corpo, la chiara pelle,
l'intelletto mio acuto
forse incostante
forse intemperante
forse impertinente
sempre danzante
certo fascinante
di donna.
È il velo d'oriente
che copre le labbra corallo
dei miei sorrisi
e dei miei bronci
indirizzati come dardi
a chi amo
e a chi detesto
per vederlo sanguinare
in silenzio.

È il luccicare del brillantino
che riposa sul lobo vellutato
delle mie orecchie
come sopra un cuscino
deliziandosi al primo sole
del mattino d'inverno,
freddo, ma caldo
di trattenuto desiderio.
È il ticchettio indiscreto
dei miei passi leggeri,
incerti ma decisi stiletti
sopra il porfido ineguale
del selciato, al cui suono
si volgono d'istinto
l'ammirato e la gelosa,
sconosciuti subito lasciati
alla loro vita avvinghiati.
È il profumo
dolce e profondo
dei mille misteri
celati nella borsa
al mio fianco
fedele come una amante
come una compagna,
come una sorella.

È la morbida pigra curva
del seno che rivela
l'ombra della mia figura
fuggente sul muro
di marmo bianco.
È il mio incedere franco,
il mio dire,
il mio sentire,
la mia mano piccina non tanto,
le gocce di smalto rubino
sulle mie dita,
il mio sguardo scuro,
la fragilità manifesta
in ogni mio gesto.

È ciò che mi fa femmina.
È ciò che mi fa donna.
È ciò che mi fa viva.
È ciò che mi fa volere
d'esser voluta.

Fribourg, 01 Gennaio 2013



Abbecedario XXV

Z

Ultima lettera,
Come la Fine

Nell'idioma a noi noto,
quello che abbiamo udito
dalle labbra di mamma
intonato come un canto,
e quindi ci ha dato il modo
e la gioia, e il dolore,
e la pazzia di avere voce
e esprimere e comprendere
la donna e l'uomo
l'amico, il compagno,

la dolce compagna,
l'amante e il passante.

In questo idioma
bizzarramente, e saggiamente
questo breve modesto segno
di due sillabe appena,
FI-NE
ecco: accomuna il finire
e il fine,
il destino e la destinazione,
è il sottile, fragile, diafano diaframma,
la fine sottile organica membrana
che separa, e insieme accoppia
lo sperare dal disperare.

Per un'intera vita,
sia essa longeva e generosa
come un'oceanica onda,
ovvero breve e fulgida
come una saetta,
sia essa prodiga
come un campo di grano,
oppure misera e irta
come un riarso roveto,
che sia augusta,
oppure modesta:

ognuno di noi si chiede
perennemente,
se sia la nostra fine il suo fine estremo,
oppure se sia il conseguire un fine
la fine ultima e ultimativa
del nostro faticoso pellegrinaggio.


Milano, 18 Settembre 2012 - 20 Dicembre 2012
Fribourg, 01 Gennaio 2013
Marianna Piani



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