«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 25 febbraio 2017

Estati passate


Amiche care, amici,

rivedendo casualmente in questi giorni alcune diapositive di quand'ero bambina mi sono imbattuta in alcune istantanee prese al volo da mio padre nelle vie di Grado, in una fine Luglio di (troppi) anni fa, che ritraggono la mia mamma e noi due sorelle a passeggio, di ritorno dalla spiaggia.
Sembrano passati secoli, e la bellezza di mia mamma in queste immagini per me ha qualcosa di arcano, favoloso. Ah, fossi io bella come era lei
 Ora ho superato da un bel po' l'età che lei aveva in quelle foto. Diversamente da me, lei era bionda come una Svedese — io invece ho ereditato i geni ebraici di mio papà — e al mare si scopriva, ora mi rendo conto, senza inibizioni, con libertà e generosità, anche se sempre con innata eleganza e senza la minima ostentazione.
E noi bimbe, assieme a lei, sembravamo dei pulcini dietro un cigno maestoso: io credo che, viste così insieme, eravamo davvero un bellissimo spettacolo.

L'otturatore della Nikon F di mio papà, come in un sortilegio, ha fermato quegli attimi fuggenti, negli inconfondibili colori pastello dell'Ektachrome, e me li ha restituiti oggi miracolosamente quasi inalterati dopo così tanti anni.
Non provo nostalgia o rimpianto, forse solo qualche intenerimento, la vita scorre e le tracce che lascia non ci appartengono nemmeno più, diventano storie, e solo il loro racconto può restituircele per qualche istante.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, se vorrete, di questo ritaglio di memoria, scaturito da quelle antiche immagini.
Con amore

M.P.





Estati passate


Quelle giornate d'estate,
quelle sfumature dorate, opache,
avvolte a ogni cosa; fino l'aria
era dorata, come un affresco
giottesco, nei dardi d'un sole
ancora squillante, immerso
in spume di nubi candide e bigie;
quelle indolenti passeggiate
sul lungomare, affollato
di gente comune, anch'essa
rivestita di riflessi d'ambra,
e per questo, nella sua vaghezza,
a suo modo, pur bella.

Mia madre camminava
col suo passo orgoglioso
da giovane donna dotata
d'una sua fulgente bellezza,
quasi danzando su quei zoccoletti
color corallo, indosso un abitino
a grandi fiori stampati
che le scopriva
le gambe e la linea del seno;
in capo un largo sombrero
e grandi occhiali da sole
che le davano il giusto mistero.

Dietro, come anatrine vivaci,
zampettavamo noi bimbe,
mia sorella e io stessa,
con ciabattine da mare
e le vestine leggere e piccine
come fazzolettini, sulla pelle
bruciata di sole, e salsedine,
e sabbia: ancora qualche nero
filo d'alga avvolgeva
la mia caviglia, o aderiva
alla sua spalla.

Quanto eravamo belle, noi tre,
sul lungomare nelle sere d'estate,
inconsapevoli come i cirri piumati
che adornavano di volute e rabeschi
quei cieli, incantati dal volo
di filanti Aironi argentati.



Marianna Piani
Milano, 22 Dicembre 2015
.

venerdì 24 febbraio 2017

"Lontano, oltre l'arco del porto" di Lawrence Ferlinghetti


Amiche care, amici,

proseguo con la mia piccola antologia proponendo oggi uno degli esponenti più noti della così detta "beat generation", amico e sodale di Ginsberg e Kerouac, Lawrence Ferlinghetti.
Nato a New York nel 1919 da padre italiano e madre francese, vissuto i primissimi anni in Francia e successivamente studente alla Sorbona, bilingue franco-inglese, e tuttora vivente, fu uno tra i più attivi e vivaci personaggi della letteratura americana praticamente fino ad oggi, artista eclettico, pittore, editore, e impegnato nei movimenti dei Diritti Civili.
Sarebbe davvero impossibile esemplificare la sua vasta opera con pochi esempi, qui propongo una lirica molto rasserenata, descrittiva, una poesia d'amore quasi tradizionale, anche se vi si può cogliere la grande libertà e allo stesso tempo complessità strutturale e l'uso molto libero della lingua, il che lo rende certo di non facilissima traduzione.
Molto bella la visionarietà dolcemente onirica del finale, quasi cinematografico, con una rarefazione graduale dei versi come in una lenta dissolvenza in chiusura.

Per chi volesse approfondire rinvio, come di consueto, al bell'articolo critico/biografico su Poetry Foundation.
Una buona lettura interpretativa di questo particolare componimento lo potete trovare in questo intervento di Megan Koch "Analysis - Away Above a Harborful"

Grazie di cuore, amiche dilette e amici, per seguirmi in questo percorso.

Con amore
M.P.


Lawrence Ferlinghetti




Away above a harborful

          Away above a harborful
                            of caulkless houses  
among the charley noble chimneypots
                           of a rooftop rigged with clotheslines  
         a woman pastes up sails
                        upon the wind
   hanging out her morning sheets
                           with wooden pins
                   O lovely mammal
                                 her nearly naked breasts  
               throw taut shadows
                          when she stretches up  
to hang at last the last of her
                         so white washed sins  
        but it is wetly amorous
                        and winds itself about her  
           clinging to her skin
                         So caught with arms upraised  
     she tosses back her head
                       in voiceless laughter  
   and in choiceless gesture then
                           shakes out gold hair

while in the reachless seascape spaces

                           between the blown white shrouds  

  stand out the bright steamers

                          to kingdom come

(Lawrence Ferlinghetti)



Lontano, oltre l'arco del porto


      Lontano, oltre l'arco del porto ingombro
            di casette non calafate
tra i nobili comignoli
            d'un tetto armato di corde da bucato
      una donna alza vele
            al vento
      attaccando le sue lenzuola del mattino
                  con mollette in legno.
            O amabile creatura
                  le sue mammelle quasi nude
            gettano ombre tese
                  quand'essa si distende
per stendere infine l'ultima
            della sue colpe così bene candeggiata
      ma questa ancor umida e amorevole
                  si avvolge attorno a lei
            aderendo alla sua pelle.
                  Così, colta con le braccia alzate
      lei getta indietro il capo
            in una risata silenziosa,
      e con un istintivo gesto poi
                  scioglie i capelli d'oro

mentre nei più irraggiungibili marini spazi

                  tra i bianchi sudari gonfi di vento

si stagliano luminosi i bastimenti

                  diretti a un regno ch'è da venire.



Lawrence Ferlinghetti
(Versione Italiana di Marianna Piani
Milano 22 Febbraio 2017)
.

mercoledì 22 febbraio 2017

Stiletti


Amiche care, amici,

o meglio, in questo caso in particolare le amiche, che forse mi comprenderanno: non l'ho mai nascosto, ho una passione, del tutto futile, e anche — devo ammetterlo — un po' costosa (come ogni droga che si rispetti): sono una shoe addicted, e come ogni drogata di scarpe che si rispetti, adoro non tanto acquistare, possedere, ma proprio indossare ogni tipo e foggia di questi femminilissimi accessori-gioiello, e in particolare adoro i tacchi, i più alti che mi è possibile, dal 10 in su.
Certo, occorre una tecnica tutta particolare, affinata in anni di pratica, per poter indossare e camminare con sufficiente disinvoltura questi accessori, che altrimenti sarebbero soltanto ciò per cui penso siano stati originariamente concepiti, degli strumenti di tortura per sottomettere la femmina nel suo procedere libero nel mondo.
Ma io sono un soldino di cacio, alta un 152 poco più, e sono leggera in proporzione (e ho praticato molto sport), per cui questa proiezione verso l'alto mi dà sicurezza senza in realtà incidere più di tanto sulla mia libertà e agilità di movimento.
Non disdegno le scarpe basse, le flat, quando ci vuole, ad esempio in un viaggio, o quando ho in programma di camminare per ore, purché siano carine e molto femminili; e ovviamente nelle mie corsette mattutine va d'obbligo la ipertecnica scarpa da running, delle brooks color fucsia nel mio caso. Tuttavia il tacco è la mia vera passione, e frequento di rado le misure intermedie, le 6, le 8, che trovo prive di fascino e personalità.
Scarpa alta, dunque, sempre, e non solo la sera, ma nella vita di tutti i giorni...


Il tacco, il passo femminile nel mondo, per me infine è anche... poesia…

A questo accessorio infatti ho dedicato diverse composizioni, alcune le ho pubblicate su queste stesse pagine. Questa che vi presento oggi è l'ultima nata di questa piccola serie in onore della sublime futilità femminile.

Amiche dilette, la dedico in special modo a tutte voi, con amore

M.P.



M.P.2017




Stiletti


      Puntati
   sulle pietre disfatte
dei ciottolati antichi, battuti
tocco a tocco sui porfidi
dei viali e i marmi
e delle cattedrali,

      confitti
   passo passo nell'asfalto
arroventato
di pubbliche strade,
coniando piccoli fori
come file di stelle,

      fieramente eretti
   come proclami
della nostra libera bellezza,
picche scagliate in altezza
in un cielo di pensieri,
alcuni intensi, altri
superbamente leggeri,

      piantati spietati
   nel cuore e nel furore,
e alti, più alti ancora,
fino alla vertigine
e lo sbilancio incombente
a ogni gradino affrontato,

      stretti
   da fiere cinghiette
alla caviglia segnata
in solchi profondi
come la vita dai ricordi
infitti nelle nostre coltri,
che non sanguinano sangue
ma febbri d'amanti
nell'alcova nuziale,

      incrociate spade
   in duello con quelli
della mia sposa, pronta
alla sfida,
e alla battaglia amorosa,
in corpo-a-corpo brucianti.

      Spilli, coltelli,
   guglie di templi.
Verticali emozionanti strumenti
di vanità e femmineo pensiero
che ci avvicinano, passo passo,
a ogni passo,
al cielo!



Marianna Piani
Milano, 06 Aprile 2016
.

martedì 21 febbraio 2017

"Middle Age" di Robert Lowell


Amiche care, amici,

oggi vi propongo un secondo testo poetico di Robert Lowell dopo quello pubblicato un paio di settimane fa.

Alla sua più vasta e nota produzione mi piace preferire per questi piccoli "assaggi" una sua chiave più intima, personale, anche se sempre venata di amarezza e bruciante autocoscienza.
...A quei quarantacinquanni che anch'io sto ahimé rapidamente raggiungendo.

Per chi volesse maggiori dettagli su questo autore, rinvio alla mia precedente pubblicazione.Inoltre da oggi potete ritrovare tutti i testi che sto via via raccogliendo in questa piccola antologia in una pagina dedicata, che ho chiamato, in ricordo della celebre e fondamentale raccolta di Elio Vittorini pubblicata immediatamente dopo la seconda Guerra Mondiale "Americana".


Grazie per la vostra presenza, amiche dilette e amici

Con amore

M.P.


Robert Lowell - 1917-1977

Middle Age


Now the midwinter grind
is on me, New York
drills through my nerves,
as I walk
the chewed-up streets.

At forty-five,
what next, what next?
At every corner,
I meet my Father,
my age, still alive.

Father, forgive me
my injuries,
as I forgive
those I
have injured!

You never climbed
Mount Sion, yet left
dinosaur
death-steps on the crust,
where I must walk.

Robert Lowell (1961)




Mezza età


Il morso del mezzo inverno
è su di me ora, New York
mi perfora i nervi
intanto che cammino
lungo vie ormai già macinate.

Quarantacinquanni,
e poi? E poi cosa?
A ogni svolta
incrocio mio padre
ancor vivo, alla mia stessa età.

Padre, perdonami ti prego
le ferite che t'ho inferto,
così come io perdono
tutti coloro
che ho ferito.

Tu non hai mai salito
il Monte Sion, eppure

lasciasti
sulla dura crosta
letali orme di dinosauro,
che io devo seguire.



Robert Lowell
(Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 18 Febbraio 2017)
.

sabato 18 febbraio 2017

Autodafé


Amiche care, amici,

In questi versi parlo semplicemente da donna, storicamente gravata di troppi secoli in cui, in quanto donna, ha dovuto “apparire” negando il suo “essere”, nascondendo, mascherando, sacrificando il propiro pensiero come fosse una macchia, rimanere in silenzio, oppure trovare mille escamotages per potersi in qualche modo esprimere, ma sempre ai margini, sempre in nicchie, in riserve “concesse” dall’alto. In questi versi ho voluto ritrarre me stessa, il mio essere donna oggi che, come gran parte delle donne, cerca di evadere gli schemi, infrangere le regole imposte dai pregiudizi, per vivere finalmente in prima persona femminile.
È questa in fondo la specificità della cosiddetta "scrittura femminile", affrontare senza false protezioni la realtà del mondo, la vita, uscendo allo scoperto, esponendo la propria sensibilità al vento della Storia, e sopportarne le ferite. Ritrovare anche in queste ferite la propria identità di donna. Come donna - narrare, testimoniare. Al costo di esserne travolta.
Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, sempre con amore


M.P.





Autodafé


Donna io, dovrei essere ridotta
ai miei capelli bruni, all’abito
color vino, alle mie scarpe bordò
con il tacco, allo sfumato morbido

dell’ombretto, alla mia borsetta
ricolma di fatue cose, ai miei fiori,
ai miei strani folli disperati amori,
ai miei cicli, alle mie lune, alle maree.

Ebbene, che lo crediate o no,
io lo sento, il mio Tempo, e ascolto
la voce della Storia, che lo vogliate
oppure no, io lo vedo, il mondo.

Lo vedo non da lontano, non dal fondo,
ma dal cuore del suo cuore d’anima,
di sangue e sterco e fango, laddove
il mio sguardo posa, con sgomento.

Vedo anime che affollano cattedrali
senza santi, né dei, né officianti,
e corpi che s’ammontano in tetri tumuli
e bruciano in cenere la memoria.

Vedo genti godere di ricchezze
invereconde, e — attorno — torme patire
miserie più invereconde ancora
premendo al valico della Storia

assetate, lacere, offese, irate,
pronte a travolgere in un istante
la risibile fortezza che presidiamo
invano, i giusti con gli ingiusti,

i turpi con i puri, i rei con gl’innocenti.
Che lo accettiate o no, io vedo, e parlo,
e canto, e rifletto ciò che vedo
come lo specchio quieto del mio lago.

In questa quiete ove mi annullerò
annegando.



Marianna Piani
Trieste, 15 Dicembre 2015
.

venerdì 17 febbraio 2017

"A Supermarket in California" di Allen Ginsberg



Amiche care, amici,

esplorando, come sto facendo in queste settimane, la grande Poesia Americana del novecento, non è possibile esimersi da incontrare l'opera geniale e inconfondibile di Allen Ginsberg (1928-1997), considerato giustamente come una delle figure più importanti e più influenti della letteratura americana dagli anni '50 in avanti.
Erede in certo modo diretto del grandissimo vate Walt Whitman (cui indirizza il suo omaggio nella poesia che qui voglio citare, esemplare della sua vasta produzione), con simile respiro - versi lunghi, impianti poetici complessi e completamente liberi - parla in modo diretto alla sua generazione, inglobando nel discorso ogni possibile riferimento oggettivo, culturale, di linguaggio, fino a sconvolgere ogni retorica poetica in favore di una - in certo senso esteticamente opposta - retorica di denuncia, resistenza, di movimento.
Non mi dilungo oltre nella presentazione, essendo tra l'altro uno dei poeti della Beat Generation più noti (anche se dubito tra i più letti, data l'intrinseca complessità del suo eloquio) rinviando chi fosse interessato a un rapido approfondimento a questo sintetico ma esaustivo articolo su Poetry Foundation.


Posso solo aggiungere che affrontare in traduzione un autore come questo non è tanto difficile in sé (anzi, in certo modo si tratta di una lingua piana, non difficile da interpretare, salvo un corretto approccio allo slang e alle espressioni più apertamente crude), ma richiede uno sforzo per liberarsi di ogni orpello linguistico, di ogni preziosità di scrittura e di ogni artifizio retorico. Cosa tanto più difficile in quanto la nostra lingua - in poesia - tende ad avvalersi di tutti questi elementi in modo più o meno costitutivo, ma sempre presente. La Poesia Italiana è per sua natura una espressione della retorica (intesa in senso creativo e positivo, ovviamente), questa di Ginsberg, come quella di Whitman, è un lingua poetica più vicia alla sacralità della parola, alla preghiera.

Rimane un poeta comunque di estremo interesse e di grande intensità d'immagine, come in questa composizione che voglio proporvi, in certo modo esemplare di una poetica e di un clima che, a seguito degli ultimi avvenimenti politici, sono tornati prepotentemente di attualità.


Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.
 

M.P.




Allen Ginsberg (Young)




A Supermarket in California

What thoughts I have of you tonight Walt Whitman, for I walked down the sidestreets under the trees with a headache self-conscious looking at the full moon.
         In my hungry fatigue, and shopping for images, I went into the neon fruit supermarket, dreaming of your enumerations!
         What peaches and what penumbras! Whole families shopping at night! Aisles full of husbands! Wives in the avocados, babies in the tomatoes!—and you, Garcia Lorca, what were you doing down by the watermelons?

         I saw you, Walt Whitman, childless, lonely old grubber, poking among the meats in the refrigerator and eyeing the grocery boys.
         I heard you asking questions of each: Who killed the pork chops? What price bananas? Are you my Angel?
         I wandered in and out of the brilliant stacks of cans following you, and followed in my imagination by the store detective.
         We strode down the open corridors together in our solitary fancy tasting artichokes, possessing every frozen delicacy, and never passing the cashier.

         Where are we going, Walt Whitman? The doors close in an hour. Which way does your beard point tonight?
         (I touch your book and dream of our odyssey in the supermarket and feel absurd.)
         Will we walk all night through solitary streets? The trees add shade to shade, lights out in the houses, we'll both be lonely.
         Will we stroll dreaming of the lost America of love past blue automobiles in driveways, home to our silent cottage?
         Ah, dear father, graybeard, lonely old courage-teacher, what America did you have when Charon quit poling his ferry and you got out on a smoking bank and stood watching the boat disappear on the black waters of Lethe?

Allen Ginsberg
Berkeley 1955




Un Supermarket in California

 Quanto ho pensato a te, Walt Whitman, questa sera, mentre m'incamminavo per le traverse, sotto gli alberi, con un principio d'emicrania, e fissavo la luna piena.
      Nella mia avida ricerca, e per far incetta d'immagini, entrai tra i neon del supermercato alimentare, sognando i tuoi interminabili elenchi.
      Che pesche, e quali penombre! Intere famiglie a far di spesa alla sera! Corsie affollate di mariti, massaie tra gli avocados, bimbi tra i pomidoro! - E tu, Garcia Lorca, che ci fai qui, tra quelle angurie?

       Ti ho visto, Walt Whitman, senza bambini attorno, solitario vecchio goloso, a toccare carni nei congelatori e a gettare sguardi ai giovani commessi.
       Ti ho sentito rivolgerti a ognuno di loro: chi ha tagliato le cotolette di porco? A quanto sono le banane? Sei il mio Angelo tu?
      Dietro a te, mi sono aggirato in lungo e in largo tra luccicanti torri di lattine, seguito anche, immaginavo, dalla security locale.
      Assieme percorremmo le libere corsie nel nostro solitario fantasticare, assaggiando carciofi, piluccando ogni possibile delizia refrigerata, senza mai passare alla cassa.

      Dove andiamo, Walt Whitman? Il negozio chiude fra un'ora. In che direzione punta la tua barba stasera?
      (Stringo il tuo libro e sogno la nostra odissea al supermercato, e mi pare tutto così assurdo.)
      Cammineremo per tutta notte per le vie deserte? Gli alberi aggiungono ombra all'ombra, le luci si spengono nelle case, entrambi ci sentiremo assai soli.
      Passeggeremo sognando della nostra amata America perduta, al di là delle vetture blu parcheggiate nei viali privati, fino alla nostra silenziosa casetta?
      Ah, Padre mio caro dalla gran barba grigia, vecchio solitario maestro di coraggio, che America hai lasciato quando Caronte smise il remo e tu approdasti su una riva fumosa e rimanesti a guardare il battello scomparire allontanandosi sulle nere acque del Lete?



Allen Ginsberg
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano 16 Febbraio 2017
.

mercoledì 15 febbraio 2017

"Child's Song" di Robert Lowell


Amiche care, amici,

propongo oggi la voce di un Poeta molto noto e stimato nel suo paese, ma anche conosciuto da noi, Robert Lowell, nato a Boston nel 1917 e morto a New York nel 1977. Un autore di grande e varia produzione poetica, molto eclettico come stile e linguaggio, e di grande influenza nel panorama della Poesia Americana del '900. Fu un traduttore di diversi grandi autori europei, tra cui anche il nostro Montale. A "traduzione" preferiva il termine "imitazione" ("Imitazioni" infatti fu il titolo di un suo ben noto volume di traduzioni) e questo la dice lunga sulla sua concezione della Poesia, che probabilmente, come me, considerava come virtualmente "intraducibile".

Naturalmente le mie proposte qui vogliono essere soltanto uno stimolo e una proposta per rileggere o avvicinarsi per la prima volta all'opera di questi poeti, i pochi testi che posso qui citare non possono che dare un minuscolo aspetto della loro opera, e questo è tanto più valido per un autore così ricco e variegato.

A chi volesse approfondire — anche criticamente — un pochino di più questa figura, suggerisco questo ampio articolo (in Inglese), sempre su Poetry Foundation.

M.P.




Robert Lowell






Child's Song

My cheap toy lamp
gives little light
all night, all night,
when my muscles cramp.

Sometimes I touch your hand
across my cot,
and our fingers knot,
but there's no hand

to take me home—
no Caribbean
island, where even
the shark is at home.

It must be heaven.
There on that island
the white sand shines
like a birchwood fire.

Help, saw me in two,
put me on the shelf!
Sometimes the little muddler
can't stand itself!


Robert Lowell (1964)




Canzone infantile

 

Scarsa luce dà
il mio stupido piccolo lume
per tutta notte, tutta
la mia notte di spasmi.

A volte ti tocco la mano
dal mio lettino, e le dita
tue alle mie s'allacciano, ma
non c'è alcuna mano che

mi possa condurre a casa — né
quell'isola del Caraibi c'è,
dove perfino lo squalo
sente di essere a casa.

Sarà il Paradiso.
Là, su quell'isola
la sabbia candida splende
come fuoco di betulla.

Aiutatemi, tagliatemi in due,
riponetemi sullo scaffale!
A volte il piccolo incasinato
non sopporta nulla di sé!



Robert Lowell
(Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 12 Febbraio 2017)
.

martedì 14 febbraio 2017

Marilena, in Aprile



Amiche care, amici,

non amo molto le ritualità di certe "feste" un poco artificiali, molto "commerciali", come questa di oggi, il sanvalentino che inevitabilmente si sfoga nei social in mille "bacidautore", cuoricini, roselline, "trite parole" e rime "Fiore / amore"(la più antica difficile del mondo" - Umberto Saba).
In passato ho sempre preferito vivere questo 14 febbraio piuttosto che scriverne o parlarne, viverlo inprivato con la persona amata, uscire per un aperitivo, una passeggiata romantica mano nella mano, una cena al lume di candela, e poi tutto ciò che la passione ci riserva…

Ma quest'anno in qualche modo lo sento diverso.
Sono accadute cose, e stanno accadendo, nel mondo che mi hanno convinta che sia più importante di quanto non sia mai stato prima cogliere ogni occasione per esprimere e diffondere la nostra fede nell'amore, a contrasto con il tetro odio e l'intolleranza che si sta spandendo come una nera, inquinante, mortale macchia di petrolio sull'Oceano.
E ho sentito il desiderio, anzi la necessità di dedicare parole in armonia (questo è la poesia, in fondo) per narrare il mio amore "diverso", e di farlo in modo esplicito, intimo e aperto, poiché chi se ne scandalizza non comprende dell'amore la sua universalità.
 

M.P.
"Marilena" non è il nome della mia ragazza, che preferisco tenere per me, ma è il nome immaginario  di tutte le donne innamorate e amate, non importa il genere dell'amore, poiché amore è amoreRingrazio la cara amica M.R. che mi ha incoraggiata a pubblicare oggi questi versi, con amore e passione. La bellezza e l'amore alla fine vincono sempre.



Marilena, in Aprile


Mentre sento il tuo profumo
farsi intenso come il sole
in Aprile, e le tue mani
racchiudersi sui miei seni
piccini e sodi e nudi —
come ali d'un uccello
vellutato della notte,
e mentre sento i tuoi baci
discendermi nel grembo,
e finalmente sento
le tue labbra afferrare
teneramente le dolci labbra
della mia vulva infervorata,
facendomi scattare
tesa come un arco,
e allora che tu indugi, allora
sento che mi penetri vibrando
fino al cuore e oltre, come se
tu volessi entrare dentro me
tutta intera: il viso ardente,
le sapienti mani, il petto
ornato e colmo,
i fianchi curvi e generosi,
e le lunghe gambe, e i piedi
belli come gioielli;
e allora, in un delirio
di bramosia, allora
finalmente grido
il mio piacere, grido
e rido stretta
tra le tue braccia
grido, abbandonata
esanime come un mare
che si rasserena
dopo il fortunale.

. . .

Dio quanto t'amo
Marilena mia d'Aprile,
quanto follemente amo
l'amore tuo giovanile
folle quanto me
ma eterno — dentro!



Marianna Piani
Milano, 7 Febbraio 2016
.

sabato 11 febbraio 2017

Un sorriso


Amiche care, amici,

a quarantatré anni una donna ha finalmente una percezione fredda e compiuta dello scorrere del tempo, del suo ineluttabile effetto sulla propria anima e sul proprio corpo, la macchina biologica che imprigiona sogni, speranze, illusioni, invia segnali inequivocabili.

Non è stanchezza, la vitalità è ancora tanta, tanta è la voglia di apparire desiderabile, tanto è il desiderio di amare e di essere amata, come un tizzone che illumina e riscalda la notte e che non si spegne mai.
Non è neppure scoramento: anche il coraggio è sempre tanto, forse ancora più di prima, perché ora, consumandosi una a una le illusioni, sempre più ne occorre per andare avanti, per non fermarsi a guardarsi all'indietro, per non cedere alla resa, che appare sempre meno come un tradimento e sempre più come una attraente opportunità di riposo.
No, è piuttosto il doloroso rimpianto per tutte le occasioni, gli amori, le possibilità, le persone meravigliose e i luoghi incantevoli che, uno dopo l'altro, ci siamo lasciati alle spalle, e che sappiamo non torneranno più. Per quanto poco abbiamo saputo godere e far tesoro di questi anni che ci sono stati dati in dono, i preziosi anni della nostra vita. Per il loro ultimo senso.

Non è stanchezza, non è scoramento, non è delusione. È rimpianto.

Un rimpianto che tuttavia chiede gioia, chiede ancora amore, e bellezza.

Grazie, amiche dilette e amici, per starmi accanto.
Io vi amo

M.P.





Un sorriso


E in cima a quel bosco
intriso di solitudini precoci
cerco il senso del dolore.

Dolore che s'inerpica
in questi ultimi miei anni
sipari grevi pronti
a crollare sulla scena.

La luce del tramonto
penetra dai rami fitti
come dita in preghiera.

Dita esangui, per la stretta
convulsa sulla speranza
che ormai sfugge, elude,
si scioglie in nebbia.

Riverbera la luce all'orlo
delle foglie delle querce,
goccia una rugiada fredda.

Ebbi in pugno il tempo
e non seppi interrogarlo
prima che esondasse
nel mio corpo esausto

spazzando scorie
di memoria, eradicando
l'immortale giovinezza.

Restano, su questo corpo
che fu chiaro, e bello,
le ferite, le abrasioni,
le ecchimosi sul volto.

I segni d'un dolore
che no, non ha senso,
è solo il filo di una lama.

È solo il taglio di un sorriso
schivo, traverso il viso,
a fior di labbra.


Marianna Piani
Milano, 20 Maggio 2016
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mercoledì 8 febbraio 2017

Un nuovo paesaggio


Amiche care, amici,

questo girovagare da sola nella natura, di cui la composizione che propongo oggi è il ricordo, è una attività che ho amato condurre fin da bambina.

Non ho mai avuto paura della solitudine, né di avventurarmi in luoghi impervi o isolati, e devo dire che ho avuto forse molta fortuna poiché non mi è mai accaduto nulla di spiacevole. E da questa attività deriva certamente la mia  tendenza alla riflessione, e la mia predilezione nel ritrarre visivamente, anche a parole, luoghi, ambienti, figure. È una sorta di talento che mi ha aiutato molto nella mia attività lavorativa, probabilmente devo proprio a questo il fatto di essermi dedicata alla professione di illustratrice, ma è anche una delle caratteristiche che riconosco tra le più mie nella mia attività — del tutto amatoriale — di scrittura.
Negli anni della formazione presi l'abitudine di portarmi appresso uno sketchbook e qualche matita (una azzurra e una color magenta, le mie preferite, oltre a quella nera per le rifiniture, che però usavo più di rado) e di fissare sulla carta immagini che mi colpivano, oggetti, piccoli paesaggi, animali, più raramente figure umane.
Lo stesso taccuino poteva servire allo stesso modo per annotare qualche idea, o pensiero, per buttare giù qualche abbozzo di verso. Di solito la scrittura nasce molto dopo la visione, ha bisogno di una lunga maturazione mentale, a differenza della immediatezza di quello che gli anglofoni chiamano life drawing. Ma le idee, le parole, quei piccoli "semi" da cui spesso può scaturire una composizione, sono volatili come sogni, basta un attimo perché svaniscano nel nulla e non possano più essere recuperati. Per questo, l'abitudine di portare con me, in borsetta o in qualche tasca, un taccuino, abitudine cui non ho mai rinunciato, rimane una tra le migliori opportunità non solo per l'esercizio "professionale" del disegno, ma anche per quello della scrittura. In entrambi i casi poi, il confine tra lavoro e diletto è assolutamente indefinito, e tale deve rimanere, secondo me, per ogni attività artistica.

Amiche dilette, amici, vi lascio dunque a questa composizione, una via di mezzo tra il racconto e il bozzetto a matita, come di consueto, con amore.

M.P.




Un nuovo paesaggio


Dipingerò un nuovo paesaggio
— mi sono detta — senza fretta —
ho indossato la mia gonna a campana
e un paio di scarpe sportive,
calzini bianchi alla caviglia
e un abbondante maglione di lana.

E sono uscita, con una leggera
borsa a tracolla, il telefono spento,
una matita e un taccuino,
giusto nel caso volessi annotare
qualcosa, un appunto, uno schizzo,
un ghiribizzo, un'idea, una frase.

Non v'è nulla che sia più grato
e sereno per me di uscire, così,
a bighellonare dal prato d'erba benigna
al seno teneramente convesso
della collina vicina, e colà
sedermi su un masso, o sopra un ceppo,

a contemplare giù nel vallone
la lieve foschia che si rapprende
piano piano in nebbia fina.
E nulla è più onesto e innocente
che annotare su pezzetti di carta
piccoli abbozzi, o qualche pensiero,

figure, o paesaggi, con pochi tratti
spediti di lapis, e il resto lasciare
che se ne appropri la mente
per trattenerlo dentro di sé
gelosamente, fin tanto che
tempo fosse di mutarlo in pensiero.

Sono uscita dunque, senza esitare,
ho preso il consueto sentiero, e poi
come sempre a lungo ho divagato
lungo un percorso tra i tanti che so,
tra betulle e castagni, e su un drappo
scrosciante di foglie morte.

(Tra foglia e foglia ancora
qualche insetto coprofilo, nero
come un bottone di mica, si gode
il morente tepore del sole,
mentre un cielo di pallido cromo

trionfa tra i rami fattisi ossa.)

* * *


Seguendo le tracce lasciate a suo tempo
dai cani da caccia e forse,
a giudicare dalle ramaglie spezzate,
da qualche cinghiale in cerca di fuga
per la sua vita — mitica bestia,
che intravidi una sola volta un istante,

infine sedetti su quel masso, o quel ceppo,
a lungo, dimenticando del tutto
matita e taccuino, lasciando
che fosse il bosco stesso a narrare
di sé, o dell'argenteo mantello del lago,
o della fiera beltà del cinghiale,

o di tutte le sfuggenti creature
che popolano le più riposte insenature,
o delle case isolate tra sconfinati
secolari arboreti, o delle segrete
abbazie, dimenticate perfino da Dio.
Nulla di ciò avrei mai potuto scordare.

E nulla avrei mai potuto narrare
con una voce diversa da quella
stessa del bosco alle mie spalle,
che non mi lasciava parola, ma
mi sovrastava di rami, e di sguardi
e di pensieri, che lì sono da sempre.

La poesia, mi dissi, è ricerca vana,
senza speranza, è una resa: essa
già tutta è nelle cose.



Marianna Piani
Milano, 30 Novembre 2015
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martedì 7 febbraio 2017

"Sonnet 75" di John Berryman


Amiche care, amici,

proseguo con il mio progetto di offrirvi su queste pagine una panoramica — ovviamente incompleta e senza alcuno scopo didattico, ma di pura affezione — della Poesia Americana dell'ultimo Secolo, fon ai nostri giorni.
Propongo un altro autore poco conosciuto da noi, ma molto noto negli Stati Uniti, un poeta di grande sensibilità e di grande profondità e complessità di scrittura, John Berryman (1914—1972).
I suoi riferimenti e la sua costruzione poetica sono estremamente sofisticati (e mi hanno dato filo da torcere per la resa in traduzione, ma questo è un dato comune a ogni poesia davvero di valore), come nel componimento che qui propongo, una forma-sonetto molto elaborata, ma anche rigorosa, che si dipana in un omaggio dichiarato a Petrarca, con riferimenti diretti alla sua biografia (molto interessante tra l'altro, se ne potrebbe ricavare un film) in parallelo con la propria, rintracciabile negli ultimi versi.

Berryman ebbe una vita sofferta, tutt'altro che felice, e segnata da squilibri mentali e da una profonda depressione, che lo portò al suicidio a soli 58 anni, ponendolo così nella schiera, ahimè molto larga, di artisti, poeti, letterati, americani che decisero di porre fine prematuramente alla propria vita, tutti tra l'altro nel giro di poco più di un decennio. Tanto per confermare quanto l'arte pretende dalla vita di chi di arte e per l'arte vive.

Maggiori dettagli della sua figura di uomo e poeta, se lo desiderate, in queste note su Poetry Foundation.





John Berryman



 Sonnet 75


Swarthy when young; who took the tonsure; sign,
His coronation, wangled, his name re-said
For euphony; off to courts fluttered, and fled;
Professorships refused; upon one line
Worked years; and then that genial concubine.
Seventy springs he read, and wrote, and read.
On the day of the year his people found him dead
I read his story. Anew I studied mine.

Also there was Laura and three-seventeen
Sonnets to something like her… twenty-one years…
He never touched her. Swirl our crimes and crimes.
Gold-haired (too), dark-eyed, ignorant of rimes
Was she? Virtuous? The old brume seldom clears.
–Two guilty and crepe-yellow months
Lise! be our bright surviving actual scene.


John Berryman — Sonnets



Un giovane bruno; fu chierico in tonsura; un segno,
la sua incoronazione a poeta, aggiustata, il suo nome
rimediato per eufonia; girò molte corti,
e ne fuggì via; declinò molte docenze; anche per anni
lavorò su un singolo verso; e poi, quell'amabile compagna.
Per settanta primavere egli scrisse, e lesse, e scrisse.
Proprio alla data in cui i suoi lo rivennero morto
conobbi la sua storia. E riconsiderai la mia.

C'era Laura, anche, e trecentodiciassette sonetti
dedicati a qualcosa di simile a lei… ventuno anni…
Lui mai la sfiorò. Turbinano i nostri peccati e i nostri delitti.
Coi capelli dorati (anche tu), e gli occhi scuri, e ignara
di rime? E virtuosa? Di rado un'antica bruma dissolve.
— Due colpevoli mesi, avvolti in cartacrespa dorata, Lisa!
Rimangano la nostra splendida autentica storia, per sempre!
 


John Berryman
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 06 Febbraio 2017
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sabato 4 febbraio 2017

Luce dei miei occhi


Amiche care, amici,

amare significa cercare negli occhi della persona amata i propri, come in uno specchio, avere le sue visioni, comprendere i suoi sogni, partecipare le sue gioie e i suoi dolori, cercare i suoi sguardi in ogni oggetto, conoscere i dettagli e i significati della sua bellezza, come in un dipinto di un grande artista. Le pupille di chi amiamo sono lo specchio del nostro desiderio e della nostra anima, poiché l'anima nostra, se amiamo, si confonde con quella che amiamo, come si confonde il nostro respiro con il suo.

(Dedicata a una cara amica di scrittura e di lettura)

Amiche dilette, amici, grazie di cuore per la vostra presenza, con amore

M.P.






Luce dei miei occhi
(come preghiera)


Occhi d'erba, occhi di mare
occhi di brunito rame, datemi
luce al giorno, datemi alla notte
coraggio, e animo datemi ora
per ora, e fede nell'osservare
ciò che — attorno a me — muore.

Datemi la forza e l'ardimento
di guardare in volto la bellezza
del creato, delle creature, tutto
ciò che da chi crea al mondo è dato;
datemi lo sguardo d'un bambino
e quello d'un agnello che s'immola.

Datemi la visione di questi dolci
miei paesaggi, dei miei mari d'onde
che s'annullano nell'orizzonte,
tra terra e cielo, di questi monti
che s'accendono di verecondo
rosso giusto a sera, al tramontare.

E nelle ore in cui il tramonto
scenderà a prendermi per mano,
occhi miei vi prego fate che
io possa vedermi accanto
chi io ho tanto follemente amato,
e che il suo pianto su me discenda

quieto, irrorando il mio sorriso
mai rassegnato, rasserenato,
e bagnando le mie guance esangui
d'una pioggia lieve di primavera.
Fate infine che l'iride mia
riposi in quella di chi amata m'ama.

Luce dei miei occhi, sarai allora
per sempre accesa — fiamma
della luce di chi m'ha amato, e m'ama.


A P. C.
Marianna Piani
Milano, 5 Aprile 2016

venerdì 3 febbraio 2017

"The Black Swan" di Randall Jarrell


Vi propongo oggi un autore americano non notissimo da noi, Randall Jarrell (1914–1965), un poeta e scrittore di grande sensibilità e talento.
Ho selezionato questa poesia in particolare, perché mi sta molto a cuore, ricordandomi la sorella che ho perduto anni fa; non per la sua morte ma perché improvvisamente se ne è andata lontano, e ha tagliato ogni comunicazione con me e con ciò che rimane della nostra famiglia.
È una lunga storia, per me dolorosa, su cui non intendo tornare ora, ma quando una persona molto amata si allontana da noi - qualunque ne sia il motivo - in modo così drastico e definitivo, i sentimenti che si provano sono probabilmente peggiori che si trattasse di morte, perché si rimane soli, tagliati fuori, angosciati da sensi di colpa terribili, e non si ha neppure la "consolazione" di elaborare un vero lutto. Continuiamo ad attendere, a illuderci, per anni, non riusciamo a distaccarci mai del tutto dal nostro passato "ingombro" di questa persona. Nessuno in realtà ci è accsnto in questo, né cerca di rincuorarci, né piange con noi. La solitudine è davvero totale e disperata.
Questa poesia, venata di una tesissima malinconia, parla di sorellanza in un modo così sincero, tenero e diperato che la prima volta che la lessi non potei trattenere il pianto:

"And «Sleep, little sister,» the swan all sang
From the moon and stars and frogs of the floor."
Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore.
Se desiderate conoscere qualcosa di più su Randal Jarrell e la sua opera, vi rimando a questo sommario (in inglese) - molto ben fatto - su Poetry Foundation, la mia piccola miniera d'oro.


Randal Jarrell

The Black Swan

When the swans turned my sister into a swan
I would go to the lake, at night, from milking:
The sun would look out through the reeds like a swan,
A swan's red beak; and the beak would open
And inside there was darkness, the stars and the moon.

Out on the lake, a girl would laugh.
«Sister, here is your porridge, sister,»
I would call; and the reeds would whisper,
«Go to sleep, go to sleep, little swan.»
My legs were all hard and webbed, and the silky

Hairs of my wings sank away like stars
In the ripples that ran in and out of the reeds:
I heard through the lap and hiss of water
Someone's «Sister . . . sister,» far away on the shore,
And then as I opened my beak to answer

I heard my harsh laugh go out to the shore
And saw - saw at last, swimming up from the green
Low mounds of the lake, the white stone swans:
The white, named swans . . . «It is all a dream,»
I whispered, and reached from the down of the pallet

To the lap and hiss of the floor.
And «Sleep, little sister,» the swan all sang
From the moon and stars and frogs of the floor.
But the swan my sister called, «Sleep at last, little sister,»
And stroked all night, with a black wing, my wings.


Randall Jarrell



Il cigno nero
Quando i cigni mutaron mia sorella in uno di loro
io m'ero recato al lago, dopo la mungitura:
il sole occhieggiava da in mezzo alle canne come un cigno,
il rosso becco d'un cigno; e il becco si spalancava
aprendo al suo interno la tenebra, e la luna, e le stelle.

Al largo, in mezzo al lago, una fanciulla rideva.
«Sorella, eccola qui la tua colazione, sorella»
chiamavo; e le canne mormoravano piano piano,
«Fai la nanna, mio piccolo cigno, fai la nanna.»
Le mie gambe si facevano rigide, i piedi palmati,

e le piume di seta delle mie ali sprofondavano
come stelle nell'acqua che s'increspava tra le canne:
udii, tra lo sciabordio e il sussurro dell'acqua, qualcuno
chiamare «Sorella . . . Sorella», lontano dalla riva,
e allora, come aprii il becco per la risposta

udii l'aspro mio verso che raggiungeva la riva
e vidi - vidi infine giungere flottando dalle verdi
basse dune del lago, cigni bianchi come pietra:
candidi, e degni del loro nome. «È solo un sogno,»
sussurrai, e toccai dal colmo del mio giaciglio

il fruscio e il gorgoglio del fondo. E allora
«Dormi, sorellina, dormi" cantarono tutti i cigni
dalla luna, dalle stelle, e le rane del fondo.
Ma la sorella-cigno mi chiamò: «Dormi allora, sorellina»
e carezzò tutta notte le mie ali con l'ala sua nera.



Randall Jarrell
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 30 Gennaio 2017
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mercoledì 1 febbraio 2017

Era un paguro

Amiche care, amici,

permettetemi una digressione "scientifica" proprio nel cuore della mia infanzia.


Mamma e papà mi portavano al mare (non papà veramente, lui lavorava praticamente sempre, senza ferie, come me oggi), in qualche spiaggia del nordest, ricordo nell'ordine di tempo Lignano, Grado (patria di Biagio Marin, sommo poeta "dialettale"), Jesolo, Caorle...
Certo, Trieste, la città dove vivevamo, è sul mare, e difatti era in quel mare che passavo la maggior parte delle estati, da Giugno all'inizio Settembre, agli stabilimenti a pochi passi da casa; ma quella triestina è una costa rocciosa, e la mia mamma, che aveva sangue veneziano nelle vene, adorava la laguna e le spiagge sabbiose. Per me andave bene ugualmente, mare era qui, mare era là, e a me piaceva il mare in sé, la "cornice" mi interessava relativamente.
Agli Stabilimenti triestini che frequentavo (si chiamavano e si chiamano tutt'ora "Ausonia") il mare era subito "profondo" (non si "toccava", non era la fossa delle Marianne!) e occorreva saper nuotare bene per poterlo apprezzare. Cosa che io, per fortuna, avevo appreso assai precocemente, da foto che ho conservato si capisce che già a cinque anni nuotavo come una piccola otaria, consumando le mie inesauribili energie infantili tra starnazzamenti, tuffi, nuotate a perdifiato.
Verso metà luglio mamma dunque si concedeva una pausa e ci portava in un luogo di spiaggia-spiaggia, come quelli sopra accennati.
Qui non avevo la compagnia di amichette e amichetti che avevo vicino casa, ma la solitudine per fortuna non mi ha mai spaventata, e mi dedicavo a giochi più riflessivi e attenti al mondo intorno.

Tra le altre cose, tra un castello di sabbia mal riuscito, qualche stentata pista di palline e qualche corsa a perdifiato nell'acqua bassa, coltivavo un interesse quasi morboso per la microfauna che trovavo ai miei piedi, sul bagnasciuga e sul tratto di basso fondale che potevo esplorare a mio piacimento per tutta la giornata.
La mamma mi lasciava fare, anche se cercava disperatamente di equilibrare l'esposizione al sole, e di conseguenza il colore della mia pelle, imponendomi di quando in quando noiose sessioni sul materassino a pancia all'aria o stazionamenti, più graditi, sotto l'obrellone in compagnia di un libro o di un quaderno(io, sempre uguale a oggi). Sforzi inutili, perché io comunque rientravo dalla vacanza più simile a una tartarughina che a una bambina, nera come una mulatta e spellata sulla schiena, bianca o quasi davanti. All'epoca il reggiseno era ancora un accessorio lontano dalla mia mente, per cui somigliavo a un ragazzino scapicollato, in quella particolare livrea estiva, se non fosse stato per il mio vezzoso costumino color lampone.
Ma di questo non mi curavo, invece la mia occupazione preferita era quella di disturbare i poveri animaletti acquatici intenti alla loro quotidianità e per nulla contenti che una bambina screanzata venisse a rovesciare il loro habitat e magari li tirasse fuori dall'acqua per "studiarli". Piccoli granchi, molluschi, rare stelle di mare, piccole meduse che parevano astronavi (ma che era vietato avvicinare, pena dolorosi incidenti), lamellibranchi, gasteropodi, piccoli crostacei guizzanti. C'era molta vita in quel francobollo d'acqua. Ma le creature che forse più mi affascinavano erano i paguri, forse per la loro goffa andatura saltellante sul fondo, forse per il loro aspetto di minuscoli innocui mostri marini, forse perché, data la loro abitudine di catturare conchiglie vuote per rivestirsene e di cambiare involucro man mano che il loro corpo cresceva, non ve n'era uno uguale all'altro, in una varietà incredibile di forme, dimensioni e colori.

La composizione che segue è, semplicemente, un ricordo affettuoso di quei tempi.

Lo condivido con voi, amiche dilette e amici, con amore (e un po' di nostalgia)

M.P.







Era un Paguro


E
ra un paguro...
Avevo appreso quel nome curioso
da un libro illustrato, trovato
tra gli scaffali della biblioteca
di casa, un pò defilato,
lì, tra i testi di scienza.

Sebbene fossi forse
non più che decenne, sapevo:
sapevo chi fosse quella creatura
non più grande d'un ragno
che trascinava il suo fardello
sul fondo, tra sbuffi di sabbia

e fili d'alga fluttuanti;
e a ogni onda, poiché
l'avevo disturbato, la corrente
lo catturava, lo sospingeva in avanti
e poi all'indietro, e poi ancora - come
in una danza estenuata.

Sapevo il suo nome, e quel tanto
della sua vita, regolata
da un destino immutato, tanto
da esserne fiera, e più ancora
da non averne per nulla
ribrezzo o paura.

Per quest'esserino trafelato
i miei piedi di ragazzina,
per materna concessione
già le unghie ornate di smalto
come purpuree perline,
erano terrificanti colossi.

A ogni passo, che sollevava
vortici torbidi di sabbia dal fondo,
la creatura sobbalzava e fuggiva
come poteva, zampettando
all'impazzata e protendendo a difesa
la sua unica minuscola chela.

Più che fuggire,
pareva voler preservare
la propria preziosa conchiglia,
piccola guglia mirabilmente ritorta
in quella forma sapiente e perfetta
che rifletteva la geometria

dell'intero creato:
infinita spirale centrifuga
che ci trascina da sempre
al nostro eterno destino di nulla.
Dal centro, all'estremo confine,
dove la luce e il tempo s'annulla.

Ma allora tutto ciò non conoscevo,
correvo, sguazzando nell'onde
dietro un esserino brutto e gentile
che trascinava con sé l'universo,
senza saperlo, lui e io, e ridevo,
felice della mia intrepida infanzia.

Felice della mia illimitata
sapienza: ...era un paguro.



Marianna Piani
Milano, 12 maggio 2016
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