«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 29 gennaio 2017

"Nevertheless" di Marianne Moore




Amiche care, amici,

vi propongo ancora una poesia, molto molto bella a mio avviso, e davvero tipica del suo stile - di Marianne Moore (St.Louis 1887 - New York 1972).

Come ho avuto modo di accennare in altri interventi su queste pagine, la traduzione, quando non ha una funzione di puro e semplice "servizio" nei confronti di lettori che altrimenti non potrebbero accedere alla voce dell'Autore nella sua lingua originale, è un fondamentale strumento per comprendere, studiare e partecipare dell'emozione e del gesto creativo dell'autore.

Ricordo una mia visita al Louvre, qualche tempo fa, e a come mi colpì incontrare, in diverse gallerie, numerosi giovani artisti (tra l'altro in gran parte ragazze e donne) intenti a ricopiare sulla tela o sul proprio sketchbook alcune opere di grandi Maestri. Ovviamente non si trattava di copie con finalità di mercato (o meno ancora di falsificazione!), ma soltanto di studio, di riproduzione di quei disegni e di quei colori per meglio afferrarne la grandezza, i dettagli, le sottigliezze tecniche, il metodo e l'impianto d'esecuzione.
Ecco, proprio questo è lo spirito con cui io mi accosto ad ogni traduzione, quella dell'allieva d'accademia, o della semplice appassionata, che cerca di decodificare il linguaggio segreto emotivo e creativo di un grande autore. A volta ci si trova davanti ad un acquerello fresco e luminoso, a volte un dipinto a olio cupo e denso, a volte a un semplice schizzo a carboncino. Ma in ogni caso l'impegno è lo stesso: vi possono essere maggiori o minori difficoltà tecniche, ma la difficoltà non risiede nella tecnica, quella dovrebbe essere data per scontata. La difficoltà è quella di riuscire non a riptodurre o copiare, ma a individuare e interpretare il "segno" autentico dell'autore, quel qualcosa di impalpabile, segreto, indefinibile ma evidentissimo e riconoscibile che fa di ogni grande autore un unicum, quel qualcosa che fa precisamente la sua grandezza e lo distingue nettamente dalla massa dei mediocri, dei mestieranti e dei dilettanti. Quel qualcosa che rende l'opera universale e senza tempo e che consente di renderla viva per sempre.


In questa splendida ed elegante lirica si trovano molti dei caratteri di unicità di Marianne Moore, in particolare la sua predilezione per la descrizione, precisa fino alla illustrazione scientifica, degli elementi naturali, in particolare piante ed animali. Agli animali, spesso definiti addirittura con i loro nomi scientifici, sono dedicate numerose delle sue composizioni.
Il suo canto rimane sempre complesso e a volte audacemente enigmatico, ma sempre dotato di una straordinaria musicalità ed armonia.

Vi lascio, amiche dilette e amici, come di consueto alla lettura, con amore.

M.P.


Marianne Moore




Nevertheless
you've seen a strawberry
    that's had a struggle; yet
    was, where the fragments met,

a hedgehog or a star-
    fish for the multitude
    of seeds. What better food

than apple seeds - the fruit
    within the fruit - locked in
    like counter-curved twin

hazel-nuts? Frost that kills
    the little rubber-plant -
    leaves of kok-saghyz-stalks, can't

harm the roots; they still grow
    in frozen ground. Once where
    there was a prickley-pear -

leaf clinging to a barbed wire,
    a root shot down to grow
    in earth two feet below;

as carrots form mandrakes
    or a ram's-horn root some-
    times. Victory won't come

to me unless I go
    to it; a grape-tendril
    ties a knot in knots till

knotted thirty times, - so
    the bound twig that's under-
    gone and over-gone, can't stir.

The weak overcomes its
    menace, the strong over-
    comes itself. What is there

like fortitude! What sap
    went through that little thread
    to make the cherry red!


Marianne Moore (1944)





Tuttavia


hai veduto una fragola
    reduce dalla sua battaglia ; c'era,
    laddove si raccoglievano i suoi pezzetti,

come un riccio o una stella
    di mare, per qual era la copia
    di semi sparsi. Quale nutrimento migliore

dei semi di mela - frutti
    dentro il frutto - racchiusi come
    coppie di gemelle nocciole strette

spalla a spalla? Il gelo, che uccide
    le piccole foglie gommose
    del tarassaco dente-di-leone, non può

danneggiarne le radici; quelle si sviluppano
    anche nel terreno ghiacciato. Una volta,
    dov'era una foglia di fico d'india aggrappata

al filo spinato, spuntò
    una radice che penetrò due piedi
    sotto terra;

così le carote a volte generano mandragole,
    o radici in forma di corna di cervo.
    Non mi verrà alcuna conquista

se non sarò io ad afferrarla;
    un viticcio dell'uva
    avviluppa nodi su nodi finché

non si sia annodato trenta volte, così
    che il ramo ormai legato sopra e sotto,
    sopraffatto, non possa muoversi più.

Ciò ch'è fragile sconfigge così
    la sua minaccia, ciò ch'è forte
    sconfigge sé stesso. Che vale più

della saldezza? Quale linfa è risalita
    lungo quell'esile stelo
    per rendere rossa la rossa ciliegia?


Marianne Moore
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 28 Gennaio 2017
.

venerdì 27 gennaio 2017

Simmetria e Vergogna



I mostri sono più vicini a noi di quanto possiamo pensare.

Era un settembre come tanti, alcuni anni fa.
Abitavo a quel tempo a Monaco di Baviera, una città che avevo iniziato a frequentare per lavoro alcuni mesi prima, e di cui prontamente mi innamorai. Venendo da Milano, in cui mi ero trapiantata già da alcuni anni, mi pareva più un grosso villaggio tirolese che la grande metropoli europea che era, anche se sapevo bene che quanto ad abitanti ed estensione poteva essere avvicinata proprio a Milano, se escludiamo la cintura dell’hinterland.

Pulita, estrememente ordinata, dotata di uno dei più efficienti sistemi di trasporto pubblico che abbia mai incontrato in giro nel mondo, non soffriva nemmeno lontanamente dei problemi di traffico cui siamo assuefatti in Italia. Un sistema di metropolitana esteso e ramificato, una rete di mezzi di superficie veloce e confortevole, e in più una delle più diffuse - e frequentate — piste ciclabili che abbia mai visto. Non c’era da meravigliarsi se il traffico veicolare per tutto l’anno assomigliava a quello che abbiamo a Milano in Agosto, io stessa, che viaggiavo tra Italia e Germania in automobile, via Brennero, quando arrivavo trovavo un parcheggio vicino casa, e da quel momento potevo dimenticarmi della macchina per tutto il periodo del soggiorno.
Abitavo in un piccolo appartamento accanto alla sponda est dell’Isar, a pochi minuti a piedi dal Centro Storico. Mi bastava attraversare qualche centinaia di metri di parco, un ponte, e poi sbrigarmi tra le viuzze strette che, a raggera, conducevano alla piazza del Viktualienmarkt, la “piazza del mercato”, cuore, anzi, ventre pulsante (di birra) della città.

Munchen, Marienplatz

Da qui in un attimo si era a Marienplatz, la piazza centrale, proprio sotto il Municipio.
I bavaresi di Monaco sono chiassosi ma gentili, creativi e anche un po’ sballati, ma ordinati, istintivamente disciplinati. Hanno la curiosa idea che tutti al mondo parlino tedesco, per cui sgranavano gli occhi di fronte al mio impacciatissimo tentativo di spiccicare qualche frase compiuta, ma erano molto pazienti, e anche se erano sempre restii ad ammetterlo (non ho mai capito perché) la maggiornaza di loro era in grado di conversare, o almeno di comprendere bene, l’inglese. Per cui non ebbi mai problemi autentici di integrazione linguistica.
La città, specialmente il suo centro, mi offriva uno spettacolo di opulenza quasi inimmaginabile da noi, ma in qualche modo discreta, non esibita e pacchiana, quasi alla mano, familiare. Anche senza essere milionari ci si poteva aggirare con disinvoltura tra vetrine cariche di ogni bendidio, senza sentirsi aggrediti o umiliati dalla ricchezza, come può invece capitare in certe vie centrali a Milano o a Roma. La sensazione è che a nessuno importi di te, di come sei, ma nello stesso tempo che tutti abbiano a cuore la tua esistenza, proprio esattamente l’opposto di ciò che accade ad esempio a Milano, dove tutti sembrano attentissimi alla tua apparenza, a cosa indossi, a se sei figa o meno, e nello stesso tempo a nessuno importa nulla della tua persona, come se fossi trasparente di fronte ai loro diretti e immediati interessi.

Insomma, io mi ero davvero innamorata di quella città e dei suoi abitanti, tanto che avevo seriamente accarezzato a lungo l’idea di trasferirmici definitivamente. Purtroppo non ci furono le condizioni, e dovetti rinunciare all’idea.
Ad ogni modo, a quel tempo era da diversi mesi che frequentavo e vivevo la città, e mi ci trovavo, se posso dire, come un topo nel formaggio. Mi ero presto fatta la mia rete di conoscenze e amicizie (lavoravo in uno Studio di produzione, e i “colleghi” erano solo in parte tedeschi, la compagnia era cosmopolita, la lingua comune era l’Inglese, e non ero nemmeno l’unica Italiana) e anche un “piccolo grande amore”, (destinato a non durare, ma allora non lo sapevo), una ragazza danese, bionda in modo quasi inverosimile e con le efelidi che le conferivano un aspetto irresistibilmente sexy, almeno per me.

Devo dire che fin dal mio arrivo, da mezza ebrea quale sono, sapevo bene di essere capitata nel luogo in cui Adolf Hitler iniziò la sua funesta ascesa, e sapevo altrettanto bene di essere a pochi chilometri di distanza da uno dei più famigerati Campi di Sterminio, anzi, in qualche modo il capostipite di tutti i Campi di Sterminio Nazisti.
Mi colpiva l’immenso, quasi insostenibile contrasto tra questo scenario di quieta tolleranza e di ordinata bellezza e questi fatti storici inoppugnabili. Come aveva potuto una Civiltà così alta, all’epoca certamente tra le prime e più fiorenti culture d’Europa, generare un simile mostro, che in pochi anni aveva prodotto forse la più sanguinosa guerra e il più insensato massacro di innocenti che la Storia ricordi? Questo per me rimaneva, e rimane tutt’ora, un incomprensibile mistero.

Non avendo mai avuto l’occasione di visitare uno di questi luoghi sinistramente famosi, mi ripromettevo di farlo appena possibile. Infatti si dice che una cosa è sentirne parlare, leggere sui libri, vedere testimonianze fotografiche o cinematogafiche, tutt’altra cosa è toccare con mano, fisicamente, quei ricordi, quei muri, quei selciati, e sentirsi personalmente, fisicamente, dentro quelle strutture.
Come capita sempre, il tempo scorre assai più veloce delle proprie intenzioni, e solo molto dopo decisi finalmente che era giunta l’occasione di farla, quell’escursione. Era dunque Settembre, come dicevo, un bel Settembre bavarese, con un cielo velato ma chiaro, e a squarci sereno. La mia amica si offrì di accompagnarmi. Lei c’era già stata, tempo prima, e mi disse che non sono luoghi quelli che è bene visitare da soli, e che occorreva farlo con qualcuno che ci ami e sostenga. Io pensavo che esagerasse, o che fosse un modo carino per dire che mi voleva bene, ma dovetti presto ricredermi e comprendere quanto in ciò ci fosse di vero.


Dachau
è un quieto villaggio di poco più di 40.000 abitanti a una ventina di chilometri a nordovest dal centro di Monaco. Appartato, ma non tanto distante da poterlo considerare come un luogo “separato” dalla vicina Grande Città. Per raggiungerlo, in macchina, si percorre una strada che si snoda tra verdi campi e lembi boschivi, pascoli di mucche e fattorie isolate, il paesaggio dolce e sonnolento che circonda la metropoli. Si devono attraversare alcuni incroci e seguire le indicazioni, ma non è difficile, e poi, come ho già detto, il traffico privato è sempre tranquillo in quelle zone.
Ai lati della via si addensa una fitta vegetazione, squarciata di quando in quando da un varco che dà sui campi, o su piccoli centri abitati, e anche questo è carattere comune a tutta la zona.
Io mi attendevo, prima o poi, di scorgere le costruzioni del Campo, di trovare un qualcosa di evidente che preavvisasse i visitatori in arrivo, un poco come se mi aspettassi di andare a visitare un santuario, con tutti gli aspetti scenografici e monumentali che ci si può aspettare da un luogo così drammatico, denso di significati storici e umani, reso sacro dal sacrificio di migliaia di anime.
Niente di tutto questo. Nulla, ma proprio nulla anticipava in alcun modo il nostro avvicinarsi alla meta. Tutte le costruzioni e le strutture sono gelosamente, potrei dire pudicamente celate dietro la vegetazione che le circonda, ed è possibile accorgersi di essere sul posto, sempre seguendo le indicazioni, solo all’ultimissimo momento.

Trovammo quindi facilmente parcheggio in un piccolo piazzale (ancora da lì non si vedeva nulla), quel giorno c’erano pochissimi visitatori, e ci incamminammo, mano nella mano. Non ero tranquilla, ero molto emozionata invece, e avevo il cuore in gola. Nonostante non avessi ancora visto nulla, quei luoghi mi trasmettevano, inconsciamente, una profonda e cupa angoscia. La mia compagna se ne avvide, e strinse di più la mano, come se volesse trattenermi da una caduta improvvisa.
Prima ancora di entrare, anzi, prima ancora di vedere fisicamente la struttura, il luogo mi suggerì una flotta di riflessioni e di pensieri. Prima di tutto il silenzio. Fino al quel punto io e Stine — il suo nome — avevamo chiacchierato di argomenti che non rammento, comunque irrilevanti, tanto per colmare il tempo del breve viaggio. Dal momento in cui scendemmo dalla vettura invece, rimanemmo in silenzio. E devo dire fin d’ora che rimanemmo in silenzio, a parte qualche minima comunicazione tra noi, per l’intera durata della visita. Non che non avessimo nulla da dire, da condividere, anzi, man mano che procedavamo ci assaliva una tempesta di emozioni e di pensieri. Ma il luogo, la sua atmosfera, era così imponente, sopra di noi, da schiacciarci, come la invisibile volta di una immensa cattedrale. Ci sentivamo oppresse e ammutolite, ancora nel vialetto di ghiaia che ci conduceva all’ingresso.
E poi, questo celarsi alla vista, dietro una vegetazione appena mossa da una brezza fredda, silenziosa anch’essa…

Silenzio e invisibilità. Prima che il luogo dell’infamia, dell’odio, della morte senza onore e senza pietà, pensavo, questo è il luogo della vergogna. Lo sapevano anche i carnefici, i progettisti stessi del mattatoio, a costruirlo così, basso, appartato, sfuggente. Una architettura della malvagità vile, sconcia, deforme, da nascondere alla vista, se non alla stessa conoscenza.
Pensavo alle forche, ai roghi, alle ghigliottine, a tutti i marchingegni di brutalità e sopraffazione dell’uomo sull’uomo nella triste storia dell’umanità, e al loro scenografico apparato, tutt’altro che defilato, anzi volto a celebrare la bestialità umana con orgoglio e folle tracotanza, nelle piazze, come un rituale macabro, una festa sanguinaria.


 Qui invece l’orrore era talmente estremo e inconcepibile che gli stessi autori, le stesse belve che freddamente li progettavano nei minimi dettagli, si sentivano inconsciamente sopraffatti dalla vergogna, e sentivano la necessità di nascondere, sprofondando nel loro stesso lordume.
Finalmente giungemmo all’ingresso, e lo varcammo.
Istintivamente ci lasciammo le mani: ci sembrò, a entrambe, senza forse neanche formulare il pensiero in modo cosciente, che fosse poco appropriato al luogo quella piccola espansione affettiva tra di noi. Restammo vicine una all’altra, ma ciascuna chiusa nei propri pensieri, grata semplicemente di sentire accanto a sé la presenza dell’altra.


A questo punto ho un largo intervallo di vuoto della mia memoria, solitamente molto accurata, fotografica, in particolare sui dettagli e gli ambienti. Una specie di black-out, come se fossi svenuta, o se avessi iniziato a muovermi in una specie di trance, di cui non riesco a recuperare memoria.
So di aver attraversato il grande piazzale, so di aver visitato le baracche, ricostruite e restaurate dopo la guerra, con il loro allucinante arredamento, in cui è difficile, se non impossibile, inserire un essere umano vivente, con i suoi pensieri, i suoi bisogni, i suoi desideri, i suoi sogni. Qui tutto pareva progettato con diabolica precisione proprio per cancellare, prima delle vite, ogni loro parvenza di umanità: via pensieri, bisogni, desideri, sogni. Per inviare a morte quindi carcasse ormai vuote d’anima, già morte.
Ricordo tutto questo, ma lo ricordo come se me lo avessero narrato a posteriori, non come una esperienza effettivamente e direttamente vissuta. E ricordo ancora la camminata tra due filari di alberi silenziosi, accanto ai reticolati come scheletri contro un cielo che si era fatto improvvisamente del tutto grigio. E ricordo, in fondo, a sinistra, le costruzioni, simili a un assurdo chalet, che racchiudevano le camere a gas e i forni. Sapevo, per averne letto, che quegli impianti non ebbero il tempo di essere realmente e pienamente utilizzati, complici ritardi burocratici, per cui l’aria di morte che respiravo era dentro di me, non erano forse gli spettri di migliaia di vittime che gridavano pietà da quei muri.
Ciò che mi rimane, l’impressione più viva e agghiacciante che conservo dentro di me di questa visita però non è in questi dettagli, non è nemmeno nei documenti raccolti nel piccolo museo annesso che, sempre in silenzio assoluto, visitammo. E non è nella assurda e demente contabilità e burocrazia con cui i carnefici eseguivano il loro lavoro di supplizio, umiliazione e morte che qui si può letteralmente toccare con mano.


È nella SIMMETRIA.
In quella geometrica, euclidea, ossessiva, assurda simmetria che si manifesta nell’architettura pura e semplice del campo.

Un’asse principale, la base rettangolare, un viale lungo l’asse principale, due ali simmetriche di baracche, tutte secondo un “pulito” disegno rettangolare, da razionalismo bauhausiano, la grande e nuda piazza di raduno e, a capo di tutto, il corpo principale degli “uffici”, con le due ali aperte come in un sinistro abbraccio.
Tutto questo mi ricordava, in modo vivido e preciso, la simmetria altrettanto ossessiva e maniacale di un altro luogo, apparentemente del tutto diverso, opposto si direbbe, contraddistinto questo da una scenografia opulenta, squillante come una salva di trombe: parlo del castello di Nymphenburg, il cui parco amavo frequentare appena potevo, da sola o con la mia ragazza. Un luogo di una bellezza quasi idilliaca, piante e viali curatissimi, spazi immensi e angoli di inimitabile romanticismo. Eppure anch’esso era costruito attorno a questo ferreo teorema di simmetria, in modo quasi identico, salvo per le dimensioni molto più imponenti, un asse centrale che parte dal corpo principale e attraversa l’intero, estesissimo parco, distribuendo ai lati simmetriche formazioni di aiuole, prati, boschetti, ameni laghetti con cigni e paperelle.

Nymphenburger_Schloss_at_sunset — By Martin Falbisoner — Own work, CC BY-SA 3.0

La magnificenza del Potere e la sua massima celebrazione da una parte, la vergogna del massimo abrutimento possibile di vittime e carnefici dall’altra, entrambe inserite, come conficcate nella storia da una stessa sostanziale asse di simmetria, di ordine, di sopraffazione.
Concludemmo la visita, senza dire una parola, e tornammo alla nostra vetturetta che, un poco impaurita (stava avvicinandosi l’imbrunire ormai) per essere stata lasciata sola in quel luogo, ci attendeva con impazienza.

A bordo, finalmente respirammo, e ci guardammo negli occhi, altra cosa che non avevamo fatto per tutto quel tempo. Entrambe avevamo le guance segnate dalle lacrime. No, non piangevamo apertamente, ma un nodo dentro di noi si scioglieva pian piano in lacrime. Avevamo concordato che guidasse lei, al ritorno, e fu una buona decisione, forse io ero troppo scossa per fare attenzione alla strada, mentre lei la conosceva bene.
Sentii la impellente necessità di un bacio. Non fu un bacio di passione, come di solito avveniva tra noi, ma di amore, semplicemente. Di fronte a questo incomprensibile palcoscenico d’odio, avevamo sentito il bisogno di esprimere amore, ora e subito…


Vorrei concludere aggiungendo soltanto che OGGI, proprio oggi, mentre si parla apertamente di muri, di discriminazione e di torture da uno dei più autorevoli e potenti palazzi del mondo, occorre cogliere l’occasione di questa giornata seriamente, e fuori dalle liturgie ormai stanche e automatiche per esercitare davvero la nostra memoria, che è l’unica arma che abbiamo per tentare di evitare che la Ragione torni ad assopirsi, e inizi a scatenare quei mostri che pensavamo definitivamente cancellati e ridotti al silenzio, sepolti sotto miglia di detriti di Storia.
I mostri sono molto più vicini a noi di quanto avessimo mai potuto pensare. Cerchiamo di esercitare la nostra memoria per evitare almeno che errori fatali già compiuti si possano ripetere, come pare oggi purtroppo stia avvenendo.


Un abbraccio, con amore

Marianna


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mercoledì 25 gennaio 2017

Una parvenza d'arte



Amiche care, amici,

da mezz'anno ormai ho compiuto quarantatré anni.
So anche che la mia prospettiva di vita, da ora in avanti, non è lunga ormai, gran parte è ormai bruciata e sale come un sottile filo di fumo pieno di torcimenti e circonvoluzioni a perdersi nell'aria. Nel nulla.
Gran parte delle speranze, delle illusioni, si sono consumate in un lampo, senza lasciar traccia.
Ne conservo ancora poche, di illusioni. Tra queste quella che oltre me rimarrà la mia arte, e quella che la mia vita possa ancora dare all'arte nutrimento, e sostanza. Ogni giorno della mia vita nel passato, e più ancora adesso e nel futuro che mi rimane, è dedicato a questo lavoro di edificazione, indagine e conoscenza, proprio dell'arte.
È un lavoro estenuante, e anche ingrato, poiché il più delle volte non porta ad alcun risultato, a volte porta solo a scoprire alla fine l'esiguità del proprio talento, la fragilità del proprio pensiero. Per questo ho immaginato per me questo consolatorio concetto di "parvenza d'arte". Questo dà alla mia attività un senso, sganciato dal maggiore o minore talento che io possa avere. Faccio cose, semplicemente, con il disegno, da cui ricavo di che vivere, e con la scrittura, da cui ricavo un poco d'ordine mentale, e dentro queste "cose" metto me stessa, tutta la mia vita. Questo è quanto. E - forse - queste "cose" in un modo o nell'altro trasmetteranno emozione e bellezza a qualcuno, al mondo. E forse, chissà, mi sopravviveranno, per qualche tempo.
Tuttavia, neppure questa "parvenza d'arte" della mia vita può in alcun modo fermare, e nemmeno rallentare il tempo, La via percorsa si fa sempre più lunga, quella da percorrere breve…

Amiche dilette e amici, vi lascio in compagnia di queste riflessioni, come di consueto, con amore

M.P.



Una parvenza d'arte


Ebbene, l'incanto è esausto.
Discendiamo questo abisso, ora
che ormai la nostra vita
è per gran parte scorsa.

Non ci resta che qualche traccia
di quel ricordo d'anni lucenti
resi opachi della patina biancastra
che avvolge ogni cosa in cera

come una memoria persa: inutile
passare e ripassare il panno
o una parvenza d'arte:
la lucentezza è smarrita

da ogni superficie
da ogni cattedrale
da ogni storia, per sempre
da ogni presenza nostra.



Marianna Piani
Milano, 16 Maggio 2016
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lunedì 23 gennaio 2017

"It is a Spring Afternoon" di Anne Sexton


Amiche care, amici,

continuo con la mia proposta in onore della grande Poesia Americana, per rammentare come questa grande Nazione ha ben altro nelle sue vene che l'ignoranza e la tracotanza populista rappresentata dal miliardario che ora è il suo nuovo Presidente.

Come avrete visto, se avete avuto la pazienza e la voglia di seguirmi fino a qui, sono escursioni un poco casuali tra le mie letture preferite, senza una intenzione organica, ma solo delle proposte di lettura variegate e diverse una dall'altra anche in maniera profonda, tanto per rappresentare in qualche modo la grande e vasta apertura di questo paesaggio culturale, in certo modo riflesso della varietà e magnificenza propria del paesaggio naturale di queste terre.

Affronto una poetessa che mi sta particolarmente a cuore, molto nota e rinomata, Anne Sexton (1928-1974), bostoniana, per un periodo quasi una star della scena poetica americana, nota per le sue letture appassionate e molto seguite negli anni della Beat Generation, e insignita di Premio Pulitzer per la Poesia nel 1967; una donna di un fascino e di una bellezza elegante ma sensuale, quasi radiosa, diversa da quella innocente, quasi infantile, dell'altra grande maudit americana, la grande Sylvia Plath, di lei solo quattro anni più giovane.
A questa poetessa mi lega un lato biografico comune, poiché soffrì per l'intera esistenza di una forma severa di disturbo bipolare, e ebbe la vita tormentata da episodi di profonda depressione e di tentativi di suicidio. Purtroppo ai suoi tempi le cure per questo genere di patologia, in particolare gli psicofarmaci, erano ancora agli esordi, e Anne ebbe una lunga storia di ricoveri e dimissioni, che ricorda un poco la mia. Nonostante tutti questi tentativi di terapia la poetessa, nel pieno dei suoi anni fecondi, proprio come Sylvia pochi anni prima, decise di farla finita chiudendosi nell'autorimessa di casa e avviando il motore. Fu ritrovata il 4 Ottobre del 1974.
Qui una breve nota bio-bibliografica, per chi volesse.

Al di là delle vicende personali, la sua scrittura è aspra, diretta, del tutto libera da romanticismo, nella lingua d'origine si percepisce di grande armonia e scorrevolezza, ma il tono è sfuggente, spesso di difficile interpretazione, se non cercando di penetrare nelle pieghe più riposte della sua tormentata biografia. Certamente per un traduttore la conoscenza profonda della personalità dell'autore che intende tradurre è irrinunciabile, e purtroppo questo non avviene sempre, risultando così in traduzioni affrettate, approssimate, più che "infedeli"… Nel caso di Anne questo vale più che mai.

Vi lascio dunque in compagnia di Anne, con questa "canzone primaverile", che ho scelto volutamente per far risaltare, proprio in contrappunto con il tema, il suo stile aromatico, più espressionista e epico che lirico. Non propriamente una passeggiata per una "postromantica" incallita come la sottoscritta, ma di certo molto stimolante, affascinante e istruttiva.

Con amore, come sempre

M.P.


Anne Sexton


It is a Spring Afternoon


Everything here is yellow and green.
Listen to its throat, its earthskin,
the bone dry voices of the peepers
as they throb like advertisements.
The small animals of the woods
are carrying their deathmasks
into a narrow winter cave.
The scarecrow has plucked out
his two eyes like diamonds
and walked into the village.
The general and the postman
have taken off their packs.
This has all happened before
but nothing here is obsolete.
Everything here is possible.

Because of this
perhaps a young girl has laid down
her winter clothes and has casually
placed herself upon a tree limb
that hangs over a pool in the river.
She has been poured out onto the limb,
low above the houses of the fishes
as they swim in and out of her reflection
and up and down the stairs of her legs.
Her body carries clouds all the way home.
She is overlooking her watery face
in the river where blind men
come to bathe at midday.

Because of this
the ground, that winter nightmare,
has cured its sores and burst
with green birds and vitamins.
Because of this
the trees turn in their trenches
and hold up little rain cups
by their slender fingers.
Because of this
a woman stands by her stove
singing and cooking flowers.
Everything here is yellow and green.

Surely spring will allow
a girl without a stitch on
to turn softly in her sunlight
and not be afraid of her bed.
She has already counted seven
blossoms in her green green mirror.
Two rivers combine beneath her.
The face of the child wrinkles
in the water and is gone forever.
The woman is all that can be seen
in her animal loveliness.
Her cherished and obstinate skin
lies deeply under the watery tree.
Everything is altogether possible
and the blind men can also see.


by Anne Sexton
from "Love Poems" (1969)



È un pomeriggio di Primavera.

 

Tutto qui è verde, e giallo.
Ascolta le sue grida, la sua terrena pelle,
le ossute voci degli occhiuti astanti
che lampeggiano come insegne luminose.
Gli animaletti del bosco hanno ancora
indosso le loro maschere mortuarie
chiusi nelle loro anguste celle per l'inverno.
Lo spaventapasseri s'è perduto
i suoi due occhi simili a diamanti
e si s'è recato giù al villaggio.
Il generale e il postino
hanno posato i loro sacchi.
Tutto questo accadde prima
Ma nulla qui è già stato.
Qui è possibile ogni cosa.

Forse per questo una fanciulla
s'è spogliata dei vestiti dell'Inverno
e senz'ombra di malizia s'è appoggiata
sopra un ramo che sovrasta
una pigra ansa del torrente.
Si è sporta da quel ramo,
proprio sopra i rifugi di quei pesci
che ora guizzano tutto attorno al suo riflesso
e su e giù per le lunghe rampe delle gambe.
Il suo corpo si porta dietro nubi fino a casa.
Il suo volto d'acque ora s'affaccia
sulla riva dove alcuni maschi non vedenti
vengono a bagnarsi il mezzodì.

Per questo il terreno, da quest'incubo d'inverno,
ha curato le sue piaghe, ed è esploso
di uccelli, verde e vitamine.
Per questo
gli alberi si rigirano nei loro solchi
reggendo sui sottili rami minuscole tazzine
d'acqua piovana. Per questo
una donna sosta accanto alla sua stufa
canterellando e cuocendo fiori.
Ogni cosa qui è gialla, e verde.

Certamente Primavera concederà che una ragazza
senza neanche un cencio addosso, nuda
si rigiri mollemente sotto il sole
dentro quel suo letto, senza timore.
Ella ha già contato fino a sette
i bocciòli nel suo verde specchio d'erba.
Due fiumi confluiscono proprio lì sotto.
Il volto di bambina s'increspa
in quell'acqua, e svanisce via.
La donna è tutto ciò che visibile rimane
nella sua animalesca grazia.
La sua pelle lieve come seta — e ostinata —
giace profonda sotto la grande pianta d'acqua.
Tutto è possibile del tutto,
e i non vedenti possono anche vedere.




Anne Sexton
(Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 21 Gennaio 2017)
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sabato 21 gennaio 2017

Memorie d'una giovane cercatrice di pietre



Amiche care, amici,

da ragazzina per qualche tempo mi sono dilettata nella raccolta di fossili e cristalli.


È curioso, visto che il mio destino mi avrebbe portata apparentemente lontana da questo, come nella mia prima giovinezza fossi attratta dalle discipline scientifiche (e in particolare da quelle naturalistiche, oltre che dall'astronomia) molto più che da quelle umanistiche. Forse perché la parte artistica - che avevo sicuramente ereditato da mia madre - era quasi scontata per me, e la vivevo come una ricreazione, un piacere, una cosa del tutto spontanea, e quindi non un vero impegno, meno ancora una prospettiva di lavoro per il futuro: disegnavo - e scrivevo - perché non ne potevo fare a meno, così come respiravo, e non ero affatto cosciente di possedere un qualche talento. Invece la parte scientifica, questa dovuta probabilmente all'influenza di papà - ingegnere - e delle sue letture - ho avuto sotto gli occhi lo Scientific American, cui era abbonato, fin dalla primissima infanzia - rappresentava il mondo che si apriva ai miei occhi con i suoi tesori, i suoi misteri, i suoi straordinari prodigi. Mi incuriosiva ogni fenomeno, ogni nozione, e ne ero avida.

Ora so che scienza e arte sono strettamente imparentati, e quindi non è affatto strano, né raro, che un artista si interessi anche attivamente di scienza, e viceversa.
E ora so che la ricerca, in campo artistico, non è diversa né meno impegnativa né meno produttiva per la conoscenza di quella scientifica... E che anche la Poesia, la vera Poesia, è ricerca di Verità.

Vi lascio a questo piccolo ritaglio di memoria, a mezza strada tra infanzia e giovinezza, quando la mia mente si formava alla conoscenza della bellezza e della sraordinarietà della vita.
Con amore
M.P. 



Memorie d'una giovane cercatrice di pietre

Raggiunsi la meta, alla fine
del lungo sentiero in aspra salita
che era già oltre l'alba, e il sole
iniziava a scrocchiare sui sassi
come i giovani anni sulla mia vita.
M'inoltrai da sola nel ghiaione.

In basso la valle, ancora sopita,
si sarebbe presto gremita
di mille minuscole vite, così
insignificanti qual era la mia,
finché non fossi qui risalita,
più prossima al cielo, e a una fine.

I miei passi erano incerti, quasi
dolenti, in mezzo ai sassi
malfermi, spaccati, taglienti.
Indossavo scarpe troppo leggere
per quell'infido deserto, forse
mi sanguinava già un piede.

Ma l'anima mia non percepiva
quel dolore, acuto ma soffocato
dal percolare d'un tormento
più urgente nel più segreto
riposto della mia mente.
Invece, fissavo incantata le pietre:

una a una, senza trascurare
nessuna, e ne raccoglievo
qualcuna che per qualche motivo
era diversa, e poi con un martelletto
d'acciaio tentavo di rivelarne
il contenuto segreto, invano

il più delle volte, era soltanto
grigia arenaria, compatta; ma
una su cento apriva uno scrigno
prezioso, sempre inatteso, che
davanti a me vedeva la luce
dopo millenni di tenebra cupa.

Poteva essere un'inclusione
luccicante di quarzo, oppure
assai più rara e splendente
una cavità d'ametista,
viola intenso come il tuo sguardo
più intenso e appassionato.

Oppure, annunciata da un'indizio
percepibile appena, emergeva
la meraviglia d'una perfetta
conchiglia, mutata in cristallo
da milioni di anni di lento
spietato disfacimento.

Cercavo, nel crudo mattino
ancora gelato da un'alito
di tramontana notturna, lì in quota,
cercavo, e una volta su cento
trovavo in quelle pietre sbiancate
un intero universo stellato.

Cercavo, e da quel che trovavo
la mia giovane mente apprendeva
il senso del tempo che erode i corpi,
le rocce più dure, tenaci,
ne consuma l'essenza, e le muta
in luce, come i frammenti di un astro.

Fu quella la mia scuola, lo so ora.
Ora le pietre che cerco ostinata
una per una, e che spacco
sperando ne scaturisca un tesoro,
sono parole: pietrificate parole,
poco prima che l'alba le riveli al sole.



Marianna Piani
Milano, 10 Maggio 2016
.

venerdì 20 gennaio 2017

"Let America Be America Again" di Langston Hughes



Amiche care, amici,

in qualche modo è una data storica questo 20 Gennaio: dopo una affannosa campagna elettorale, inquinata da una serie di offese e di violazioni non solo di una prassi consolidata per un pacifico e democratico avvicendamento, ma anche della stessa concezione, dei fondamenti di una Società Libera e Democratica quale siamo stati abituati, nelle sue luci e nelle sue ombre, a considerare questa grande Nazione, in questa data l'individuo che il meccanismo di voto ha designato prende ufficialmente e definitivamente il posto di comando ancora più rilevante del Pianeta.
La Democrazia parla una sola lingua, e quindi non c'è nulla da poter fare, per quanto pericoloso ed esiziale possiamo percepire questo passaggio, se non far sentire — democraticamente, ma con forza — tutto il nostro dissenso e la nostra opposizione, nella speranza che i meccanismi democratici (come è accaduto diverse volte in passato nella Storia) non si inceppino definitivamente.

Questo individuo ha basato la sua Campagna su uno slogan, "Make America Great Again", che è straordinariamente efficace, proprio nella sintesi perfetta che propone di questo populismo revanscista e potenzialmente totalitario.

Una mia carissima amica americana, poetessa, scrittrice e avvocato, Anna B. mi ha inviato qualche giorno fa una stupenda, ampia poesia di uno dei più grandi poeti americani di colore, Langston Hughes (1902—1967) che ho già introdotto la scorsa settimana pubblicando una sua lirica su queste stesse pagine.

Questa composizione è secondo me la migliore risposta possibile a quello slogan, con un titolo che da solo già dice tutto:
 
"Let America Be America Again"
Non "Great" quindi,  facciamo invece sì che l'America torni (al più presto) alle sue più autentiche radici, ai Padri Fondatori, a Lincoln, a Jefferson, a Benjamin Franklin, alla Grande Costituzione Americana.
Facciamo che l'America torni ad essere il sogno e il modello che è stato in tutta la sua storia, il sogno di Libertà e di Uguaglianza cui le Genti di tutto il mondo da sempre si ispirano.

Ho trovato impressionante, leggendo questo testo, scritto nel tono della orazione religiosa, quasi anticipatoria di quelle di Martin Luther kung (di cui, ironia della sorte, pochi giorni fa è stata onorato l'anniversario della nascita), come quasi ogni singolo verso di questa lunga e complessa composizione (85 versi) rappresenti a decenni e decenni di distanza una risposta forte, viva, puntuale, accurata a ogni singolo punto della "piattaforma" del "nuovo potere" che in queste ore si sta insediando, sperando di portare indietro l'orologio della Storia di quegli stessi decenni e decenni.

Ma quello che più conta, in questa sentita, appassionata perorazione, è l'incoraggiamento, l'esortazione appassionata, anzi il richiamo all'obbligo per tutti noi di non lasciarsi scoraggiare, di continuare a lottare, perché nulla delle conquiste passate possa essere perduto, e perché, anzi, occorre continuare a procedere sulla strada tracciata:

I say it plain,
America never was America to me,
And yet I swear this oath —
America will be!
Amiche dilette, amici, grazie di essermi accanto, vi voglio bene.

God Save America!

Con amore
M.P.


(PS: Eccezionalmente pubblico questo testo in contemporanea anche su MEDIUM)


Langston Hughes



Let America Be America Again


Let America be America again.
Let it be the dream it used to be.
Let it be the pioneer on the plain
Seeking a home where he himself is free.

(America never was America to me.)

Let America be the dream the dreamers dreamed —
Let it be that great strong land of love
Where never kings connive nor tyrants scheme
That any man be crushed by one above.

(It never was America to me.)

O, let my land be a land where Liberty
Is crowned with no false patriotic wreath,
But opportunity is real, and life is free,
Equality is in the air we breathe.

(There’s never been equality for me,
Nor freedom in this “homeland of the free.”)

Say, who are you that mumbles in the dark?
And who are you that draws your veil across the stars?

I am the poor white, fooled and pushed apart,
I am the Negro bearing slavery’s scars.
I am the red man driven from the land,
I am the immigrant clutching the hope I seek —
And finding only the same old stupid plan
Of dog eat dog, of mighty crush the weak.

I am the young man, full of strength and hope,
Tangled in that ancient endless chain
Of profit, power, gain, of grab the land!
Of grab the gold! Of grab the ways of satisfying need!
Of work the men! Of take the pay!
Of owning everything for one’s own greed!

I am the farmer, bondsman to the soil.
I am the worker sold to the machine.
I am the Negro, servant to you all.
I am the people, humble, hungry, mean —
Hungry yet today despite the dream.
Beaten yet today — O, Pioneers!
I am the man who never got ahead,
The poorest worker bartered through the years.

Yet I’m the one who dreamt our basic dream
In the Old World while still a serf of kings,
Who dreamt a dream so strong, so brave, so true,
That even yet its mighty daring sings
In every brick and stone, in every furrow turned
That’s made America the land it has become.
O, I’m the man who sailed those early seas
In search of what I meant to be my home —
For I’m the one who left dark Ireland’s shore,
And Poland’s plain, and England’s grassy lea,
And torn from Black Africa’s strand I came
To build a “homeland of the free.”

The free?

Who said the free?  Not me?
Surely not me?  The millions on relief today?
The millions shot down when we strike?
The millions who have nothing for our pay?
For all the dreams we’ve dreamed
And all the songs we’ve sung
And all the hopes we’ve held
And all the flags we’ve hung,
The millions who have nothing for our pay —
Except the dream that’s almost dead today.

O, let America be America again —
The land that never has been yet —
And yet must be — the land where every man is free.
The land that’s mine — the poor man’s, Indian’s, Negro’s, ME —
Who made America,
Whose sweat and blood, whose faith and pain,
Whose hand at the foundry, whose plow in the rain,
Must bring back our mighty dream again.

Sure, call me any ugly name you choose —
The steel of freedom does not stain.
From those who live like leeches on the people’s lives,
We must take back our land again,
America!

O, yes,
I say it plain,
America never was America to me,
And yet I swear this oath —
America will be!

Out of the rack and ruin of our gangster death,
The rape and rot of graft, and stealth, and lies,
We, the people, must redeem
The land, the mines, the plants, the rivers.
The mountains and the endless plain —
All, all the stretch of these great green states —
And make America again!

Langston Hughes (1938)




Facciamo che l'America sia l'America ancora.


Facciamo che l'America sia l'America ancora.
Facciamo che torni ad essere il sogno ch'è stato.
Facciamo ch'essa ritrovi nella prateria il pioniere
in cerca d'una magione dove trovare la propria libertà.

(L'America non fu mai America per me.)

Facciamo che l'America torni ad essere il sogno sognato
da quei visionari — facciamo che sia questa immensa solida terra d'amore
laddove mai vi dovranno attecchire regimi o regni o tiranni corrotti
né più alcun uomo sarà schiacciato da qualcuno sopra di lui.

(Questa non è mai stata l'America per me)

Oh, facciamo che il nostro Paese sia la terra dove la Libertà
è onorata senza alcuna patriottica coccarda,
ma l'opportunità si riveli reale, e libera sia la vita,
e l'Uguaglianza sia nell'aria stessa che respiriamo.

(Non vi è mai stata uguaglianza per me,
né libertà, in questa Patria della Libertà.)

Dimmi, chi sei tu che mormori nel buio?
Chi sei tu che stendi il tuo velo di traverso alle stelle?
Io sono il Bianco nella miseria, ingannato ed emarginato.
Io sono il Negro che ancora reca gli sfregi della schiavitù.
Io sono il pellerossa strappato alle sue terra,
Io sono il migrante che stringe nel pugno la propria speranza —
e ritrova soltanto il consueto stupido schema
del cane che mangia cane, del piccolo divorato da chi è più grande.

Io sono la gioventù colma di energia e speranza,
impastoiata in questa antica perpetua catena
di profitto, potere, guadagno, occupazione di terre!
Di conquistar l'oro! Di cogliere ogni occasione per saziare i bisogni!
Dell'uomo al lavoro! Del giorno di paga!
Del possedere tutto per la brama di avere!

Io sono il mezzadro asservito alla terra.
Io sono l'operaio, asservito al congegno.
Io sono il negro, il servo d'ognuno di voi.
Io sono la gente, vile, umile, violata,
offesa ancor oggi, nonostante quel sogno.
Sconfitta, ancora oggi — Oh, Pionieri!
Io sono colui che non ha mai avanzato, il miserrimo
operaio sconfitto in perpetuo, anno dopo anno.

Eppure io sono colui che ha avuto il sogno originale,
mentre nel mondo passato era ancora servo di re,
colui che ebbe un sogno così ardito, così saldo, così vero,
che ancora oggi intona la sua immensa audacia
in ogni pietra o mattone, in ogni solco tracciato,
colui che ha fatto l'America la Nazione che è diventata.
Oh, io sono l'uomo che ha navigato quei primi oceani
in cerca di ciò che sarebbe divenuta sua patria —
perché io sono colui che ha lasciato le scure rive d'Irlanda,
e le pianure della Polonia, e le brughiere di Britannia,
e sono quell'uomo che è stato strappato dai lidi dell'Africa Nera
per venire a edificare questa "Patria della Libertà".

La Libertà?

Chi ha parlato di Libertà? Non io?
Davvero non io? Tutti i milioni tra noi oggi licenziati?
I milioni tra noi abbattuti mentre manifestiamo?
I milioni di noi che non hanno alcuno stipendio?
Per tutti i sogni che abbiamo sognato
e tutti i canti che abbiamo cantato
e tutte le speranze che abbiamo abbracciato
e tutte le bandiere che abbiamo innalzato,
tutti i milioni di noi che non hanno alcun compenso —
se non quel sogno che è ormai quasi spento.

Oh, facciamo che l'America sia l'America ancora —
la terra che ancora non è mai stata —
e pure ha da essere infine — la terra dov'è libero ogni Uomo,
la mia terra, la terra del povero, dell'Indiano, del Negro, la MIA —
Chi ha fatto l'America
del suo sudore e del suo sangue, della sua fede e dolore,
delle sue braccia in fonderia, del suo aratro sotto la pioggia,
deve riportarci qui il nostro sogno, di nuovo.

Certo, chiamatemi pure con ogni epiteto vi pare —
l'acciaio della libertà non si macchia e non s'intacca.
Dalle mani di coloro che vivono come cimici sulla vita di altri,
dobbiamo riprenderci indietro la nostra terra,
l'America.

Oh, sì,

chiaro e forte lo dico,
l'America non è mai stata America per me,
eppure, lo giuro su Dio —
America sarà.

Via dalle mafie, e dalla vergogna della morte nostra criminale,
dallo stupro e marciume della corruzione, e dalla truffa, dalla
menzogna e dalla coazione, noi, la gente, dobbiamo riscattare
le terre, le miniere, e i campi, e i fiumi.
E le montagne e le sterminate pianure —
tutto; per tutto l'estendersi di questi Stati fecondi,
e fare l'America ancora, di nuovo!


Langston Hughes
(Versione Italiana di Marianna Piani - Milano 20 Gennaio 2017)
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mercoledì 18 gennaio 2017

Barra a nordovest


Amiche care, amici,

questa breve composizione mi è nata di getto, praticamente senza sforzo, durante un viaggio in treno dalla "mia" Trieste alla (altrettanto "mia" ormai) Milano.
Alla prima stesura mi parve ben riuscita, cosa - credetemi - rara, e ora che la rileggo a distanza di tempo sento di amarla ancora, tanto che non ho sentito la necessità di apportare che pochissimi aggiustamenti e correzioni, tutti di poco rilievo.
Naturalmente si tratta di una predilezione affettiva e del tutto personale, nulla ha da vedere con un qualsiasi giudizio di valore, questo solo il lettore lo può dare. Lo scrittore può decidere solamente se un suo testo è degno di essere pubblicato. Da quel momento in poi il suo destino è tutto nelle mani dei lettori.
Tuttavia nel mio metodo di lavoro, che prevede molte fasi di revisione e di messa a punto a volte anche sostanziali, quando càpita un testo che appare all'origine quasi non modificabile senza squilibrare il suo impianto formale ed emotivo, potrebbe significare di aver raggiunto un buon risultato, almeno nei limiti del talento che la sorte mi ha concesso.

Di solito viaggio in automobile, con la mia toyotina nera, oppure (se qualcuno mi parta con sé) in motocicletta, e quando è proprio indispensabile (ne ho paurissima) ovviamente in aereo, ma è piuttosto raro che prenda il treno: ho sempre il tempo contato, e detesto il prima e il dopo (la stazione, le atese, i ritardi, i casuali compagni di viaggio invadenti o screanzati, i mezzi pubblici per arrivare a casa, la fatica di trascinare valigie, ecc.), però devo dire che il treno, una volta a bordo, è il modo più rilassante per spostarsi, di sicuro lo è se il viaggio non dura più di cinque/sei ore - e non meno di una. Al di là di questi limiti gli svantaggi superano secondo me i vantaggi. Ma entro di essi la metafora del viaggio come mutamento personale e crescita spirituale ha la sua maggiore evidenza.


Questa composizione è il frutto, quasi il distillato, di questo viaggio e delle riflessioni che mi ha dato il modo di elaborare, dentro quel limbo spazio-temporale che è la carrozza in movimento attraverso un paesaggio che muta e si trasforma al di là del cristallo del finestrino. Una esperienza relativistica in nuce, che induce a un ozio fertile di pensiero, sempre se abbiamo la fortuna, sempre più rara, di capitare in uno scompartimento lontano da schiamazzatori e starnazzatrici da telefonino, o da dongiovanni (o pappagallli) importuni.

Rientrare dalla mia amata città natale a quella dove vivo e lavoro mi ha spinto a riflettere su come in questi miei ultimi anni ho potuto ritrovare me stessa, accettandomi finalmente per ciò che ero e sono, dopo anni di conflitto, ferite e sofferenza, prima di tutto con me stessa: diversa, disallineata, squinternata, per molti amorale… Ma assetata di vita e di bellezza…

Amiche dilette, amici, condivido dunque con voi queste riflessioni, con amore, come sempre.

M.P.






Barra a nordovest


Salpa ora, giovane navigante
dagli occhi chiari, grigi come le spume
del tuo mare, e le chiome chiare
intrise di schizzi d'onde, corrose
dal sale: salpa, tronca l'ormeggio,
l'ultimo tuo legame con l'immutabile
suolo, getta la prua del natante
diritta nell'imprevedibile mare,
vira e drizza la barra all'orizzonte,
e come hai giurato a te stesso
questa notte stessa, levando al cielo
il calice rosso d'un vino forte,
non girarti indietro, nemmeno
un'istante, non avere rimpianti,
segui la tua unica autentica sorte!

Chiudi gli occhi, mentre la prua
s'impenna, fin quasi al cielo, e poi
quasi di schianto lo scafo ricade
sulla sua scia, balzando in avanti,
come un purosangue allo sprone.
Lascia che il viso riceva i mille aghi
degli spruzzi esplosi dalla chiglia
e strappati dal vento, e con essi
ritorni il ricordo pungente
del disprezzo, dell'indifferenza
del mondo che ti condannò
senz'appello solo perché non eri
ciò che il mondo di te voleva.
Vola ora via, sfiorando le onde,
davanti a te non sia più che l'orizzonte!



Marianna Piani
Trieste–Milano, 2 Maggio 2016
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lunedì 16 gennaio 2017

"By Disposition of Angels" di Marianne Moore


Amiche care, amici,

oggi affronto un'Autore, e un'Artista, che amo molto, se non altro perché condivido con lei il nome: Marianne Moore (1887-1972), considerata una delle voci più interessanti e vigorose della letteratura americana moderna.
Per chi volesse saperne di più, consiglio la lettura di questa bella recensione di Nadia Fusini, "Marianne Moore, l'America nelle vene"

Dico "affronto" di proposito, perché si tratta di una scrittura estremamente complessa, di difficile decifrazione,  enigmatica nella sua grande e nitida efficacia rappresentativa, e spiazzante per la sua libertà formale unita a una architettura solida e rigorosa come poche. Non diversamente da grandi innovatori come Eliot e Pound, ma con un accento di grazia e precisione assolutamente - direi - femminili.


Vi sono due modi di intendere la traduzione di un testo poetico. Il primo è quello "di servizio", nel senso di fornire ai lettori non in grado (o non perfettamente in grado) di comprendere il testo nella lingua originale uno strumento per potersi avvicinare maggiormente alla sua comprensione. Si tratta di un compito delicatissimo e molto impegnativo. Contrariamente a quanto si possa pensare, questo tipo di traduzione non serve soltanto a chi non comprende del tutto la lingua dell'Autore, ma anche, e forse più ancora, a coloro che sono in grado di leggerla in modo più o meno agevole. In quel caso la "traduzione" diviene anche un aiuto alla "interpretazione" del testo, e possiamo capire perciò di quale delicatezza e responsabilità sia investito il compito del traduttore.


Il secondo è quello che chiamerei di "studio", ed è quello che io pratico, posso dire da quando ho iniziato un milione di anni fa ad occuparmi di Poesia, ed applico in queste mie umili proposte.
In questo caso la traduzione, affrancata dalla responsabilità di rispecchiare più alla lettera possibile il testo scritto dall'Autore, diventa uno strumento d'indagine, una forma di interpretazione vera e propria, simile a quella - nella pratica musicale - di un esecutore nei confronti dello spartito, ma con un grado ulteriore di libertà - e di creatività.
La traduzione per me è sempre stato il modo più profondo di "visitare" un testo poetico, più della semplice lettura, più dello studio sistematico ma astratto del lessico e della struttura. La necessità di trasportare in un altro codice linguistico e formale la lettera, la struttura, la prosodia e soprattutto lo spirito vitale, il significato profondo, di un testo poetico costringe a un grado di analisi e comprensione assai più approfondito e accurato. Se si lavora bene - no quindi alle traduzioni affrettate, o superficiali, occorre davvero spendere del tempo e del lavoro su ogni singola parola, e quanto più denso e complesso è il testo, tanto più impegnativo è il compito - se si lavora bene, dicevo, si riesce davvero a entrare in sintonia con lo spirito profondo dell'autore. Ogni poesia degna di essere definita tale infatti contiene nel suo nucleo tutta l'anima e la personalità del suo Autore.

La "fatica" della traduzione è inoltre il modo più sicuro per comprendere quanto sia arduo e quanto costi in termini di lacrime e sangue lo scrivere poesia, oggi come in ogni tempo.

Marianne Moore è uno di quegli autori in cui più evidenti sono le difficoltà della traduzione - assieme a grandi come Dickinson, Plath, Eliot, Pound, e molti altri, come vedremo sempre su queste pagine - e dove più indispensabile appare questo lavoro di studio, ricerca e interpretazione. Impossibile non applicare questi criteri a testi come questi, non se ne capirebbe nulla, leggere superficialmente un testo come quello che segue significherebbe ridurlo a un enigma, un geroglifico indecifrabile. "Intraducibile", appunto.
Invece si tratta di Poesia nella sua più integra chiarezza, dove il suono, il significato, la forma, il contenuto, non sono elementi in contraddizione e in conflitto uno contro l'altro, ma concorrono tutti in egual misura a un unico gesto artistico e al suo risultato cognitivo ed estetico.

(P.S. I limiti di impaginazione del formato HTML di questo blog mi costringono, per tentare di riprodurre in modo corretto la disposizione formale dei versi da parte dell'autrice, a ricorrere a un piccolo trucco tipografico, quel "˙" seguito da uno spazio. L'indentazione di alcuni versi è prevista dall'originale, mentre il "punto alto" non è presente nel testo.)

Vi lascio alla lettura, dilettissime e carissimi, come sempre, con amore.


M.P.





Marianne Moore






By Disposition of Angels

Messengers much like ourselves? Explain it.
Steadfastness the darkness makes explicit?
Something heard most clearly when not near it?
˙    Above particularities,
these unparticularities praise cannot violate.
˙    One has seen, in such steadiness never deflected,
˙    how by darkness a star is perfected.

Star that does not ask me if I see it?
Fir that would not wish me to uproot it?
Speech that does not ask me if I hear it?
˙    Mysteries expound mysteries.
Steadier than steady, star dazzling me, live and elate,
˙    no need to say, how like some we have known; too like her,
˙    too like him, and a-quiver forever.

Marianne Moore




Per disposizione degli Angeli

Messaggeri così simili a noi? Spieghiamocelo.
Una costanza che la tenebra rende esplicita?
Qualcosa che s'ode con più chiarezza quand'è lontana?
˙     Al di sopra d'ogni peculiarità,
queste banalità che una lode non può violare.
˙     Qualcuno ha notato, in questa costanza mai deflessa,
˙     come una stella dall'oscurità sia resa perfetta.

Quella stella che non ha mai preteso d'essere vista?
Quell'abete che non mai vorrebbe ch'io l'eradicassi?
Quel discorso che non richiede ch'io lo comprenda?
˙     Misteri che enunciano misteri.
Più salda che costante, stella che m'abbagli, viva e fiera!
˙     Superfluo dire quanto simile sei a qualcuno che conobbi; troppo tale a lei,
˙     troppo quale a lui, e trepida in eterno.


Marianne Moore
(Versione Italiana di Marianna Piani)
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sabato 14 gennaio 2017

Risalire


Amiche care, amici,

la giovinezza si perde, al di là dei luoghi comuni, probabilmente quando perdiamo quel senso di immortalità che tutte/i abbiamo provato, nei primi anni della nostra esistenza. No, non eravamo a nostro agio con noi stesse, e probabilmente non ci sentivamo affatto felici, e non pensavamo che la nostra condizione di ragazze (e probabilmente questo vale anche per i ragazzi) fosse in qualche modo privilegiata, di fronte a un mondo adulto che in gran parte non comprendevamo, esattamente come non ci sentivamo da esso comprese, e che probabilmente detestavamo. Davanti allo specchio quasi tutte noi - qui mi riferisco piuttosto a noi ragazze - non riconoscevamo la nostra bellezza, illuminata da questa nostra età dell'oro, invece ci sentivamo inadeguate, sgraziate, troppo piccole, o troppo alte, troppo magre, o troppo grasse. Però il nostro corpo e il nostro spirito sembravano capaci di qualsiasi prodezza, sentivamo di poter aspirare a qualsiasi obbiettivo, per quanto irraggiungibile potesse sembrare. E il tempo era solo una misura convenzionale che cadenzava la nostra giornata, non aveva alcuna incidenza su di noi. Valeva l'adesso, il momento, non ci preoccupava, se non vagamente, un domani che pensavamo non ci avrebbe mai cambiato. Ecco, il mondo mutava attorno a noi, questo lo vedevamo, ma pensavamo che saremmo state sempre ssaldamente "noi", quindi non temevamo il tempo, lo ignoravamo.
A un certo momento della nostra esistenza tutte noi, superata questa breve età dell'oro che credavamo eterna, abbiamo conosciuto il significato della parola illusione, e abbiamo per la prima volta compreso davvero la unicità del tempo, e il suo incidere sulla nostra vita, la sua direzione unica ed irreversibile. Quello è il momento, indipendentemente da ogni altro evento, in cui abbiamo lasciato (o lasceremo, se siamo ancora al di qua del guado) la giovinezza. Per sempre.


Il "risalire" di questa lirica non è altro che la raffigurazione di questo tragitto, lungo il crinale del Tempo, alla ricerca, destinata a durare per l'intera vita, di una riappacificazione con esso. Una salita lunga, spesso disagevole, costellata di piccole conquiste e grandi disillusioni, verso una meta che non sapremo mai di aver raggiunto se non nell'istante in cui la raggiungeremo.

Condivido con voi queste riflessioni, amiche dilette e amici, come sempre, con amore


M.P.






Risalire


Risalgo i pigri dorsi delle colline
redente da un breve sole che appare
e poi si cela dietro nuvole dense.

Quasi concreta materia le loro
volute di gesso e stucco grigio e bianco.
Risalgo, dietro il tempo, passo passo.

Risalgo, e la fatica che a lungo andare
si fa sentire, rende grevi le gambe,
come se mi muovessi dentro un mare.

E ripenso ai giorni, alle ore trascorse
a guardare le onde che da lontano
mi venivano incontro, recando in dono

tesori strappati dalle correnti
e gettati a riva come cetacei
resi folli, e poi esausti, e poi morenti.

Non m'importava, anzi non scorgevo, allora,
alcun fondo, e alcuna morte, io stessa
mi sentivo quale quelle dee alate

che proteggono gli abissi: immortale.
E il mio giovane corpo, ebbro di bellezza,
era pronto a ogni impresa, a ogni illusione.

Ma ora sono qui, su questa grave china
che risalgo, e ormai anelo, anziché temere,
la meta che gradualmente si avvicina.

Nel cammino, tuttavia, guardo il cielo
puro che mi sovrasta, e sotto me
la stesa della valle, i villaggi, i campi,

e la vena luccicante tra gli abeti
di quel fiume che ho a lungo accarezzato
invidiando la sua corsa appassionata

e certa alla sua meta predestinata.
E, nel fondo, proprio al colmo della valle
la luce sfolgorante di quel lago amato,

che ho lasciato: già ormai troppo lontano.



Marianna Piani
Milano, 26 Aprile 2016
.

giovedì 12 gennaio 2017

"Dream Variation" di Langston Hughes


Amiche care, amici,

proseguo questa mia serie di traduzioni dedicate all'America che amiamo, e che ora sta trascorrendo un momento di transizione e di smarrimento come forse mai era accaduto nella sua storia, con la voce di un grande poeta, forse uno dei più grandi di questo scorcio di secolo, che è anche un poeta di colore, Langston Hughes (1902-1967).
Proprio oggi gli americani, e noi con loro, abbiamo salutato la fine del mandato del primo Presidente Americano di colore, una celebrazione davvero dovuta, venata di malinconia, come può capitare nell'assistere alla fine di un capitolo storico importante, ma anche di sbigottimento al pensiero dell'individuo che è destinato a succedergli, scaraventando indietro la Storia di decine e decine di anni. Non si poteva immaginare un contrasto più stridente, e non si poteva temere un arretramento più drammatico.
Tuttavia la Storia insegna che, anche nei momenti più oscuri le conquiste dell'umanità non possono essere sconfitte, forse rallentate, o conculcate, mai annullate.
In questo clima ho trovato appropriata la voce di un poeta di colore, e del livello di Hughes, che qui presento in una lirica splendida, intessuta attorno all'anelito di libertà e di orgoglio della gente di colore in una società ancora basata sulla discriminazione e il pregiudizio.
Più avanti presenterò una sua lirica d'amore nei confronti della Nazione Americana, ma ora mi piace proporvi questo suo canto pieno di grazia e di entusiasmo, questo danzare, e girare, davanti al sole…

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore.
M.P.



Langston Hughes





Dream Variation

To fling my arms wide
In some place of the sun,
To whirl and to dance
Till the white day is done.
Then rest at cool evening
Beneath a tall tree
While night comes on gently,
Dark like me-
That is my dream!

To fling my arms wide
In the face of the sun,
Dance! Whirl! Whirl!
Till the quick day is done.
Rest at pale evening...
A tall, slim tree...
Night coming tenderly
Black like me.

Langston Hughes


Variazioni di Sogno

Spalancare le mie braccia
in qualche luogo contro il sole,
roteare e danzare e vorticare
finché il giorno chiaro muore.
E allora riposare nella fresca sera
sotto un albero immenso
finché non giunga dolce la notte,
scura, come me -
questo è il mio sogno!

Spalancare le mie braccia
in fronte al sole,
e danzare, e girare, e girare!
Finché il breve giorno muore.
Riposare nel vago imbrunire…
Un albero, alto, sottile…
Giunge la notte teneramente

nera come me.

Langston Hughes
(Versione Italiana di Marianna Piani)
.

mercoledì 11 gennaio 2017

Stagioni seguono a stagioni


Amiche care, amici,

Scrissi questi versi l'anno scorso, all'inizio della Primavera, ma la riflessione da cui scaturiscono si allarga al di là del quadretto di genere, che pure descrivo con affetto e partecipazione emotiva. Il momento coincideva con la lontananza della persona che amo, cosa cui dovrei essere assuefatta, se non rassegnata, dato il mestiere che essa svolge e che la porta in giro per il mondo. Ma così non lo è né lo sarà mai. Anzi, la lontananza, come un motore ad induzione, alimenta il desiderio e l'amore, che a loro volta rendono più bruciante la separazione.
Ebbene, l'ansia del mutamento che invade l'atmosfera si riproduce e si rafforza con l'ansia e l'attesa del ritorno della persona amata. E in tutto questo il senso stesso dell'attesa: l'accettazione di ciò che tutto muta e consuma, il tempo, nostro sovrano e tiranno.
Chi è in attesa non teme il tempo: lo sfida, spera che trascorra più presto, più presto.
Chi attende il proprio amore, in fondo, sfida e sconfigge il tempo, e con esso la morte…

Condivido con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, come sempre con amore

M.P.



Stagioni seguono a stagioni


Attendo, come Emily un tempo,
in una vaga solitudine ansiosa
che giunga la prima ape
a saziarsi delle mie rose.

Non si decide a scuotersi, la stagione,
il sapore umido dell'inverno, ma
già le prime inquietudini risalgono
il pendio, scivolando sopra il prato.

Io penso alla creatura che alberga
il mio cuore, e che ora è lontana,
e intanto il giovane sole
e la luna di prima sera

si rincorrono nel cielo sgombro
immergendosi in un indaco
via via sempre più profondo.
La stagione adolescente indugia

sull'orlo del mutamento,
non vi è più il gelo, al mattino,
a rivestire di lamine i rami,
e non vi è ancora il tepore

a infondere sopore al meriggio.
È quel tempo in cui tutto
già pare concesso, in natura,
e tutto è ancora solo promesso.

I rami, le siepi, i giardini,
le piccole selve disperse, le alture,
i campanili delle chiese, i villaggi,
e laggiù il mio pallido lago:

tutto ciò è indifferente
alla mia ansia, alla insistenza
del mio disagio, alla solitudine
cruda che mi attanaglia.

Tuttavia mi sento contenta:
ora posso, se voglio,
sedermi sul ciglio del poggio,
e limitarmi ad osservare,

e ad accogliere in cuore
il tempo per ciò che è,
il sommo sovrano che muta
ogni storia in memoria.

Così, mi apparterò in un canto
di mondo, sotto un cielo casto,
già colmo di stelle e rimpianti,
e attenderò il suo glorioso ritorno.



Marianna Piani
Nebbiuno, 28 Marzo 2016
.

domenica 8 gennaio 2017

"Domination of Black" di Wallace Stevens


Amiche care, amici,

ci sono poesie, nelle diverse lingue, che sembrano sfidare ogni tentativo di traduzione.
Tali sono molte delle straordinarie liriche, ad esempio, di Emily Dickinson, che in tutta la mia vita continuo a rileggere e tradurre - oppure di Sylvia Plath.
Sono quelle liriche che sembrano dimostrare l'inutilità, più che la impossibilità, di una traduzione.
Il codice linguistico di ciascuna lingua supporta il significato con l'organizzazione dei fonemi di base, comuni al genere umano, ma in poesia il "significato" non è sempre il motivo dominante del discorso poetico. Una poesia letta in inglese da Sylvia Plath, come questa ad esempio, riesce secondo me a comunicare emozioni con una intensità che va al di là della comprensione letterale o meno del testo.

Nell'avvicinarmi a questa poesia di Wallace Stevens (1878-1955, concordemente considerato uno dei più importanti poeti americani del '900, subito dopo Pound, Eliot e Williams) ho avuto questa stessa sensazione, e ho dovuto lavorare non poco nel tentativo di restituire quella sensazione di vortice, di vertigine di immagini che il testo inglese riesce a dare in modo così straordinariamente efficace.
Ma, di sicuro, si abbia padronanza più o meno della lingua dell'Autore, diversamente che nei testi in prosa, in poesia occorre secondo me "utilizzare" lo strumento della traduzione principalmente come supporto per la lettura del testo nella sua versione originale.
Questo pone una serie di grandi interrogativi a proposito del ruolo del traduttore e di quanto il suo lavoro debba essere strumentale, oppure possa avere un proprio valore creativo, ma di questo parlerò in altre occasioni in questa stessa rubrica.

Quello che nel caso di questa particolare composizione non può sfuggire è la grandissima capacità evocativa del Poeta, attraverso immagini che si susseguono e si intersecano, "turbinando" appunto, travolgendo il lettore di emozioni che travalicano il puro senso letterale della poesia.
Spero di essere riuscita a rendere, almeno minimamentr, tutto questo nella mia versione italiana.

Vi lascio, come sempre, alla lettura, se vorrete.

Con amore
M.P.

Wallace Stevens



Domination of Black


At night, by the fire,
The colors of the bushes
And of the fallen leaves,
Repeating themselves,
Turned in the room,
Like the leaves themselves
Turning in the wind.
Yes: but the color of the heavy hemlocks
Came striding.
And I remembered the cry of the peacocks.

The colors of their tails
Were like the leaves themselves
Turning in the wind,
In the twilight wind.
They swept over the room,
Just as they flew from the boughs of the hemlocks
Down to the ground.

I heard them cry - the peacocks.
Was it a cry against the twilight
Or against the leaves themselves
Turning in the wind,
Turning as the flames
Turned in the fire,
Turning as the tails of the peacocks
Turned in the loud fire,
Loud as the hemlocks
Full of the cry of the peacocks?
Or was it a cry against the hemlocks?

Out of the window,
I saw how the planets gathered
Like the leaves themselves
Turning in the wind.
I saw how the night came,
Came striding like the color of the heavy hemlocks
I felt afraid.
And I remembered the cry of the peacocks.


Wallace Stevens (1916)





 Dominante in nero

La notte, accanto al fuoco,
il colore delle siepi,
e delle foglie morte,
ripetendosi,
turbinavano nella stanza,
come quelle stesse foglie
turbinano nel vento.
certo: ma intanto precipitava
il greve colore degli abeti.
E io rammentavo il grido dei pavoni.

Il colore delle loro code era
quale quello di quelle foglie
che turbinavano nel vento,
nel vento all'imbrunire.
Inondavano la stanza,
come involandosi dai rami di quegli abeti
fino a spargersi al suolo.

Li sentivo gridare - i pavoni.
Era un grido contro il tramonto?
O era contro quelle foglie
che turbinavano nel vento,
che turbinavano come le fiamme
turbinano nel fuoco vivo,
che turbinavano come le code
dei pavoni turbinavano nel fuoco
ruggente come ruggenti erano gli abeti
carichi dei gridi alti dei pavoni?
Oppure era un grido contro gli abeti?

Di là dalla finestra,
vidi allora raccogliersi gli astri
come le foglie si raccoglievano
turbinando nel vento.
Vidi allora come giungeva la notte,
precipitando giungeva
come il greve colore degli abeti.
Provai paura.
E rammentai il grido dei pavoni.


Wallace Stevens
(Versione Italiana di Marianna Piani - Gennaio 2017)
.

sabato 7 gennaio 2017

Quasi mattino




Amiche care, amici,

mi concedo oggi una divagazione nell'eros più scoperto e sincero, il ricordo ancora vivo di una notte d'amore, colto all'alba, quando, come mi accade di consueto con la mia compagna, io sola veglio, mentre lei è immersa nel profondo del sonno più sereno e indifeso, con quell'espressione distesa, pura, priva di qualunque ombra o malizia (nonostante tra le due sia proprio lei di gran lunga la più ombrosa e sensuale) in un distacco dal mondo e da me che io, nonostante ne sia tentata fino al perdere la ragione, mi guardo bene dal disturbare.
È tutto qui: rimanere in contemplazione di quell'essere, quell'anima, quel corpo, quella persona meravigliosa che la sorte mi ha dato di incontrare, di conoscere e di amare, e che, per chissà quale sortilegio, quale sfacciata fortuna, quale incomprensibile congiunzione degli astri, mi concede il dono di sé.

E attendere con trepidazione l'arrivo del giorno, per essere certa che tutto questo sia realtà, e non sogno…

Per voi, amiche dilette e amici, con infinito amore.


M.P.






Quasi mattino
(canzone)


Il suo seno candido
accanto a me riposa.
Dietro di esso, l'altro,
che da qui, distesa,
di scorcio non scorgo.
L'ultimo amplesso
(oddio, è quasi mattino!)
l'ha lasciata così,
nuda, abbandonata
in sé stessa, celata soltanto
da una coperta azzurrina
che col sonno è discesa
fino alla metà del suo
serico mirabile busto.

E ora, nel silenzio che io
riempio di voci e di canto,
a lungo veglio su lei
serena dormiente, dimentica
innocente della passione
che ci siamo a lungo concesse,
e osservo quel seno
regale, superbo, quasi
sacrale, ergersi
in un arco, teso, convesso
come un duomo
di cattedrale, splendente
come un colle di neve
contro la notte che adagio
svanisce, mentre lei
sempre più mi lascia indietro
allontanandosi nel suo sonno
virtuoso, e geloso.

Appena un poco compresso
sopra il costato dallo stesso
suo peso, quel suo seno, teso
e disteso dal ritmo lento
del respiro - e in cima ad esso
come ultimo premio
alla costanza dell'amante
la cuspide rosa,
il bocciòlo in fiore,
il delicato tempietto
ancora profumato
delle mie labbra assetate,
riposa sereno, mentre
un fremito lieve rivela
per un istante
il segno d'un sogno
d'alcova, segreto.

Oh, l'irresistibile impulso
di tendere la mano
e di accarezzarlo, ancora,
quel dolcissimo frutto!
Di stringere piano
tra l'indice e il medio
quel chicco silvano
che non riesco credere
sia stato già mio,
colto e gustato
come un rosso mirtillo
nel sottobosco. Ma io

non lo faccio, resisto,
non mi muovo, trattengo
il respiro, non voglio
turbarla, non devo
proprio ora destarla:
che mai non sia
quel fremito lieve
in quel cuore serrato
come un fiore di notte
il sentore di me
che le appaio e l'amo
proprio ora, ancora,
dentro il suo sogno?



Marianna Piani
Milano, 4 Aprile 2016

giovedì 5 gennaio 2017

"The Garden" e "Sigil" di H.D. (Hilda Doolittle)


Amiche care, amici

continuo il mio breve viaggio nella Poesia del novecento Americano, e propongo oggi alla vostra attenzione l'opera di una poetessa poco nota da noi, considerata "minore" anche in patria, ma che, incontrata casualmente nelle mie ricerche, ha subito innamorata: Hilda Doolittle (1887-1961).
Nata in Pennsylvania, si trasferì ancora bambina a Philadelphia, dove, durante gli studi, conobbe personalmente M.Moore e W.C.Williams, e, trasferitasi presto in Europa (Italia, Francia, Inghilterra e infine, definitivamente, in Svizzera) entrò letterariamente nella cerchia di Pound, che ne promosse, e anche - certo - influenzò il lavoro.
Si firmò sempre H.D. - secondo un uso tutto femminile di adombrare la propria identità - ed ebbe un'attività e una vita poetica molto intensa, e anche vasti interessi in campo artistico e cinematografico (fu co-fondatrice di una rivista cinematografica, Close-Up), e fu la prima donna a conseguire The Award of Merit Medal for Poetry, nel 1960.
Se desiderate maggiori dettagli su questa Autrice, potete trovarli in questo articolo in PoetryFundation (in Inglese).

La sua è una scrittura di grande fascino e intensità, del tutto priva di compiacimento, e descrive un mondo d'immagini più mentali che visive, venate di una sorprendente amarezza esistenziale. Come traduttrice trovo un grande piacere nell'entrare in questi testi, così concentrati e definitivi, pur non essendo di facilissima comprensione.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici
Con amore

M.P.






Hilda Doolittle - H.D. - 1887-1961




The Garden


I

You are clear
O rose, cut in rock,
hard as the descent of hail.

I could scrape the colour  
from the petals
like spilt dye from a rock.

If I could break you  
I could break a tree.

If I could stir
I could break a tree—
I could break you.


II

O wind, rend open the heat,  
cut apart the heat,  
rend it to tatters.

Fruit cannot drop  
through this thick air—
fruit cannot fall into heat
that presses up and blunts
the points of pears  
and rounds the grapes.

Cut the heat—
plough through it,
turning it on either side  
of your path.


H.D. (Hilda Doolittle)




Il Giardino


I

Sei luminosa, Rosa mia,
tagliata nella pietra, concreta
come un rovescio di grandine.
Potrei eraderti il colore
dai petali come tinta
spillata sopra una roccia.

Potessi abbattere te
potrei abbattere un albero intero.

Potessi scuotermi da quest'abulia
potrei abbattere un albero,
potrei abbattere te.


 

II

Vento, squarcia questa calura,
talgliala in due,
riducila in brandelli.

Non c'è frutto che possa cadere
in quest'atmosfera immobile e pregna -
non c'è frutto che possa cadere
in questa calura che cresce e arrotonda
le punte delle pere,
e che rigonfia i grappoli d'uva.

Taglia questa calura -
traversala come un aratro
rivoltandola ai due lati
del tuo cammino.


H.D.
(Versione Italiana di Marianna Piani)





Sigil


Now let the cycle sweep us here and there
we will not struggle;
somewhere,
under a forest-ledge,
a wild white-pear
will blossom;

somewhere
under an edge of rock,
a sea will open;
slice of the tide-shelf
will show in coral, yourself,
in conch-shell,
myself;

somewhere,
over a field-hedge,
a wild bird
will lift up wild, wild throat,
and that song, heard,
will stifle out this note.

H.D. (Hilda Doolittle)



Sigillo


Lascia che il ciclo ci travolga
non lotteremo;
da qualche parte,
sotto un riparo nel bosco,
fiorirà un bianco
pero selvatico;

da qualche parte
sotto una sporgenza di roccia,
si aprirà un mare;
un lembo del fondo mostrerà
te come corallo -
come conchiglia,
me stessa;

Da qualche parte,
oltre la siepe d'un campo,
un uccello di selva
leverà un fiero, indomito canto,
e quel canto, appena udito,
soffocherà questa nota


H.D.
(Versione Italiana di Marianna Piani)
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mercoledì 4 gennaio 2017

L'amore nostro.



Amiche care, amici,

già molte volte in passato ho rilevato come la forma sonetto sia, tra le forme chiuse della prosodia italiana (e non solo Italiana) quella che, come scrittrice, più mi affascina, e nello stesso tempo più mi intimidisce, proprio per l'immensa e mai sopita fortuna nella storia della nostra letteratura, praticamente dalle origini ai giorni nostri.
E ho anche più volte annotato come tale forma si sia rapidamente affermata come il più perfetto e ricercato veicolo in versi per il discorso d'amore.
Scrivere un sonetto d'amore oggi è una doppia sfida: da una parte per la nobiltà e perfezione della forma, che non si può manipolare senza il forte rischio di far danni, dall'altra il tema stesso dell'amore, l'argomento più inflazionato e quindi più difficile in assoluto.  Una sfida per chiunque, e tanto più per una dilettante pura quale io mi definisco, ma la gioia e la soddisfazione che può dare tale scrittura è tale da superare ogni ritrosia e prudenza. E poi io, come molti di voi sanno, sono letterariemente un'incosciente.

Dedicata all'amore della mia vita (e letta a lei e solo a lei ad alta voce in occasione del suo compleanno) questa composizione in forma classica è nata per esprimere con tutta la sensualità e la gioia che mi fosse possibile la meraviglia di questo sentimento che ora ci lega, e forse - lo spero tanto - ci legherà per sempre..

La condivido oggi con voi, amiche dilette e amici, sempre con tutto il mio amore

M.P.




L'amore nostro


È devozione. È costanza. È una danza.
È sbigottimento, dal primo sguardo,
è l'avventura, è quella baldanza
di ergere il cuore come uno stendardo

sopra il vascello della mia speranza.
È tremore, è dolore, è smarrimento.
È attesa inesausta, è la costanza
d'una fede senz'ombra di pentimento.

È conquista della vetta più ardita,
è il lungo cammino che mi conduce
alla salvezza, fin nelle tue braccia.

È un precipizio - e una risalita,
dalle mie tenebre alla tua luce,
questo amore nostro, è viva roccia.



Marianna Piani
Milano, 04 Aprile 2016
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