«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

domenica 17 settembre 2017

Graffiti urbani - 10



Amiche care, amici,

con questo breve componimento chiudo questo ciclo, dedicato alla memoria del mio sofferto trapianto dalla città materna, la bella Trieste, a questa Milano per cui nutro un sentimento contrastante, di amore e odio.
Amore di certo, perché poche città al mondo, nel complesso, mi avrebbero accolta così com'ero, ragazza giovane, senza un soldo, completamente sola, dotata soltanto del mio assai modesto talento, artista spiantata e anche un poco "strana". Qui ho trovato il modo di sopravvivere, ricordo con angoscia e un filo d'orgoglio quando ho girato tutte le agenzie della città con il mio porfolio (all'epoca non c'era ancora l'uso generalizzato dei computer, il portfolio consisteva materialmente in una grossa - e pesante - cartella infarcita di disegni e bozzetti). Il ricordo è angoscioso, perché sono sempre stata (e sono tutt'ora) mortalmente timida, insicura del mio aspetto (nonostante tentassi di coprire questo mio lato caratteriale con abiti piuttosto, diciamo, aggressivi, e tacchi vertiginosi) per cui ogni appuntamento era una tortura, era una tortura decidermi di suonare il citofono e dire il mio nome, una tortura aspettare (spesso assai a lungo) che arrivasse il mio "contatto", una tortura atroce sciorinare i miei lavoretti - che visti con lo sguardo che ho ora, ora che mi capita di frequente la da me pochissimo ambita responsabilità di stare dall'altro lato della scrivania a giudicare giovanissimi artisti, mi pare incredibile di aver trovato così qualcuno che mi desse credito e mi facesse iniziare.
Orgoglio perché, in un modo o nell'altro, ce l'ho fatta.
Ma erano inveo anche altri tempi, i ragazzi oggi, me ne rendo conto appunto quando ho quelle occasioni di cui accennavo sopra, hanno è vero molte facilitazioni dovute a una tecnologia inimmaginabile quando ho iniziato io, ma anche una immensa difficoltà a far emergere il loro valore.
Nel mio campo c'è sempre stata una lurida fogna di approfittatori, gente che si industriava di fare i soldi con il lavoro e il talento di altri, specialmente se giovani, o gatti&volpi che tentavano di spacciare illusioni in cambio della tua passione e credulità. Io non mi sono mai prestata, fin dall'inizio, ed ero un po' "famosa" per questo in ambiente, per la mia combattività, che mi ha anche fatto "perdere" non poche "occasioni". Ma oggi vedo che tutto questo si è elevato a sistema. ormai lo sfruttamento schiavistico di ragazzi appassionati a costo zero (lo ripeto: a costo zero. Ai miei tempi erano compensi bassissimi o pagamenti dilazionati all'infinito, ma oggi è il tempo del "gratis") è diventato ormai prassi consolidata, assieme al ritardo di pagamento delle fatture ormai definitivamente fissato ai 90/120 giorni, quando va MOLTO bene, che costituisce un UNICUM credo al mondo (io lavoro per fortuna anche all'estero, Francia, Germania, Irlanda, Cina, Australia, e posso testimoniarlo).

E questa è una delle ragioni per cui anche "odio" questa città, ma anche per la progressiva nevrotizzazione dei suoi abitanti, per la cafonaggine diffusa, per le immense sperequazioni miseria-opulenzaesibita cui si deve assistere, per non pensare alla crescente aggressività di frange di manifesta intolleranza e razzismo, un carattere che non centra NULLA con la grande tradizione di accoglienza e tolleranza che è sempre stato il carattere di questa città, brutta e sgraziata in confronto ad altre grandi città Italiane, dal punto di vista urbanistico ed architettonico, ma di grande cuore per la sua meravigliosa gente, per il suo popolo. Qui oggi ha la sede centrale un "partito" xenofobo e razzista, con un largo consenso, e questo deprime non poco, nella città di Strehler, Dario FO, del Cabaret, del Teatro Verdi, della Cultura con la C maiuscola…

Concludo dunque questo breve itinerario, come chi ha avuto la bontà di seguirmi avrà notato, molto sofferto, corrusco, non facile (e vi ringrazio di cuore, perché mi rendo conto che questa "difficoltà" del percorso lo è stata anche per voi) con un sonetto: perché ho sentito il bisogno di concludere con una ricerca di armonia, di plcarmi, in vista di prospettive nuove che forse per me si aprono, saldando questa città a me, Triestina ma anche, stendhalianamente, "MIlanese".
E cosa c'è di più armonico, placato, di un sonetto?

Dalla prossima settimana riprenderò la pubblicazione "normale".

Grazie, amiche dilette e amici, come sempre, con tanto amore.

M.P.


10
Commiato


La prima notte fu agitata: ero
troppo eccitata e in ansia per sopirmi
più d'un paio d'ore. Prima dell'alba
mi rigiravo desta nel giaciglio

dell'albergo da due soldi adiacente
al grande viale della tangenziale –
una livida luce dalle tende
ingrigite preannunciava il giorno.

Ma prima del chiarore venne un suono
un rombo cupo come un sordo tuono
in un lentissimo crescendo alieno.

Era il respiro di un leviatano
che si destava: quella era Milano.
Questo il mio primo tormentato giorno.


Marianna Piani
Milano, 29 Marzo
.

domenica 10 settembre 2017

Graffiti urbani - 9



Amiche care, amici,
ultima stazione di questo viaggio. Vi sarà poi un commiato, il decimo e conclusivo componimento di questa serie, ma il viaggio idealmente termina qui, davanti a un muro graffito in una qualunque via cittadina, forse periferica, di questa Milano con cui mi sono confrontata per la prima volta anni fa, giovane ragazza sola, con un bagaglio di speranze, di illusioni, e anche un bel po' di ambizioni.
Il "riscatto" dal sogno e dall'incubo, qui così inestricabilmente confusi, per me è rivelato tutto in quel gesto, primordiale, di espressione di un "libero pensiero" che è l'eponimo di tutta questa raccolta. Questa era, e rimane, la mia via di salvezza. E su quel mattone ho costruito la sopravvivenza del mio corpo, e, ciò che più conta, della mia anima.

Vi lascio dunque, se vorrete, amiche dilette e amici, alla lettura.
Questa collana, più di altre analoghe che ho pubblicato precedentemente su queste pagine, in realtà andrebbe letta in quanto tale, come una raccolta di versi e di stanze in cui ciascun episodio prende senso e motivo dal precedente e lo passa al successivo, anche se il legame che li tiene assieme appare paradossalmente più esile e sfumato, e anche se non vi è - volutamente - una vera progressione narrativa, ma si tratta piuttosto di una serie di appunti sparsi. Proprio per questo, per questa difficile costruzione di senso dal nonsenso (questa in fondo è la città, un immenso postulato di non senso) vi ringrazio di cuore di essere rimasti con me, al mio fianco, con pazienza e disponibilità, lungo questo percorso.

Con amore
M.P.




9
Graffito


Davanti a questo muro
finisce ora il mio percorso
di storia e di memoria.
Qualcuno nella notte

vi ha lasciato il segno
del suo pensiero,
un pittogramma astratto
non bello o brutto, incompiuto.

Segni che non hanno
nulla d'esoterico, soltanto
un paio di colori primi
che s'intersecano nelle forme

d'un alfabeto ignoto
ai più, per un racconto
monco, interrotto
nessuno saprà mai perché.

Di là dal muro,
oltre l'inferriata,
un altro mondo attende
il mio risveglio finalmente

da questo sogno: forse,
tra me penso,
tutta la mia vita ora
riparte da questo muro.

Forse dietro i segni rossi
e neri e gialli del graffito
rimasto a mezzo
e senza autore sia

l'idea di un riscatto, forse
una salvezza rivelata
tra il rosso e il nero
di un libero pensiero.



Marianna Piani
Milano, 28 Marzo 2017

domenica 3 settembre 2017

Graffiti urbani - 8



Amiche care, amici,

questo componimento, ottava stazione del nostro viaggio urbano, è l'ideale proseguimento del precedente.
La notte, quasi senza che vi sia segno di tale passaggio, sfuma presto nell'alba.
Pochi sono gli indizi che la distinguono, l'oscurità è ancora profonda, le voci sono ancora quelle della notte, e così i silenzi. È in questo momento che si rivela in tutto il suo severo rigore la solitudine metropolitana, quell'essere da solo di ogni individuo pur immerso in una folla sterminata di solitudini come la sua.
I versi qui sono volutamente spezzati, discontinui, aritmici, per lo più brevi e molto brevi, ho scelto parole di un vocabolario urbano, rumoroso, impoetico. Il pigro ambiente della provincia è già ormai un vago ricordo, sostituito dal fermento inquieto della Grande Città. Questa città, che non fu, e non sarà mai, anche dopo anni, la mia.

Vi affido questi versi, amiche dilette e amici, come sempre - con amore

M.P





8
Alba



Prima dell'alba, di là
dalla finestra chiusa
le voci che s'odono sono
solo quelle delle
spazzatrici meccaniche
che soffiano via lordura
dagli scoli ai lati
delle carreggiate,
e qualche acuto isolato
strillo di ragazza, in distanza,
mentre i woofer di una vettura
diffondono un cupo rimbombo
nel trascorrere tra i palazzi,
grev, più che severi,
che incoronano il centro.

Le voci, e i suoni,
giungono annebbiati
dai doppi vetri, ma basta
per apprendere l'idioma
delle divinità notturne,
quelle dei nostri sogni
sconsiderati, quelle
dei nostri incubi
improvvidi, ricorrenti:
narrano, le voci,
storie di solitudini
umane, ai margini
dell'indifferenza del mondo
dei vivi, di morte anime
e morti cuori dispersi
nelle vie senza fine
e senza traccia
di pietà e accoglienza.

I suoni e le voci, remote,
sono solo  un'eco
tra muri di pietra
e androni deserti, tra piazze
desolate e i rintocchi
di qualche lontana
campana di Dio: l'eco
di un collettivo
salmo all'abbandono
e al dolore di questa città
che mi ha adottata,
ma mai per me sarà

la madre ormai perduta
indimenticata.


Marianna Piani
Milano, 25 Marzo
.

domenica 27 agosto 2017

Graffiti urbani - 7



Amiche care, amici,

la notte è l'altro volto della città, quello più intimo e segreto.

Ciò che in natura è solo silenzio, oscurità e riposo, nella città è vita e agitazione, ansia di riprendersi il piacere che sfugge nel giorno bruciato dai traffici e dalle attività.
La notte a Milano è un groviglio di umanità che cerca un senso al proprio esistere, ognuno a suo modo, e una fuga dalla propria incommensurabile solitudine, prima che tutto ricominci uguale a prima.

Settima stazione di questo piccolo viaggio in metropolitana.
Grazie per essere con me, a farmi compagnia.

Con amore
M.P.




7
Notte


Il fervore della notte urbana,
da sempre, mi sorprende:

il silenzio pare inondare
i viali e le autostrade,
e intanto dentro le mura, nel ventre
delle ringhiere, al di là dei navigli,
tra i locali in schiere,
invece brulica il popolo inquieto,
giovani perduti a consumarsi,
ragazze assetate di sesso e sballo,
vagabondi del vuoto nulla
che ai luoghi elegge l'oscurità
della notte e della ragione,
sublimi prostitute e transessuali
dedicate all'amore dato
come angeli d'un paradiso in terra
turpe ma ancora amato
da un Dio di misericordia.

Colpisce all'incrocio deserto
il semaforo che lampeggia
in sincrono con l'altro all'altro lato,
e aspetta, così come io aspetto,
chissà perché, qualcosa che so bene
non potrà avvenire né ora
né mai: sola, l'ombra di una vettura
si ferma all'angolo accanto.
Discende una donna bruna, indossa
un lungo paltò che cela e rivela
un abito succinto
e bianche lunghe gambe.
In fretta, la fretta ansiosa di chi
teme l'ombra e l'essere da sola,
si getta in un uscio nero, e scompare.

Questo l'unico segno di vita ora
nella mia vita, mentre alcuni tocchi
dicono dal campanile vicino
che sono appena le tre del mattino.
 


Marianna Piani
Milano, 23 Marzo 2017
.

sabato 19 agosto 2017

Graffiti urbani - 6



Amiche care, amici,

questo, in lieve antocipo sulla tabella di marcia (domani sono in viaggio per lavoro), è il sesto appuntamento di questa raccolta, che è essenzialmente una raccolta di memorie e piccole note tracciate su un taccuino, mentre la mia vita prendeva un corso, anzi una svolta, che avevo tanto voluto, ma anche temuto. Allora che finalmente, con rabbia, vi ero riuscita, mi sentivo il cuore vuoto, esaurito, e malinconico come non avevo mai provato prima. Forse quel passo, deciso a seguito di molti eventi che mi avevano scossa dalle certezze della prima giovinezza, rappresentava il passaggio, non simbolico, ma duramente concreto, e comunque improvviso, catastrofico, dall'infanzia all'età adulta, quasi senza avere il tempo di passare attraverso la stagione della pubertà.
Non so se furono le circostanze particolari che mi investirono in quegli anni, ma il mio sviluppo,  quello fisico e sessuale prima di quello mentale, fu rapido, davvero quasi esplosivo, anche a confronto con tante mie coetanee.
Ad ogni modo, il sangue da navigante che avevo nelle vene mi spinse subito al viaggio, all'andar via, a tagliare ponti e ormeggi. Sono sempre stata così, ed è paradossale per quanto nel contempo la memoria, anche il rimpianto, e il senso di solitudine, sia parte della mia personalità. Ho sempre cercato strenuamente e altrettanto strenuamente detestato la mia solitudine. A pensarci bene, forse questo è il seme profondo della mia ineguatezza a vivere. Della mia psicosi, come poi si è espressa e radicata negli anni.

Me ne andai dunque sola, quasi senza danaro, pochi abiti, di più scarpe (accessorio che ho sempre adorato e a cui non ho mai saputo fare a meno), il mio prezioso portfolio (una cartellona più grande di me, a quel tempo era ancora tutto su carta), e una incontenibile rabbia nel cuore. E me ne andai in treno.


Il ricordo di questa partenza è l'argomento di questi versi, e lasciare Trieste (o arrivarci) in treno è un'esperienza penso molto particolare, per chiunque: la ferrovia si snoda per alcuni chilometri lungo la costa, da Miramare fino alla vicina cittadina di Monfalcone, a una certa altezza dal mare, regalando uno spettacolo davvero unico. Il percorso è ricco di curve, per seguire l'andamento relativamente frastagliato della costa rocciosa, per cui il convoglio deve procedere a velocità assai moderata, così si ha modo, se è giorno, di gustare un panorama che poi non si ritroverà più, divenendo presto il monotono susseguirsi di campi e pianure comune a tutti i percorsi ferroviari del mondo.

Bene, mi tolgo, e vi lascio alla lettura, se lo vorrete.
con amore

M.P.



6
Oltre Monfalcone



E così lasciai i luoghi
che mi videro nascere e crescere
come una puledra libera
e sfrenata,
incosciente della propria bellezza,
impavida nel correre sola
contro il vento della marina.

Me ne andai giuro senza
rimpianti, con tutta la mia rabbia:
mi sentivo tradita
da chi più avevo amato,
straziata, ferita
da ciò che avevano fatto
alla mia infanzia.

Ma forse, anzi di certo
mi sentivo di più tradita
da quella fanciulla che ero ancora
che già si faceva donna:
perdio, troppo in fretta,
senza neppure avere il tempo
di un addio, di un abbraccio, di un pianto.

Ancora avrei rincorso
le nubi sul filo dell'orizzonte
così, per dare un nome
alle forme bizzarre
che vi vedevo, tra il cobalto
e il livido smalto
della fine del giorno.

Ma ora andavo, su quei binari
che seguivano la linea di costa,
e mi dicevo, pensavo
che non avrei mai più fatto ritorno
a quel mare piumato
che mi salutava festoso
da ogni baia, da ogni piccola cala.

Mentre gli ultimi pugni di case
aggrappate al declivio pietroso
fino alle ampie rarefatte pinete
accorrevano là sotto
come a volere proteggere il mare:
io non sentivo dolore, distacco,
solo più urgenza di fuggire lontano.

Poi, dopo le curve screanzate
che scuotevano le carrozze
e i passeggeri intontiti dal sonno
seguì il lungo tedioso sfilare
in un rettifilo lungo una vita
di campi e capannoni industriali,
di campanili e filari di pioppi.

Giunsi dunque alla fine del viaggio
come in un lungo delirio
di monotonia: piangevo, alla stazione,
balzando giù dal treno, non pentita,
ma sapendo che una parte -
la più magica - della mia vita
quel giorno era finita.



Marianna Piani
Milano, 19 Marzo 2017
.


domenica 13 agosto 2017

Graffiti urbani - 5



Amiche care, amici,

ciò che scoprii, quando giunsi nella Grande Città, fu questo sistema di trasporto pubblico, assente nella mia cittadina di origine, la Metropolitana Milanese, detta familiarmente la Metro, un sistema piuttosto carente in confronto ad altri che conobbi in seguito girando il mondo (uno per tutti, quello di Monaco, incredibilmente efficiente) ma che era e rimane il mezzo più rapido e relativamente economico per spostarsi in città, per quello che mi riguarda esclusivamente per motivi di lavoro: dalle mie abitazioni al di là della cerchia centrale alle Grandi Agenzie per cui lavoravo, tutte a quel tempo (ora la situazione è in parte cambiata) lussuosamente situate in pieno centro.
Per una piccola (davvero, in tutti i sensi) provinciale proiettata nella metropoli delle attività frenetiche, delle diseguaglianze laceranti (mai avevo visto lusso e miseria così strettamente accostate), della puntualità insensata, fu, e tutt'ora rimane, un'esperienza in qualche senso traumatica, e viva, il luogo in cui davvero, costretta, mi confondevo incontrando la componente umana - corpi, fiati, sguardi assenti, a volte anche mani lunghe addosso al mio corpo - di questa città.

Per voi, amiche dilette e amici, con tutto il mio amore per seguirmi in questo mio viaggio di memoria e presenza, di cui questa è la quinta stazione, metà dell'itinerario.

M.P.





5
 

Metro


La mia ha un nome che suona  pomposo —
Amendola Fiera — e narra di gente
indaffarata che incrocia tra casa
e riunioni nel centro, studentesse
di buona famiglia al ritorno dagli
atenei, impiegati delle filiali
circondariali di banche e servizi
intenti a sognare mete lontane.

Per anni, l'altra fermata fu Gioia,
nome quasi vezzoso da ragazza
saltellante sui tacchi fin troppo alti,
indossati per pura ostinazione;
ma non era così gioiosa, Gioia,
troppo vicina alla ferrovia —
Stazione Centrale, con il suo carico
amaro di fuggitivi e migranti.

Sempre per me fu la cosa più prossima
all'inferno la metro, la cloaca
della metropoli gonfia di folla.
Qui scendevo quasi correndo, spinta
dai corpi in caduta alle mie spalle,
e ogni volta temevo di restare
indietro, travolta, ingoiata per sempre
nel ventre del mostro — del leviatano.

Riemergevo esausta, come dopo
una lotta, ancora sulla mia pelle
l'essenza dei corpi surriscaldati,
come da un recinto una mandria muove
alla illusoria affannata rincorsa
dietro una vita che sfugge ogni giorno.
E ogni giorno, sapevo, senza fine
si ripeteva questa liturgia.

Liturgia insana dell'Uomo violato
che non potrà giammai prendere il volo,
fuggire via, se non dopo la morte.



Marianna Piani
Milano, 16 Marzo 2017

domenica 6 agosto 2017

Graffiti urbani - 4



Amiche care, amici,

dalla pietra bianca e corrusca del Carso al cemento grigio e corrotto della Grande Città, questo il mio itinerario, quasi una metafora in sé di un percorso d'esilio fortemente voluto e altrettanto subìto.
Nessuno lascia le sue terre con gioia. Lo si fa con rabbia, con dispetto, con  paura, con dolore. Mai con leggerezza. E tanto più è greve il fardello che ci si porta appresso quanto più si sa che il passo può essere definitivo, senza ritorno.
Ero arrivata quale ero, donna, giovanissima, sola, e avevo trovato ad accogliermi un'ondata di sensazioni nuove e ostili, di luoghi artificiali in cui non pareva vi fosse alcuno spazio per me, alcuna benevolenza, pietà nessuna, solo necessiità di lottare.

In tutto questo non c'era spazio per il rimpianto. Occorreve urgentemente vivere.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore, poiché alla fine è solo quello, l'amore, a rendere vivibile la vita.

M.P.





4
Pietraia



A lungo, a lungo cercai
in questa pietraia di case e strade
e vetture in moto come fiumane,
e folle disumane di piccoli bancari
e agenti immobiliari stremati
dai completi blu rituali o grigi rigati.

A lungo attesi, cercai tra gli anfratti
un vestigio, un ricordo, una traccia
di umanità così come io
la rammentavo dalle mie vite passate:
qualcosa che respirava, e aspirava
a una ascesi a qualcosa di umano.

Ma non v'era traccia: solo uno scolo
tra un tombino e l'altro, a memoria
della pioggia recente, che sembrava
un momentaneo sollievo, almeno, e invece
non purificò nulla. Soltanto nell'aria
aveva lasciato quell'umido afrore.

Non m'illudevo. Sapevo
ch'ero giunta al mio inferno in terra,
sapevo che i miei anni d'aurora
si sarebbero spenti tra quelle grate,
in quegli interstizi, annegati
tra milioni di altre vite sprecate.

Tutta una classe, un'intera
generazione, consumata nell'immane
destino di quel traffico veicolare
del tutto insensato, tutta la mia
bella sana incosciente giovinezza
destinata a frangersi come un'onda

su questa spiaggia lorda d'idrocarburi.
Rimango sempre a cercare, in silenzio,
l'incauto rimpianto per il mio mare.



Marianna Piani
Milano, 15 Marzo

domenica 30 luglio 2017

Graffiti urbani - 3



Amiche care, amici,

terzo appuntamento con questa mia piccola raccolta di "graffiti urbani".
Graffiti, ma non dipinti: graffiti come il loro nome vuole, graffiati, intagliati a punta di ferro sopra i muri della memoria. Ciò che il poeta sa è che ogni parola non deve essere scritta, ma incisa in profondità nella materia per poter significare, per poter emergere oltre il tempo. Sa che la sua è una lotta - impari, perché comunque impossibile da vincere - contro il tempo, sia il tempo contingente, che sfugge tra le dita inesorabile e imprendibile, sia il tempo della memoria, che si deposita e muore, rendendo per questo vana ogni vita.
Il poeta sa che la parola è vita mutata in tempo, proiettata al mondo, a chi vuole ascoltare, e per questo destinata a varcare il confine del suo tempo. Una immensa responsabilità, e un privilegio che si paga, sempre, con il dolore.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura di questi versi, come di consueto, con tutto il mio amore.

M.P.




3
Il muro



 

Il lungo muro, al termine della via
della mia infanzia, è scabro
e fatto delle dure pietre rapprese
del Carso, e mostra graffi e ferite
come il dorso provato
d'un antico guerriero
reduce dalla sua guerra al Tempo.

Io mi soffermavo, lungo quel muro,
a giocare, fantasticando
tra quegli anfratti storie di draghi
o di prìncipi e fanciulle
perdute, rapite da qualche mago
dall'orrido sguardo, e infine
ero io quel principe che le baciava.

Oppure correvo, ridendo,
lungo quel muro, e mi slanciavo
sopra di esso, sbucciandomi talvolta
le palme delle mani, o i gomiti arrossati,
per guardare oltre, nella piana
di rovi e di sterpi che si stendeva
per un tratto selvaggio, sbarrato

alla vista e al passaggio, fino al prossimo
blocco di case, allora ancora
in lenta costruzione.
E oltre le case, annunciato
dal girotondo solenne dei gabbiani
e da alcuni pennoni pigramente
oscillanti – si scorgeva il mare.

Fortunata città quella
dove il mare accoglie
e conclude la vista giù per le strade
traverse, per le vie che scendono
come donne alla sera per il ritorno
degli amanti, in fretta, in ansia,
correndo alla marina!

Sopra quel muro
ho scritto la mia storia, ho inciso
i luoghi i fatti i dolori
della memoria, con un chiodo
nella pietra viva che si ribella
al ferro stridendo e digrignando
poiché sa che quel segno sarà eterno.



Marianna Piani
Milano, 14 Marzo 2017

domenica 23 luglio 2017

Graffiti urbani - 2


Amiche care, amici,

seconda stazione di questa mia breve raccolta, dedicata alla mia piccola "migrazione" personale, dalla città nativa, stretta tra il mare generoso e pieno di promesse e una terra aspra, dirupata e angusta, ma ricca di pensiero e ricordi - e la "grande città", che prometteva sogni e speranze, e illusioni.

Ecco, partivo non disperata o priva di tutto, come le persone che in questi anni lasciano le loro terre spinte da fame, paura, violenza, abbandono, ma ricca, ricca non di danaro - che non avevo davvero un quattrino - ma di privilegi, il più importante dei quali era, come è tuttt'ora, di essere libera.

E di essere donna.

Essere donna, ed essere libera, di spirito e di mente, è, credetemi, il privilegio più grande che mi è stato dato, senz'altro merito che quello di esserci nata.

Amiche dilette, emici, vi lascio alla lettura, scusandomi per la minore frequenza delle mie pubblicazioni in questo periodo, dovuta non come potrebbe sembrare a vacanza, ma, al contrario, a impegni di lavoro troppo pressanti.


Con amore, come sempre

M.P.




2
Privilegi


La mia giovinezza è stata libera
di legami, di padroni, di tiranni
sia pur mentali, di ingiustificate
discipline e di liberalismi
troppo scontati: libera mente in
libero spirito in libero corpo.

Nascere donna ho sempre creduto,
anche nei momenti più tetri, anche
quando piansi, anche quando disperai,
e quando fui abbandonata, anche
quando mi sentii violata: che fosse
un privilegio, e la miglior fortuna.

Ho avuto salute e bellezza, e forza
da vincere montagne, da amare
chiunque m'amasse, giovani bruni
dai ricci ribelli, o ragazze in fiore -
rosse chiome come corolle, occhi
celesti da confondere di baci.

Ho amato queste pietre e questi muri
della mia terra, madre, gelosa,
aspra terra consumata dal mare
e al mare avvinghiata, per non franare
dalle dirupate creste di calcare
bianco eroso e corrotto dalle alghe.

E in quegli anni infuocati ho potuto
segnare la carta a quadri grandi
dei miei quaderni mai smessi
di voci e di suoni che avevo nel cuore,

e urgevano d'essere dette
per rimanere, sì, per rimanere...



Marianna Piani
Trieste, 11 Marzo 2017
.

domenica 16 luglio 2017

Graffiti urbani - 1



Amiche care, amici,

ero giovane, disorientata e sola quando giunsi dalla mia Trieste, quasi in fuga, nella Grande Città, questa Milano che ancora accoglie e trattiene la mia vita, il mio lavoro, i miei affanni, le mie illusioni, i miei amori.


Sono passati molti anni da allora, anni in cui ho girovagato ancora molto, soggiornando e frequentando per periodi più o meno lunghi città che ho tutte in modo diverso ma fortemente amato (Monaco, sopra tutte, e poi Parigi, ovviamente, e Dublino, Copenhagen, Berlino, Bilbao, Seattle, L.A.) ma questo è rimasto il porto di partenza e ritorno, la mia casetta, i miei libri, il mio tavolo da lavoro, il mio giaciglio.
Sono passati molti anni, ma non ho mai dimenticato quel primo arrivo, in treno, con poche cose, proprio come un'esule (e forse questo è uno dei motivi per cui non posso non solidarizzare e comprendere le genti che arrivano qui da noi da lontano, migranti o rifugiati o disperati, per inseguire una illusione o fuggire un incubo), con l'unico pensiero di abbandonare un cumulo di ricordi, belli e dolorosi, per affrontare la vita cercando di mettere a frutto il mio assai modesto ma unico talento. Qui a Milano c'erano le Opportunità, pensavo, e forse non avevo torto. A quel tempo era ancora relativamente facile per una ragazza, sia pure appunto di talento certo non eccelso ma con grande capacità di lavoro, di inserirsi in una "macchina produttiva" (agenzie pubblicitarie, editori, case di produzione video, ecc.) ancora viva e fin troppo opulenta. Oggi tutto questo mondo è in gran parte finito, morto, e un azzardo come il mio sarebbe del tutto irrealizzabile.

Ecco, in questa breve collana che inizio oggi a pubblicare, dieci componimenti tutti diversi formalmente tra loro, in gran parte in versi liberi e sciolti, ho raccolto una serie di impressioni, tutte legate a quella mia piccola personale migrazione, certo non drammatica e atroce come quelle cui assistiamo in questi anni, ma comunque densa di implicazioni profonde, di profondi rivolgimenti della mia vita. Se fossi rimasta nella mia (amata e rimpianta) città, ora io non sarei quella che sono, sarei un'altra persona, e certo se ora incontrassi per caso quella me stessa di certo non la riconoscerei.
Sono tutti componimenti legati da un filo sottile, come fotografie sparse uscite da una scatola dimenticata in fondo a un cassetto, impressioni, pensieri, raccolti e annotati senza un ordine preciso.

Per questa sua casualità e libertà istantanea, e le stesure a tinte primarie, ho intitolato la raccolta "Graffiti Urbani".

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, se vorrete, con amore.

M.P.







Graffiti urbani



1

Questa città s'apre al viaggiatore
come una pietraia, grigia, color
calce, ceneri e liquami, e un'aria
di vapore fosco, una cataratta

spaccata: nulla d'umano l'accoglie
di là dalla lastra del finestrino,
scomparto dodici, classe seconda,
non fumatori, macchie sul sedile.

Fili e metalli intrecciano una tela
di legami ai pensieri, mentre il treno
sobbalza sugli scambi e si fa strada
tra le pensiline irte di figure disperse.

Giungervi è disumano, rimanere
anzichè fuggire è imperdonabile,
ritornarvi non costretti è del tutto
insano: eppure fu che vi rimasi.


Marianna Piani
Milano, Marzo 2017
.

domenica 9 luglio 2017

La finestra



Amiche care, amici,
lo sprazzo di un ricordo, un viaggio, una stanza, la città dove ero nata, il tramonto che si fa sera, poi presto la notte, pensieri dolci, poi oscuri, poi ancora dolci, timori confusi dal sonno, e infine il richiamo alla vita, e il sogno che vi si confonde.

Per voi, amiche dilette e amici, che mi leggete con fiducia, con tutto il mio amore

M.P.





La finestra


Oggi dalla finestra
della mia casa natale ho guardato
il sole morire in un tripudio furente
di rovente rubino aranciato.

Tu giacevi dormiente,
stremata dal viaggio, sopra il mio letto;
potevo sentire il tuo fiato
lento e quieto e appena un poco affannato.

Intanto che l'astro incandescente
s'immergeva sfrigolando nel mare,
strisce di nubi a pennellate dense
assediavano un cielo impaziente.

Io mi perdevo a indovinare
i tuoi pensieri, celati nel fondo
di occhi chiusi da palpebre abbassate
come sipari tra te e il resto del mondo.

Ma in fondo, riflettevo, in quel momento
tu non pensavi a me, non mi sognavi
come io invece sognavo di te, vegliando,
e trepidavo ch'eri via da me.

E forse, che strano, ora ero anch'io
perduta nel mare della mia infanzia,
ora che anche il sole di questa stanza
mi abbandonava e andava a morire.

Breve fu il tempo trascorso
prima che tu ti destassi un momento
e mi chiamassi: "vieni - qui da me"
interrompendo il mio viaggio a ritroso.

La stanza, che per un momento
fu vuota di noi, d'incanto
s'empì del nostro fulgore,
del nostro mutuo calore.

Alla finestra, il sole era ormai spento.




Marianna Piani
Milano, Febbraio 2017

martedì 4 luglio 2017

Odio cieco


Amiche care, amici,

quando accadono certe cose, quando inaspettatamente la violenza e l'odio ci trovano sulla loro strada e si abbattono all'improvviso su di noi, non si ha tempo di avere paura, nemmeno di reagire, solo di lasciare che la vita abbia il suo corso e che quegli istanti si marchino a fuoco nella nostra memoria e nella nostra anima.
Anche una violenza fortunatamente senza conseguenze, come questa che traggo dal profondo della mia storia di donna, repentina e subito finita, lascia tracce indelebili, e ci lascia diverse da come eravamo prima che accadesse.
Sta solo a noi, in questo noi donne siamo sempre lasciate del tutto sole, sta solo a noi e alla nostra forza d'animo - quando non ci sono ovviamente altre risultanze, anche fisiche, più gravi - di attraversare questa esperienza e di riuscire a mutarla in una crescita, di consapevolezza, di orgoglio, di volontà.

La violenza contro le donne ha questo di inconfondibile: non avviene mai e non si esaurisce mai nell'istante, nell'atto. Coinvolge l'intero nostro essere, la nostra dignità, e le nostre emozioni.

Un abbraccio, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.





Odio cieco


      Uomo che d'odio ti accechi,
tu che quel lontano mattino
mi aggredisti alle spalle
con un duro spintone, e poi
mi abbattesti con un ceffone
che mi fischiò nelle orecchie
per ore, e sibilasti lesbica,
lercia puttana di merda!

      Tu che ti credi potente
e non sei che il niente d'un niente!
Tu che mi fissasti torvo
senza emozione da occhi
vuoti come già morti,
tu che sei morto nel cuore
prima che in corpo: tu mi rivelasti,
proprio tu, la chiave del mio riscatto.



Marianna Piani
Milano, 19 Febbraio 2017
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mercoledì 28 giugno 2017

L'imbarco


Amiche care, amici,

l'eterna metafora del viaggio - e per me in particolare, per origine e cultura atavica, del viaggio per mare, dove gli orizzonti si saldano al cielo, il futuro al passato, le correnti che ci trascinano a ciò che ci spinge ad andare, la memoria alla speranza, e la disperazione alle illusioni.
Ma ciò che mi affascina e atterrisce di più non è tanto il viaggio in sé,: quanto è il momento della partenza. Il momento in cui ormai tutto è deciso, e tagliamo gli ormeggi che ancora ci legano a terraferma, alle nostre radici e alla nostra storia.
Questo è il momento più desiderato e più temuto, il più intenso e vissuto.
Ogni partenza è un po' come una morte, si dice, ed è vero. Perché non vi può essere rinascita senza prima morire almeno una volta. Perché soltanto da questo morire e rinascere possiamo essere artefici del nostro destino.

Per voi, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.




 

L'imbarco


Quando fu l'ora d'imbarco sentii
un'alta voce chiamare il mio nome,
da un navigante - il mozzo alla fune,
o forse il capitano: com'è strano,

mi dissi, come poteva costui
sapere il mio nome? Ma nel contempo
un immenso gabbiano sfiorò il ponte
di prora, indifferente a ogni umano.

Strillarono ragazze intimorite
da tribordo, e il nobile animale
mosse lento l'ali e impennò il suo volo
con un sussiego da ultimo sovrano.

Io non temevo alcuna bestia, e meno
che mai i gabbiani cui invidiavo il volo
libero, senza meta e scopo alcuno,
e tutto l'oceano ch'è nei loro occhi.

In quel momento udii l'imbarcazione
che sciabordava ansiosa lungo il molo
mentre sfilava cauta dagli ormeggi
e un urlìo di sirena empiva il porto.

Lo scafo ondeggiò con lenta indolenza,
come un cetaceo destato dal sonno,
appoggiò a dritta, e prese la sua via,
senza fretta, come fosse un destino.

Io guardavo oltre il vetro imperlato
di gocce frante da prora, i motori
parevano il lungo cupo grugnito
di qualche bizzarro mostro marino.

Il mio fiato s'addensava sul vetro
mentre pensavo alle tante partenze,
alle tante mete che mai raggiunsi,
ai tanti, troppi subìti naufragi.

Anche gli occhi si velarono mentre
la mente era percorsa dai rimpianti
abbandonati ormai in terraferma,
e io mi chiesi quando questo viaggio,

questo nebbioso viaggio senza meta,
avrebbe avuto mai fine.



Marianna Piani
Milano, 16 Febbraio 2017

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mercoledì 21 giugno 2017

Più della mia vita




Amiche care, amici,

la persona che amo - come affermo qui "più della mia stessa vita" - è spesso lontana, per lavoro, per il corso della vita di due anime che si sono scelte pur vivendo in due paesi lontani tra loro. Per questo spesso la solitudine, intesa come mancanza, bisogno fisico della sue presenza, del contatto del suo corpo, della sua voce che mi racconta di sé mentre stiamo abbracciate, a lungo, prima di assopirci assieme, è sovente la mia compagna, al posto suo.
In realtà non temo la solitudine in sé, ma l'amore trasforma l'assenza in un dolore acuto, un senso di soffocamento, di bisogno d'ossigeno.
Devo dire che non ho mai condiviso la mia passione di scrittura con lei, non so nemmeno esattamente perché, forse perché temo che si annoi, dato che più volte mi ha espresso il suo scarso interesse in generale per la poesia. Probabilmente la sua Musa, la Musica, è gelosa e non la lascia frequentare volentieri le altre sue colleghe, la vuole per sé in esclusiva. Ad ogni modo, non le ho mai inviato, mostrato o letto i miei testi.
Questo che segue avrebbe dovuto essere una eccezione: lo avevo stilato di getto, anzi quasi d'impeto, in una notte in cui la sua mancanza era divenuta insostenibile. Avevo sognato di lei e con il realismo sconcertante che hanno certi sogni legati ai nostri più vivi desideri, e mi ero svegliata agitata e fremente.
Stavo per copiare il testo e inviarlo via mail, ma poi, aocnra una volta, qualcosa mi trattenne, e non lo feci.
Le telefonai, invece, anche se era piena notte…

Vi lascio alla lettura, amiche dilette, amici, come di consueto, anzi, di più, con amore.
M.P.

(PS: Ora lei è qui, rimarrà tutta la settimana con me, è l'alba e dorme serena nella stanza accanto; è bellissima. Non sa che sto scrivendo di lei...)




Più della mia vita


Le stelle han fatto corona
alla mia fronte, mentre
il cielo sgombro attorno a me
s'apriva in un abbraccio.

Vagavo — sola — nella piazza
vuota; in fondo, oltre i ritti
piloni delle bandiere, spogli,
mormorava un mare amaro.

Alito di brezza empiva salmastra
una vela che tardava alla deriva,
e quel mare conteneva in sé
già la notte e il suo lamento.

Io in quel momento
respiravo unicamente
perché dovevo, e intanto
ti pensavo a me accanto, così

pur se non c'eri ti vedevo
al fianco del mio riflesso
nelle onde tremule
che abbracciavano la sponda.

Mi dicevo che non t'avrei
mai lasciata, ora che t'avevo,
sebbene ecco che tu non eri
allora che nei miei pensieri.

I miei pensieri seguivano verso
occidente il corso delle correnti
e gl'impetuosi venti che spingevano
alla deriva la mia mente scossa

come un natante erratico divelto
del suo timone. Vanamente
il suo nocchiero interrogava l'ago
dello strumento e gli astri muti.

Per l'intera vita, e oltre ancora
t'avrei cercata, fuori ogni rotta,
poiché tu eri, e sei, e sarai colei
che amo più della mia vita.



Marianna Piani
Trieste, Milano, 30 Gennaio 2017
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sabato 17 giugno 2017

Vetrine




Kees Van Dongen





Amiche care, amici,

Mi permettete un piccolo autoritratto?
Con un po' di civetteria, come s'addice a una signora.
E con la leggerezza di una canzonetta, in versi sciolti.

Eccolo dunque, per voi, con amore

M.P.




Vetrine


Rammento quando passando lanciavo
uno sguardo fugace alle vetrine,
o uno più prolungato allo specchio
del guardaroba prima di uscire
per aggiustare l'orlo della gonna,
o l'onda dei capelli studiatamente
sciolti sulle spalle, il nero sul bianco.

A volte allora mi sentivo a disagio,
e distoglievo subito lo sguardo
come se quel corpo minuto di donna
non mi appartenesse affatto. A volte
sentivo invece in me fiorire tutta
la giovane bellezza; e in quell'incertezza
tra la luce e l'ombra - io soggiornavo.

Mi atterriva quasi la perfezione
del seno piccino, che palpitava
candore da sotto la seta bianca,
l'innocenza delle mie spalle nude,
la molle curva dei fianchi che
inequivocabilmente diceva
tutto il mio essere femmina al mondo.




Marianna Piani
Milano, Gennaio 2017
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mercoledì 14 giugno 2017

Scimmiotto blu pervinca



Amiche care, amici,

da innamorate, noi donne, indipendentemente dall'età siamo sempre bambine.
L'amore consumato è solo una piccola parte - importante ma non esclusiva - di un rapporto importante, il resto è passione e vita assieme. E in questo, lo scambiarci dei doni diventa un linguaggio amoroso che si aggiunge ad altre espressioni, verbali o corporee.
E non si creda che il dono debba essere prezioso in sé, un gioiello, un abito emozionante, no:
anzi, i doni più amati sono i più semplici, i più "poveri", ma ricchi della propria anima, della propria sensibilità.
Questa che segue è la storia del piccolo dono - infantile - che siglò l'unione con la persona che amo.
Un peluche dall'aria un po' stupita, che rimane con me sempre, anche e soprattutto quando essa si allontana da me, a volte per lunghi periodi.
È in lui che sento pulsare il suo affetto, è da lui che sento venire il suo profumo, le tracce del contatto con le sue mani…

A voi, amiche dilette e amici, come sempre e più che mai
con amore.

M.P.




Scimmiotto blu pervinca



È quasi notte, la città è celata
dietro le cortine bianche
che m'hai donato, dietro
una foschia diffusa, muta.

Ho indossato la vestina chiara
che so che ami, lieve,
profumata sulla pelle
come un petalo di neve.

Ho mondato il mio viso
d'ogni tinta, d'ogni trucco,
perché so quanto tu mi voglia
spoglia d'ogni finzione, nonché

d'ogni affanno, di ogni pudore.
Ho raccolto i miei capelli
scuri come è scura questa notte
senza luna, con un nastrino rosso.

Questo, io ti conosco, ai tuoi occhi
fa di me ancora la ragazza
che tu ami ritrovare: questa coda
sulla nuca da puledra pazza.

T'ho atteso accoccolata come una gattta
sulla sedia da te più amata,
osservando dai vetri giù la via
quietamente imbambolata.

Ho camminato ansiosamente
dalla cucina al lettino della stanza,
a piedi nudi, assaporando
il gelido marmoreo distacco

del pavimento piastrellato. E ho stretto
al mio petto il tenero scimmiotto
blu pervinca che mi hai lasciato
a starmi accanto. E l'ho baciato!

Ho lasciato che il tempo percuotesse
il mio cuore in pena a ogni tocco,
trasalivo a ogni rombo di motore
proveniente dalla strada,

a ogni svelto scalpitìo di tacco
sul selciato, a ogni porta d'ascensore
che s'apriva al mio piano, a ogni
voce di ragazza, sia pur lontano.

Riverrai, presto, tra le mie braccia.
Ma intanto questa attesa, scampolo
di vita sospesa in uno spazio vuoto,
mi consuma come un fiume in piena

che erode in sabbia ogni roccia.


Marianna Piani
Milano, 23 Gennaio 2017

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sabato 10 giugno 2017

A una scomparsa



Amiche care, amici,

ho esitato a lungo, molto a lungo prima di pubblicare o no questa poesiola, tenue traccia del dolore per la scomparsa, avvenuta nell'Agosto dello scorso anno, di una persona da me amatissima, a cui ero (e rimango - oltre la morte) legatissima.
Mi sembrava una cosa così intima e così confusa al mio sangue, alle mie viscere, e così indicibile il dolore e lo smarrimento, che metterlo "in piazza" pubblicando questi pochi versi (che sono gli unici che sono riuscita ad esprimere direttamente su questo evento) mi pareva un sacrilegio, una mancanza di rispetto nei confronti della persona in questione, e per me personalmente un torturare i margini di una ferita profonda ancora aperta.
Alla fine però ho pensato che l'artista non può sottrarsi alla propria vocazione, nemmeno se oppresso, annichilito da dolore, e ho pensato all'espressione di un dolore simile, straziante e totalizzante, da parte di un grande in assoluto come Giuseppe Ungaretti che ha generato un capolavoro come la sua raccolta intitolata proprio "Il Dolore".

Queste poche, povere parole siano dunque un omaggio, espresso al mondo, per una persona straordinaria, unica, adorata.

. . .


Come ho scritto in altre occasioni, la Poesia, scrivere versi, non è per nulla un linimento, una medicina. Non guarisce, e nemmeno lenisce, angoscia, dolore, crollo di fede.
Invece è una necessità, come il respirare, anche se non vorremmo e preferiremmo morire, ci tiene in vita. Questo ò tutto.

Vi lascio alla lettura, con amore
e un rinnovato immenso senso di vuoto.

M.P.






A una scomparsa


L'esile, piccola, fragile barca,
slacciata ormai dall'ormeggio
va libera alla deriva, in mare aperto.

Tanto fu il dolore, e tanto l'affanno
nel contrasto impari con la tempesta,
che pur non bastò a disalberarla.

Il legame, logoro di salso, sangue
e tempo impastato d'alghe, pur tenace,
giunse al momento di disfarsi.

Da quell'istante, fu libera la chiglia
da ogni vincolo e ogni guida,
libera di cogliere la corrente.

La meta non ebbe più alcun senso,
né l'ebbe il tempo che ogni cosa doma,
né l'infinito, né l'eterno l'ebbe.

Tutto si spense, tranne la memoria
impressa nell'amore dato immenso
e in quello avuto: tutto il resto è nulla.



Marianna Piani
Trieste, Agosto 2016

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mercoledì 7 giugno 2017

Non chiedere, non dire



Amiche care, amici,

innamorarsi, sempre, è un dono immenso.
Innamorarsi "da grandi", a quarantadue anni, è qualcosa di sconvolgente.
Perché abbiamo passato un pezzo della vita a capire noi stesse, e ora che, finalmente, ci pare di aver risolto qualcuno degli enigmi più tormentosi della vita, tutto viene sconvolto, tutto viene rimesso in discussione.
La passione piomba improvvisa, come un vento che tracima dalle montagne e precipita a valle, e tutto, vita quotidiana, lavoro, impegni, interessi, tutto viene messo sottosopra, tutto passa in secondo piano, tutto si esaurisce nell'attesa del prossimo bacio, del prossimo incontro.

È magnifico anche perché, ebbene, a quarantanni e oltre non diamo più nulla per scontato, meno che mai l'amore, quello vero che "strappa i capelli" - come scriveva e cantava Faber - e se all'improvviso si presenta davanti a noi in tutto il suo splendore, non possiamo quasi credere ai nostri occhi, e alla fortuna che ci tocca. Non è vero che l'età, la "maturità" porti equilibrio, spenga le passioni, tutt'altro, credetemi: la maggiore coscienza di sé, il maggior peso delle proprie responsabilità, l'aver in qualche modo molto "da perdere", rende l'incontro con la passione ancora più intenso, totalizzante, vivo. L'importante è non perdere la ragione, o meglio, lasciarsi prendere dalla follia con quel poco di "metodo" che la vita ci ha insegnato. Perché l'amore, la passione, sia davvero il fondamento di una nuova fase di vita, una rinascita, una primavera, un progetto da realizzare, un sogno da cogliere al volo.

Dedico tutto l'amore a voi, amiche dilette e amici. Col cuore.

M.P.




Non chiedere, non dire


Non chiedermi chi sono,
non dire nulla, solo
stringimi la mano
forte, più forte
tra le tue mani,
e non lasciarmi inabissare.

Risalirò a te dal fondo
inarcando il dorso
come una sirena,
per baciarti sulla fronte
e odorare il tuo profumo
di alga e stella di mare.

Tu socchiuderai
quei tuoi larghi occhi chiari
come uno scrigno schiude
sul suo tesoro,
e mi offrirai la fronte al bacio
come una rosa al sole.

E quando mi sarò avvicinata
tanto da sentirti palpitare,
con un veloce scarto
alzerai il capo, a sorpresa,
così che le mie labbra
s'uniranno alle tue, come per caso.

E in quell'istante
io sospenderò il respiro,
e ogni battito di cuore,
e ogni pensiero, e ogni suono
della voce, e ogni parola.
Sbalordita da questo farsi vero

di ogni mio riposto ardito sogno.



Marianna Piani
Milano, 27 Dicembre 2016
.

domenica 4 giugno 2017

«Uno, qualcuno, centomila»

(Editoriale)



(by David Hettinger)




Amiche care, amici,


concedetemi una breve premessa: non sono né mai sono stata una fanatica dei numeri o delle classifiche in rete. Ad esempio non ho mai sottoscritto quegli strumenti un po' tra il patetico e l'infantile che consentono di tenere un conto pedissequo, in tempo reale, dei followers e unfollowers, né mi sono mai curata del numero di "likes" o menzioni che ricevono i miei interventi, qui o altrove.
Se dicessi che non m'importa nulla che ciò che scrivo venga letto e considerato da più persone possibile sarei un'ipocrita bella e buona, ma non posso evitare di pensare che il freddo dato numerico in questi casi non sia che un vuoto dato statistico, che non tiene conto per prima cosa di ciò cui io invece tengo di più: la qualità.
Intendo dire, ed è del tutto ovvio dirlo, che per me vale assai più la presenza nella mia TL, o nel mio Blog di una singola persona che ammiro e stimo piuttosto che di cento anonimi "followers" conquistati magari a colpi di foto sexy delle mie (peraltro scarse) tette.
Per questo sono una frequentatrice assai sporadica delle "statistiche" che mi offrono gli strumenti standard del Blog, dato che continuo anche in questo caso a dare rilevanza alla qualità di chi mi "segue" piuttosto che al loro numero puro e semplice.

Tuttavia, poiché sono fatta di carne e narcisismo anch'io, di quando in quando vi butto l'occhio, osservo con curiosità la curva saltellante dei "contatti" nel corso del tempo, con interessanti picchi e avvallamenti, considerandoli in parallelo ai testi pubblicati, e non manco di riceverne qualche soddisfazione, forse anche proprio perché lascio passare diverso tempo tra una "sbirciata" e l'altra e quindi più marcate sono le differenze rilevabili.

E così è avvenuto che qualche giorno fa ho scoperto di aver superato "di slancio" il simbolico muro delle centomila visualizzazioni.

Non posso dire che la cosa non mi abbia fatto piacere: razionalmente, sì, so bene che questo numero rappresenta in modo cieco e acritico OGNI tipo di contatto, anche di chi capita qui per puro caso, o per errore, di chi apre, guarda e scappa due secondi dopo, di chi legge e pensa "che schifo è questo?" e chiude per mai più tornare. Tuttavia si tratta pur sempre di un parametro, di una indicazione grezza ma "oggettiva", e considerato che questo non è un fashion blog, ma uno spazio dedicato esclusivamente alla poesia, e non alla poesia in senso generico, critico, storico o antologico, ma proprio alla MIA personale scrittura poetica (incluse le traduzioni da grandi poeti del passato), io penso che sia un dato numerico tutto sommato interessante. Anzi, se ci penso, centomila "pagine aperte" sulle mie cosette, in un tempo così relativamente limitato, è un dato che mi impressiona, mi sorprende, e mi fa sentire anche una grande responsabilità.

Dunque, credetemi, ben lontano da me ogni intento "celebrativo", ma voglio cogliere l'occasione per ringraziare, davvero e dal profondo del cuore, tutte le persone che hanno trovato il modo di dedicarmi qui un poco del loro tempo e della loro attenzione, e che con la loro presenza, crescente nel corso degli anni, hanno dato un senso al mio lavoro.
Nessuna scrittura ha senso, secondo me, se non incontra sul suo cammino dei lettori: l'atto d'amore della scrittura si consuma sempre in due, con l'incontro spirituale tra chi scrive e chi legge, e solo così è feconda.
E nel caso poi di una scrittura viva, in opera e sviluppo nel presente, è difficile dire chi ne sia alla fine il maggiore beneficiario, se il lettore o proprio lo scrittore.

Voi tutte, amiche carissime e amici, mi avete certamente dato tanto, tantissimo, con la vostra presenza, con i vostri commenti, anche e più che mai con le vostre critiche, sempre puntuali, rispettose, illuminanti. Avete apprezzato quel pochino o tantino di buono che avete saputo scoprire nelle mie parole, e avete pazientemente tollerato i miei cedimenti, i miei risultati più deboli o corrivi. Mi avete accompagnato, passo passo, in quella che spero sia una crescita nella evoluzione di una "scrittrice" che ho sempre voluto definire "dilettante", definizione in cui avete saputo cogliere non una abdicazione, ma anzi una maggiore assunzione di responsabilità.

Questo freddo dato numerico in certo modo mi conferma della vostra presenza, e della vostra preziosa amicizia, e mi stimola a tentare sempre più di compensare la vostra fiducia e il vostro interesse con tutta la mia passione, tutta la mia costante ricerca, tutto il mio appassionato lavoro. Continuerò ad aprire per voi la mia anima e il mio cuore, con onestà e sincerità, cercando sempre di condividere con voi le mie emozioni e la mia piccola esperienza di vita, e di regalarvi qualche piacere con oggetti plasmati con cura e convinzione.
La poesia è un'arte delicatissima e difficilissima, abusata in mille modi da mani maldestre, o decisamente inette, da persone attratte dalla sua apparente facilità tecnica, che invece nasconde una immensa complessità di realizzazione anche per il solo minimo risultato, appena al di sopra della più corriva mediocrità. Il mio rispetto per questa forma nobilissima e primaria di espressione, vi assicuro, va di pari passo con il mio rispetto per voi in quanto lettori. Ed è l'unico e solo obbiettivo che mi prefiggo, libera da ogni fardello di ambizione e di mondanità.



Approfitto di questa occasione, inoltre, per ringraziare tra voi in modo particolare tutti coloro, più che mai assai pochi ma assai imporanti per me, che hanno confermato la loro fiducia ordinando il mio libretto, il mio esordio sulla carta stampata "Le solitudini e i luoghi".

Grazie infinite a voi per aver compreso la mia scelta di non aver voluto affidare i miei versi a un mezzo "facile" e smerciabile come lo e-book, di certo assai più economico di un libro "tradizionale". Il costo che ho potuto spuntare (che copre esclusivamente i costi vivi di materiali e stampa, senza alcun ricavo per me) è sempre, aggiungendo anche i costi di spedizione, piuttosto impegnativo, me ne rendo conto. E questo aumenta la mia gratitudine nei vostri confronti.
È una esperienza nuova per me, che certamente ripeterò, che ha un valore di prova per i miei versi, togliendoli dalla aleatorietà del Blog per consegnarli alla "definitività" della carta stampata, e vuole essere nel contempo anche un omaggio sincero e convinto nei confronti di questo secolare e fondamentale oggetto di memoria e diffusione della Cultura che è e rimane - e spero rimarrà per sempre - il libro quale lo conosciamo.

Perciò, doppiamente grazie a tutti voi, amiche dilette e amici cari, prometto di proseguire questo cammino, se mi vorrete, assieme a voi finché il talento e le forze - e il vostro affetto - mi sosterranno.

Un abbraccio forte, con amore


Marianna
.

sabato 3 giugno 2017

La ragazza di vetro



Amiche care, amici,

oggi vi propongo un autoritratto, in una figurina di vetro di Murano...
O meglio, un autoritratto ideale, metaforico, ma in qualche modo assai vicino al vero.
La materia di cui è fatta la mia anima accoglie la luce, la trasmette, la riflette, la rifrange. In alcune circostanze è anche in grado di trasformarla in una corona iridescente proietteta sulla parete della stanza.
Ed è fragile, basta un movimento maldestro, un urto allo scaffale su cui è appoggiata, l'urto involontario di un libro nell'estrarlo dalla fila proprio dietro di lei, e la sua fine, in frantumi, è certa.

La trasparenza e la bellezza hanno un prezzo...

Per voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore

M.P.







La ragazza di vetro

Sono io
quella ragazza di vetro
sul terzo scaffale (dall'alto)
della libreria, proprio davanti
alla "Certosa di Parma".

Quando un raggio di sole,
solitamente a Maggio,
filtra dalla persiana,
dalla sua anima irrompe
un fitto baluginio
di vividi colori.

Ha le gambe diritte
e sottili come steli di grano,
che si trema a sfiorarle
temendo di spezzarle.
La veste è congelata
in un ampio panneggio
che mai muterà nel tempo.

Ha gli occhi grandi ma chiusi,

come se stesse sognando,
e i capelli, creati
con un solo gesto sapiente
dall'artigiano alla fornace,
sono raccolti alla nuca
in un piccolo vezzoso
aristocratico chignon.

Il suo cuore
è un grumetto di vetro
che solo il sole di Maggio
a volte incendia
e confonde.
Le mani, infantili,
accennano a un grazioso
timido gesto di danza.

Non importa di quale materia
sia la figurina, in trasparenza
appare in essenza
fatta di luce soltanto.
Ma domani una spinta leggera,
senza volerlo,
basterà a precipitarla
fatalmente nel vuoto.

Dove si frantumerà
in una costellazione
di minuscoli cocci.



Marianna Piani
Milano, Dicembre 2016
.

mercoledì 31 maggio 2017

Ciò che è tuo



Amiche care, amici,

chi mi conosce da un po' di tempo sa che di quando in quando mi piace abbandonarmi semplicemente all'amore, alla scrittura per amore, la più antica e difficile (perché logorata, ma mai logora) del mondo, qualcosa nell'ambito della famosa rima "cuore/amore" reclamata con polemica grazia in piena temperie versoliberista dal grandissimo Umberto Saba.
E ho scelto di osare a visitare una tradizione altissima della prosodia Italiana, la terzina classica, per affidarvi un pensiero di puro e palpabile desiderio. Quello di lasciarsi prendere, di abbandonarsi e di appartenere. Appartenere interamente, corpo e anima, alla persona amata. La forma chiusa per me è a volte l'unico modo per imbrigliare la mia passione, per impedire che tracimi in un incomprensibile sfogo di parole e sentimenti.

E l'amore, amiche dilette e amici, è l'unico vero antidoto alla disperazione e alla morte che dilaga, l'unica barriera perché essa non ci vinca dentro e ci annulli.

M.P.





Ciò che è tuo


Prendimi: prendi ogni mia sostanza,
ogni fibra, ogni turgore, ogni flusso
d'energia del corpo mio, ogni essenza.

Prendi, a piene mani, bevimi adesso
ogni mio sospiro, ogni respiro
speso per starti accanto, sorso a sorso:

Prendimi ogni battito, ogni mio vivo
palpito sottopelle, ogni mio brivido
di sesso, ogni gemito ansito grido

che io ti voglio, prendi il mio timido
destino tra le tue mani, accarezzane
gli aneliti, gli entusiasmi, il vivido

nostro sogno, prendine la bellezza
come d'un abbagliante fiume al sole.
Prendimi ogni pensiero, ogni speranza

che vi scorre, ogni moto, ogni parola,
ogni sguardo a te diretto, ogni motto
ogni pensiero scritto per te sola.

Prendi solo ciò ch'è tuo: prendi tutto!



Marianna Piani
Milano, 25 Novembre 2016

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sabato 27 maggio 2017

Questo anelito di libertà



Amiche care, amici

una pausa, di fronte a un evento di morte, è necessaria, per riprendere, dopo lo choc immediato, a credere in qualche modo alla continuità della vita.
Io, come chiunque si sia trovato nella mia situazione, ho passato tutti gli stadi, dalla incredulità alla rabbia impotente, dalla rassegnazione al dolore che strazia spirito e carne.
Poi, per salvarmi, come fa un naufrago tra i vortici di un torrente furibondo che lo sta travolgendo, per puro istinto ho allungato un braccio sopra i flutti e ho afferrato un ramo che sporgeva su di me, come ultima salvezza.
Nel mio caso, come sempre mi è accaduto, questo ramo di salvezza è la scrittura.

Non vi è prigione al mondo più rigida e severa del proprio dolore. Per questo, più dell'istinto di sopravvivenza, ciò che mi ha spinto a cercare una salvezza è stato il bisogno di ritrovare e di riappropriarmi in qualche modo la mia libertà, ciò che considero il bene più prezioso ed irrinunciabile.

Come scrivevo nel mio primo tentativo di scrittura dopo la lunga pausa di disorientamento, pubblicata qualche giorno fa: "occorre riprendere il canto…"

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore

M.P.







Questo anelito di libertà


Fuori da queste mura
oggi, ora, adesso,
due soli passi certi
e in certo modo fieri,
in fine alla vertigine
che mi affogò la mente.

I primi passi veri
in fine a giorni, mesi,
che parvero decenni
di tenebra e naufragio,
ora, adesso io provo
questo nuovo anelito

di libertà. Di fronte
a questo piano d'erba
che mi accoglie e avvolge
come una placenta,
di fronte al sole vivo
d'autunno che m'abbaglia.

Da quel poderoso masso
di fronte a questo mare,
aperto e immenso come
il cuore di mia madre,
addosso al vento florido
delle mie terre agre.

Nuda e candida come
una pallida sirena
mi offro e apro, al Dio
dei flutti e degli abissi
che mi generò, e genera
i sogni come figli.

In questo abbandono,
sensuale come il palpito
del corpo dell'amante
che tutta mi possiede,
in questa chiara estasi,
in questo oblio veggente.

In questo nuovo giorno
che sorge, che s'infiamma,
dopo secoli di tenebra
ritrovo nel mio petto
il primo mio respiro
straziante come quello

del neonato che affronta
la sua primissima ora,
ecco, sento montare
dentro me come un'onda,
come vento nei capelli,
questo anelito di

serena libertà.



Marianna Piani
Trieste 14 Novembre 2016
.

mercoledì 24 maggio 2017

Occorre riprendere il canto



Amiche care, amici,

scrissi questi versi dopo un lungo periodo, in seguito a un grave lutto personale, in cui non fui in grado di scrivere una sola parola, cosa che non mi accadeva da lungo tempo. Semplicemente non ero più in grado di fermarmi a pensare, lasciavo che la vita mi scorresse addosso, cercando di averne meno dolore possibile. Anche scrivere, perfino lo scrivere, che di solito è sempre stata la mia consolazione e ultimo rifugio, mi era divenuto intollerabile.
Riemersi a fatica, lentamente, dalla disperazione. Come dopo un naufragio, l'organismo si riprende dal terrore e dal dolore, piano piano, e ritrova gradualmente un equilibrio.
Con esso il bisogno di espressione, di riprendere la parola...

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore.
M.P.





Occorre riprendere il canto


Perduta parola, ma dove
e come sei svanita
dalla mia vista, dal paesaggio,
dalla memoria, come
una pozza d'acqua che asciuga
sotto il sole, e non lascia
la più flebile traccia?

Ma dove, sotto quale forma
vaga ti celi, come
è avvenuto quel mutamento,
questa metamorfòsi
che ti ha mutata da
pensiero, a nullo oggetto —
volatile inafferrabile
indicibile vuoto?

Dove, fuggita, dove
hai trovato la pace,
poi che non tolleravi
più ormai la tua stessa presenza
a un mondo che pareva
voler rinunciare — per sempre —
ad amare?

Vedi come ora disperando
ti cerco ad ogni istante
del mio destino, in ogni canto
segreto o palese
del ricordo che affiora,
della mia immaginazione,
di tutta la mia Storia.


Marianna Piani
Ottobre 2016
.

mercoledì 17 maggio 2017

Poiché mi apro


Amiche care, amici,

ritorno a una passione mai sopita, il sonetto classico, la più perfetta forma per esprimere sentimenti d'amore, non fosse altro per i secoli e secoli in cui in questa forma l'amore, fin dalle origini della nostra Lingua, si è espresso.
Qui mi affido quasi solo all'eleganza metrica pura e semplice del verso - rinunciando alla rima - e alla sua perfetta brevità: nulla in un sonetto può essere lasciato al caso, nulla alla ridondanza, tutto è essenziale.

Poesia d'amore e di desiderio acceso e, infine, soddisfatto.
Per voi, amiche dilette e amici

M.P.




Poiché mi apro


Poiché mi apro, come una corolla,
come una rosa al sole, come un prato
alla bruma d'ottobre, come il lago
al respiro delle selve: io mi apro

quando mi vieni incontro, e mi raggiungi
come in volo, sull'alea del tuo sguardo
di sogno, tempestato d'illusioni;
quando su me discendi, come il vento

e ti riposi, per un solo istante
o per sempre — il capo come fiamma
ardente abbandonato sul mio ventre

e le tue braccia nude come rami
mi cingono del tuo vigore i fianchi.
Mi guardi: allora m'apro. E tu mi prendi.



Marianna Piani
Trieste, Settembre 2016
.

domenica 14 maggio 2017

"Supplica a mia madre" di Pier Paolo Pasolini


Supplica a mia madre


È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…


Pier Paolo Pasolini


In ricordo di mamma, l'intero mondo per me, che ora è altrove.
M.P.

sabato 13 maggio 2017

Il senso del mare


Amiche care, amici,

questa composizione segue immediatamente quella pubblicata qualche giorno fa, "Essere",  e risponde alla stessa ispirazione, osservare il mare e desiderare di abbandonare tutto e di abbandonarsi, come una sirena pentita di aver voluto essere umana, e di lasciarsi andare in esso, non importa se ormai ho perduto la capacità di respirare nell'acqua, e che questo mio tuffo in un mare di rimpianto e nostalgia sarebbe il mio ultimo volo.

In forma di idillio, o di canzone, tutto appare così rasserenante.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, come sempre - con amore

M.P.






Il senso del mare


Una giovane vita
appare tra le onde
e poi presto scompare,
e riappare più avanti
dalla riva distante,
fragile e incerta, eppure
del tutto gioiosa a cantare
parole d'amore
e di libera scelta.

Tornerà mai in terraferma?
Troverà mai approdo
meno inquieto del suo vagare?
Risponderà al nostro saluto,
se mai lo scorgesse?
Riuscirà così a fuggire
ciò che la schiaccia,
fidando nelle vigorose
tenere braccia
odorose d'alga marina
che la cingono ai fianchi?

Giunge l'onda più lunga
che precede la marea
della sera, che poi si fa notte.
Giunge l'onda e travolge
le piccole barche alla fonda,
che oscillano a lungo
come in una allucinante
berceuse di vetroresina e legno:
questa è l'onda, dico,
che mi rapisce, finalmente
mi strappa di terraferma
e mi trascina alla fine
del mondo e delle cose.

Laddove la vita non ha
altro senso che quello profondo
del verde gelido mare.



Marianna Piani
(Trieste, Agosto 2016)
.

mercoledì 10 maggio 2017

In-folio






Marianna Piani
"Le solitudini e i luoghi"
Poesie scelte 2012 - 2013

Prefazione dell'Autrice
In appendice 10 poesie inedite.

200 Pagine BN 14,8 X 21 paperback
€ 6.00 (scontato) + Iva e spedizione 
ISBN 978-0-244-60015-0




Dopo lunghe e tormentose titubanze,
alla fine il narcisismo
ha vinto sulla ritrosia:

pubblico il mio primo volumetto in versi...



Amiche care, amici...

ebbene sì, da molto tempo accarezzavo questo progetto (se mai un progetto si può "accarezzare", come fosse un gatto), ma proprio il mio amore per i libri e per la poesia mi bloccavano, non per umiltà o modestia beninteso, io sono tutt'altro che "umile e modesta", ma per una elementare questione di coerenza e di rispetto. Non mi sono mai considerata una "scrittrice", men che meno una "poetessa", ma piuttosto una dilettante, certo appassionata, anche evoluta spero, ma sempre una dilettante. Ovvero una persona che scrive non per lavoro, per guadagnarsi il pane, ma per puro, sia pure serio, divertimento.
E anche in questo caso mi ritengo tale non per un senso di modestia, piuttosto per il mio amore di libertà: cos'altro ci può dare più libertà dello scrivere come ci piace, quando ci piace, ciò che ci piace, dove ci piace?
Poiché esercito professionalmente in un diverso settore artistico, in parte anch'esso legato all'editoria, so bene quanto possa essere vincolante e limitante, a quanti e quali compromessi, a meno di non essere degli artisti ben affermati e riconosciuti, si debba scendere per portare a casa la (spesso anche piuttosto magra) pagnotta quotidiana.
Conosco un certo numero di editori con cui ho avuto e ho a che fare, per questa mia attività, ma mi è difficile pensare di recarmi da loro anziché con il mio solito lavoro grafico (il più delle volte commissionato), con un mio manoscritto (senza ombra di illustrazione) a chiedere udienza, o di concedermi la loro lettura, o a chiedere una pubblicazione.
Non perché temessi un rifiuto, una eventualittà che considero comunque inevitabile - e quindi perché "temerla"? No, il mio timore era opposto: se qualcuno mi avesse inopinatamente accettata, avrei mai potuto scegliere cosa pubblicare, quanto pubblicare, in che modo, quale prezzo avrebbe dovuto figurare in copertina? E, più ancora, avrei potuto evitare l'aborrito, abominevole formato e-book?



Poi però, sempre per motivi di lavoro, ho conosciuto questo servizio di self publishimg online - lulu.com - che consente di pubblicare in proprio con una una certa dignità "professionale", a costi quasi nulli, e con discrete possibilità di "distribuzione". E questo alla fine mi ha convinta, ritenendolo coerente con il mio status di "dilettante" e con le mie convinzioni.
Mi sono quindi decisa al "gran passo".
Anche in questo caso, naturalmente,  senza alcuna ambizione o irrazionali attese: anche se certamente farò più "promozione" possibile con i miei limitatissimi mezzi (la scrittura ha senso se si rivolge a un certo numero di lettori, pochi o tanti che siano) sono ben consapevole che un volumetto così, senza avere alle spalle un minimo di struttura distributiva (che invece un editore tradizionale dovrebbe assicurare) e per di più in un settore così di nicchia come la poesia, non avrà di certo alcuna posibilità di spuntare una diffusione maggiore di qualche sparuta copia qui e là. Ma su questo, amiche care, e amici, conto su di voi, spudoratamente.
Il vero motivo però per cui alla fine ho vinto le mie remore e le mie timidezze (narcisismo a parte) è che ho sentito che le mie creature fossero ormai "mature" abastanza per uscire dall'astratto e un poco asettico spazio del blog e provare ad affrontare con le proprie forze la "dura realtà" della pagina (di carta) stampata, nero su bianco. La poesia è nata per essere cantata, per la musica vocale e strumentale, o recitata, questo lo si sa bene, ma dopo la "rivoluzione" gutenberghiana ha acquisito anche lo statuto di essere scritta e stampata, divenendo a tutti gli effetti "letteratura", e da quel momento è sorta la necessità di "reificarla" nelle pagine dei libri e di trovare posto nelle biblioteche, i Templi per eccellenza della Memoria e della Cultura Umana.

Fino ad oggi ho rinviato questo appuntamento anche per un altro motivo, per dire il vero, legato più direttamente alla mia proverbiale e vergognosa pigrizia: in questi ultimi anni, da scribacchina patologica quale sono, ho scritto, e di conseguemza "pubblicato" (qui sul blog e su Medium) molti testi, diverse centinaia di titoli, e poiché sarebbe stato impensabile e anche un poco ridicolo proporre un "tomone" non postumo di mille e più pagine (ammesso che qualcuno se lo sarebbe mai sorbito), occorreva una drastica e (per me, essendone l'autrice, anche ardua) selezione. E non solo: sapevo bene che ognuna delle composizioni selezionate avrebbero abbisognato di una accurata revisione, certo non potevano finire sulle pagine a stampa (virtualmente per sempre) tali quali appaiono qui sul Blog.
Il Blog (come ogni mezzo digitale, incluso il suddetto e-book) è intrinsecamente effimero e provvisorio. Il libro invece è potenzialmente definitivo. Come paragonare un castello di sabbia sulla spiaggia di Milano Marittima a un edificio di pietra e cemento.
Questo lavoro, sapevo, mi avrebbe certo preso molto tempo, una risorsa che ho sempre molto scarsa, e devo dire che ho sempre trovato più soddisfazione nel tentare il nuovo che nel rivangare il passato.
Alla fine però, ho trovato l'idea che poteva sbloccare la situazione, e da questa è nata la struttura portante di questo libretto.
Ho dunque deciso di selezionare solo una parte delle mie composizioni, diciamo dal 2012, l'anno di inaugurazione di questo blog, a tutto il 2013.
Si tratta quindi di testi di quattro o cinque anni fa, ma chi mi conosce già da qualche tempo non si sorprenderà se dico che proprio questo li rendono più adatti alla pubblicazione. A distanza di tempo è decisamente più facile compiere una lettura obbiettiva, o almeno avvicinarsi ad essa. Posso considerare i miei testi più facilmente a distanza, proprio come da una certa distanza si riesce a comprendere meglio l'effetto di un dipinto. Pur essendone l'autrice, li sento ormai meno "miei", sono coinvolta meno emotivamente e più razionalmente, e quindi riesco a selezionarli e a giudicarli con più distacco. Ognuna delle composizioni selezionate è stata quindi rivista, emendata e in molti casi, se necessario, riscritta, per cui alla fine nessuna delle poesie raccolte è risultata in realtà una copia identica e conforme a quella che potete trovare sul blog.
Ho mantenuto in ogni caso la datazione originale, che corrisponde sempre alla data di prima stesura e non a quella di prima pubblicazione (che ne differisce spesso di molto). Alla fine del volumetto ho aggiunto una piccola appendice con una decina di componimenti del tutto nuovi e inediti, destinati a rimanere esclusivi di questa pubblicazione: un piccolo bonus aggiuntivo d'affetto e riconoscenza per i miei eventuali, carissimi lettori.

Ho voluto una edizione tipograficamente molto sobria, con una grafica ed una impaginazione lineare, minimalista, di puro testo, senza immagini o illustrazioni. Può sembrare paradossale, dal momento che io sono di mestiere una illustratrice, ma proprio per questo motivo io ritengo che la poesia debba rimanere indipendente dall'immagine, poiché è essa ad avere il compito di creare le immagini nella mente del lettore, e il lettore sarebbe distratto o perfino sviato dal'impatto di una illustrazione "preconfezionata". Una prassi che ho sempre tenuto con coerenza anche in "rete", qui nel Blog e in Medium, dove i miei "post" sono volutamente assai avari di foto o illustrazioni, in controcorrente rispetto al il trend normale, che privilegia invece l'immagine ovunque. Di solito l'immagine (a volte anche assai poco pertinente) ha la semplice funzione di specchietto per catturare le "allodole", segnatamente contatti e "like". Ma dal momento che io, pur apprezzando ovviamente il fatto di avere dei lettori, pongo il valore numerico all'ultimo posto dei miei interessi, non si tratta di un gran sacrificio per me: non fa nulla se ho poche "allodole" nel mio giardino, in cambio quelle che lo visitano sono bellissime e preziose.

Per la parte grafica ho avuto in più la grande fortuna di ricevere l'aiuto, del tutto gratuito, di una amica meravigliosa, Mimma Rapicano, una grande professionista in campo grafico, oltre che scrittrice lei stessa, che non solo ha sistemato con pochi tocchi magistrali l'aspetto della copertina, ma mi ha anche dato validi suggerimenti sul formato, sugli stessi testi che raccoglievo. Un tesoro di amica: sulle amicizie, come ho detto sopra, ho davvero molta fortuna!
Sul prezzo di copertina, ho seguito anche qui con coerenza il mio pensiero di sempre: la poesia è un dono, è un dono leggerla, ed è un dono avere il privilegio di scriverla, per cui, non potendo permettermi di offrire tutto gratis come utopicamente avrei desiderato, ho curato di tenere il prezzo di base più basso che mi era consentito dal servizio di edizione prescelto, in pratica quello necessario a coprire i soli costi vivi di stampa e per il compenso nei confronti del servizio stesso. Più una piccola percentuale di diritti d'autore, che però ho stabilito di devolvere "automaticamente" (cioè direttamente dal servizio, senza mio intervento) e interamente a una ONLUS internazionale. Preservando così (almeno simbolicamente) sia la mia libertà intellettuale di dilettante pura che la "gratuità" virtuale di cui dicevo prima.

Anche se sono consapevole che perderò per questo motivo molti potenziali lettori, nonostante il servizio di edizione scelto me lo consentirebbe facilmente, non ho intenzione di affiancare a questa "cartacea" alcuna edizione in formato e-book o simile - un supporto che io detesto cordialmente e che ho sempre combattuto. Quindi questo libretto rimarrà l'unico mezzo al di fuori di questo stesso blog per accedere ai miei testi.
A chi avendo acquistato il libro me ne facesse richiesta, sarò felice tuttavia inviare personalmente e gratuitamente una versione digitale in formato PDF (con dedica personalizzata) non stampabile, per la archiviazione e consultazione tramite il dispositivo che gli fosse più comodo e congeniale.
Infine spero in un futuro non lontanissimo di ripetere l'esperimento e di pubblicare un nuovo volumetto come questo con altre mie composizioni più recenti. Ma per questo c'è tempo e molta acqua ha da passare sotto i ponti...

Grazie amiche dilette e amici, come ho sempre ripetuto non ritualmente alla fine di ogni mio intervento su queste pagine, "con amore"


Vostra
Marianna




Marianna Piani
"Le solitudini e i luoghi"
Poesie scelte 2012 - 2013

Prefazione dell'Autrice
In appendice 10 poesie inedite.

200 Pagine BN 14,8 X 21 paperback
€ 6.00 (scontato) + Iva e spedizione
ISBN 978-0-244-60015-0





Consigli per un eventuale acquisto

Il volumetto, esclusivamente in forma cartacea, è reperibile per ora solo presso il servizio di self-publishing cui mi sono appoggiata, raggiungibile direttamente da questo link, o da quelli sopra riportati. Occorre credo creare (gratuitamente e senza impegno) un account e inserire il libro nel "carrello", come in tutti i siti online analoghi.
A breve comunque il volume sarà reperibile anche presso altri siti come Amazon o Barnes&Noble, appena avrò espletato tutte le procedure necassarie alla distribuzione "allargata".

Come dicevo poco sopra, io mi sono adoperata per tenere il prezzo il più basso possibile, in pratica il minimo che mi era consentito, dato il formato del volumetto, dal servizio di publishing, per coprire i costi di stampa e la piccola percentuale riservata al servizio stesso.
Il prezzo nominale è quindi di 10.00 €, che però, se lo ordinate on line al suddetto link - si abbassa a 6,00 €, grazie allo sconto del 40% da me preordinato di default.
Il sito poi  provvede alla stampa e alla spedizione della/e copia/e ovunque nel mondo.
Purtroppo però devo dire che proprio i costi di spedizione (e l'IVA)  fanno lievitare questo prezzo in modo considerevole. In particolare la spedizione, se si opta per il corriere internazionale, è piuttosto dispendiosa.


Da ora però c'è anche l'opzione Amazon, imbattibile in termini di velocità di consegna, che offre il libro a € 10,71 IVA e spedizione incluse (Anche in Prime).

Ancora grazie di cuore per il vostro affetto e attenzione.

M.P.
.

sabato 6 maggio 2017

Essere


Amiche care, amici,

scrissi questi versi in un momento di profondo sconforto, in prossimità della morte di una persona immensamente amata, un periodo di prostrazione e intensa sofferenza, unita a incredulità di come possa essere fragile e provvisoria la nostra esistenza; l'unica cosa che mi dava conforto in quei giorni era di essere vicina al mio mare, ai miei luoghi, alle mie solitudini. Tanta la voglia di confondersi in tutto questo, e di non tornare più nel mondo.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, ringraziandovi per esserci, con tanto amore.

M.P.






Essere


Essere onda, essere mare,
essere vento che sfiora l'acqua
modulando un canto
a solo, essere lo scoglio
che affronta l'onda
che vi s'infrange,
essere la spuma
iridescente che ne scaturisce,
essere una nube, tra mille nubi
che stringono d'assedio il porto,
essere pioggia che schianta al suolo
torrenziale e improvvisa, oppure
lenta e fine, che pare eterna.

Essere foresta, che copre
le alture, essere cerva
che s'avventura in campo aperto,
ed essere l'aperta brughiera
che l'accoglie materna,
essere corvo, o poiana,

o gabbiana, e librarsi
nel cielo, modulando
ancora un ultimo canto
che sia pure stridente,
eppure suadente,
e infine scomparire
dietro quelle nubi scure
laddove nulla impera.



Marianna Piani
Trieste, Agosto 2016
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