«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 22 aprile 2017

Estati passate


Amiche care, amici,

riprendo dal mio taccuino una composizione, tracciata in pochi minuti su un foglio volante parecchio tempo fa, e la riscrivo, riordinando un poco quei ghiribizzi (ho proprio una pessima scrittura).  É prima mattina, e dalla mia finestra sul Lago Maggiore, mentre infuria un vento strano di tramontana che imbianca di spuma quasi marina la superficie abitualmente così placida ddel lago, erompe un sole brillante e un poco smargiasso che anticipa una stagione di luce e colori quasi estivi. Anche se la temperatura è bassa, tutt'altro che primaverile: appena 5 gradi. A volte è confortante rifugiarsi in qualche antico ricordo, per togliersi un poco di gelo dall'anima.


Il componimento è proprio questo, un ricordo di certe estati passate in cima all'Adriatico, in una di quelle spiagge dalla sabbia fine e bollente che erano meta di brevi periodi di vacanza famigliare, assieme alla mamma, che ci teneva a bada mentre papà era impegnato con il suo lavoro in città. Un ritaglio di vita famigliare di fine anni settanta, che forse non si può più ritrovare, le famiglie hanno meno danaro, meno tempo libero, anzi, meno tempo del tutto, i periodi di vacanza sono brevi e convulsi, le occupazioni cittadine ci inseguono ovunque sotto forma di smartphone e altri devices indiscreti. A quell'epoca invece il telefono rimaneva saldamente ancorato al muro di casa o della stanza d'albergo (mezza pensione o pensione completa), e con esso nulla della vita d'ogni giorno ci poteva seguire alla spiaggia, e qui tutto era risparmiato della quotidianità, era inconsueto, nuovo, avventuroso.
Noi, mia sorella ed io, piccole gaglioffe, eravamo già consapevoli abbastanza per pavoneggiarci di avere una mamma così bella, specialmente in quella versione Saint-Tropez che lei assumeva quand'era in vacanza marina, e oggetto di attenzioni un poco ovunque, seppure non capivamo come mai mamma il più delle volte rispondeva così dura a signori che a noi parevano gentilissimi.
Ho rivisto molto tempo dopo queste immagini in alcune vecchie diapositive (scattate immagino da papà nei momenti in cui poteva unirsi alla combriccola delle femmine gaudenti) e la mia memoria di certo mi è arrivata anche attraverso quelle immagini. Mamma Oca e le sue due ochette, sempre dietro a lei in disciplinato disordine, eravamo davvero uno spettacolo molto tenero e bello da vedere…
Tutto questo ora non c'è più, tranne nel mio ricordo. Ma come ho detto spesso, il ricordo non genera malinconia né nostalgia. Solo un certo senso di vuoto.

Vi lascio, come sempre, alla lettura. Grazie per esserci, amiche dilette e amici.

Con amore
M.P.





Estati passate
(Gli aironi)



Quelle giornate infinite d'estate,
quelle sfumature dorate, opache,
avvolte a ogni cosa: fino nell'aria
era la doratura, come un fresco
giottesco, e negli stendardi d'un sole
trionfante ancora, sovrano immerso
tra spume di nubi candide e grigie;
quelle passeggiate un poco indolenti
sul lungomare, affollato di gente
del tutto comune, eppure anch'essa
adorna di quegli ambrati riflessi,
e per questo, colta nella sua quieta
vitalità, a suo modo, pur bella.

Mia mamma passeggiava col suo passo
orgoglioso da giovane puledra
dotata d'una sua toccante grazia,
quasi danzando su quei sandaletti
color corallo, indossando un pareo
ornato da grandi orchidee bianche
che le scopriva generosamente
le svelte gambe e la linea del seno;
in capo calzava un largo sombrero
e — sotto — quei grandi occhiali da diva
che le donavano un giusto mistero.

Dietro a lei, come anatrine curiose,
frizzanti, zampettavamo noi bimbe,
Paola, la mia sorellina, e io stessa,
coi zoccoletti da mare, cloc cloc,
e le vestine leggere e ridotte
a variopinti bollini di stoffa
sulla pelle esausta di sole e salso
e sabbia: ancora qualche serpentello
nero di un'alga avvolgeva le spire
alla caviglia, oppure aderiva
all'esile spalla di mia sorella.

Ma quanto eravamo belle, noi tre,
sul lungomare nelle sere estive,
inconsapevoli come quei cirri
che ornavano di volute e rabeschi
un cielo di porcellana, incantati
dal volo di filanti aironi argentati!



Marianna Piani
Milano, 22 Dicembre 2015
Nebbiuno (Arona) Aprile 2017
.

venerdì 21 aprile 2017

"Candles" di Sylvia Plath


Amiche care, amici,

Non sono lontana a concludere, per ora, questo piccolo viaggio nella grande Poesia Americana del 900.
Vi vorrei proporre ancora due stupefacenti liriche di una grandissima Sylvia Plath, sempre ardue e tese, ma in questo caso inusitatamente intenerite, quasi in contemplazione di una felicità quieta e "normale" che lei, per qualche motivo a lei stessa impossibile da comprendere, appariva negata.

Anche questa volta, nel tentativo di rendere in qualche modo il "canto" della poesia di Sylvia, così complesso ma anche così armonico, così ricercato ma nello stesso tempo innocente, mi sono affidata a un metro classico, alternando endecasillabi e settenari.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, grazie sempre, con amore.

M.P.




Sylvia Plath



Candles


They are the last romantics, these candles:
Upside-down hearts of light tipping wax fingers,
And the fingers, taken in by their own haloes,
Grown milky, almost clear, like the bodies of saints.
It is touching, the way they'll ignore

A whole family of prominent objects
Simply to plumb the deeps of an eye
In its hollow of shadows, its fringe of reeds,
And the owner past thirty, no beauty at all.
Daylight would be more judicious,

Giving everybody a fair hearing.
They should have gone out with the balloon flights and the stereopticon.
This is no time for the private point of view.
When I light them, my nostrils prickle.
Their pale, tentative yellows

Drag up false, Edwardian sentiments,
And I remember my maternal grandmother from Vienna.
As a schoolgirl she gave roses to Franz Josef.
The burghers sweated and wept. The children wore white.
And my grandfather moped in the Tyrol,

Imagining himself a headwaiter in America,
Floating in a high-church hush
Among ice buckets, frosty napkins.
These little globes of light are sweet as pears.
Kindly with invalids and mawkish women,

They mollify the bald moon.
Nun-souled, they burn heavenward and never marry.
The eyes of the child I nurse are scarcely open.
In twenty years I shall be retrograde
As these drafty ephemerids.

I watch their spilt tears cloud and dull to pearls.
How shall I tell anything at all
To this infant still in a birth-drowse?
Tonight, like a shawl, the mild light enfolds her,
The shadows stoop over the guests at a christening.


Sylvia Plath
17 October 1960





Candele


Sono l'ultime romantiche, queste
candele: cuori di luce a capofitto
in cima a dita di cera, e le dita
ognuna avvolta dalla propria aura,
come erette lattee figure, chiare
come salme di santi.

È commovente come esse trascurino
tutta un'intera famiglia di oggetti
importanti, soltanto per sondare
le profondità d'uno sguardo
nelle sue cavità più tenebrose,
sfrangiato di festuche,

anche se la sua proprietaria ha ormai
passato i suoi trent'anni, e non è bella
per nulla. Una illuminazione diurna
sarebbe assai più appropriata, e allora
darebbe a ciascuno il suo più gentile
giustissimo ascolto.

Tutto ciò avrebbe dovuto svanire
in volo come una mongolfiera
in uno stereoscopio. Non è tempo
più d'un personale punto di vista.
Quando le accendo mi pizzica il naso.
Il loro incerto, pallido,

giallino evoca fasulle visioni

edoardiane, che rammentano tanto
la nonna materna, che era di Vienna.
Quand'era scolaretta offrì le rose
a Franz Josef. Gli abitanti del borgo
piangevano e sudavano.

Tutti i bambini vestivano in bianco.
E mio nonno rimpiangeva il Tirolo
figurandosi capo cameriere
negli USA, scivolando in un silenzio
quasi da cattedrale tra cestelli
del ghiaccio e tovaglioli.

Questi minuscoli globi di luce
sono dolci come pere sugose.
Assai gentili con infermi e donne
troppo sentimentali, rabboniscono
la calva luna. Nell'anima suore
ardono al cielo, e mai

si sposeranno. Gli occhi della bimba
che sto allattando sono a pena schiusi.
Tra una ventina d'anni apparirò
ormai superata, come le effimere
che frullano nell'aria qui attorno.
Le lor lacrime osservo

che s'offuscano e opacizzano in perle.
Come potrò dire di più a questa
mia neonata che è ancora immersa
nel sonno infantile? Come uno scialle
stanotte l'avvolge la loro tenera
tremula luce. Le ombre

si chinano su lei
come fanno i testimoni al battesimo.



Sylvia Plath
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 20 Aprile 2017
.

mercoledì 19 aprile 2017

Chiude il cielo


Amiche care, amici,

il sentore di una tempesta che si sta per abbattere sulla mia vita, e mi caccerà per sempre dagli anni dolci della giovinezza per abbandonarmi in solitudine, sugli scogli d'una vita che di colpo non mi parrà più illimitata, o invincibile, o incontaminata, ma fragile, compromessa, e terribilmente breve...

Amiche dilette, amici, grazie per la vostra preziosa presenza.
Con amore

M.P.




Chiude il cielo


Ora chiude il cielo in una coorte
di nubi cupe, tormentate, mentre
risale dalla battigia un sentore
d'alga morta, che s'aggroviglia adagio.

Onde indolenti giungono alla riva
in un liquido sfinimento amaro,
percuotono le chiglie dei natanti
che, agli ormeggi, anelano navigare.

Mi porta lontano il volo largo
del gabbiano, immacolato e fiero
nocchiero alato, sorvoliamo alti
pallide praterie abbruciate al sole.

E infine ci tuffiamo a precipizio
sulla scogliera, bianca e rugginosa
come una chiostra di denti guasti, fratti,
mentre sull'orizzonte ormai di pece

scocca un furtivo lampo, repentino
squarcio sul sudario della notte, quasi
come la promessa d'una oltremorte
accecante e breve come un respiro.

Il candido destriero scarta e impenna
con un colpo d'ala, sale in verticale
finché gli basta il fiato, e intanto
io ricado sulle madide rocce.

No, non potrò evitare la tempesta
che sta per picchiare come un rapace
dalle alture: l'ali dell'innocenza
mi hanno scossa giù sugli scogli, e qui

per sempre abbandonata.



Marianna Piani
Trieste-Milano, 20 Luglio 2016
.

martedì 18 aprile 2017

"Poppies in July" di Sylvia Plath


Amiche care, amici,

vi propongo ancora una lirica di Sylvia Plath, tra le più conosciute, perfetta nella sua struttura, intensa e intimamente tragica, come è nello stile di questa grande poetessa.
È interessante rilevare quanto la Natura sia presente, e con quale importanza, in tutte queste autrici, come abbiamo visto, Marianne Moore, Elisabeth Bishop, e anche la più grande, Emily Dickinson.
Ognuna di esse ha un rapporto tutto suo con la natura, il paesaggio, la flora e la fauna, ma nessuna in modo idilliaco, romantico. Può essere di osservazione oggettiva, di amore intimo e segreto, o come è in Sylvia Plath, conflittuale, drammatico. La Natura però rimane assolutamente protagonista, come lo è nel carattere stesso del popolo americano, abituato per cultura a rapportarsi col "selvaggio", con la potenza degli elementi, con l'immensità degli spazi, con la minacciosa bellezza dell'altro da sé.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore

M.P.








Sylvia Plath






Poppies in July


Little poppies, little hell flames,
Do you do no harm?

You flicker.  I cannot touch you.
I put my hands among the flames.  Nothing burns

And it exhausts me to watch you
Flickering like that, wrinkly and clear red, like the skin of a mouth.

A mouth just bloodied.
Little bloody skirts!

There are fumes I cannot touch.
Where are your opiates, your nauseous capsules?

If I could bleed, or sleep! -
If my mouth could marry a hurt like that!

Or your liquors seep to me, in this glass capsule,
Dulling and stilling.

But colorless.  Colorless.

20 July 1962
Sylvia Plath




Papaveri di Luglio

Piccoli papaveri, piccole fiamme infernali,
non mi farete del male?

Voi sfavillate. Io non potrei nemmeno toccarvi.
Ora immergo le mani tra le fiamme. Non brucia.

E mi sfinisce stare a guardarvi
sfavillare così, rossi e increspati, come pelle

di labbra. Labbra appena insanguinate.
Graziose gonnelline color del sangue!

Vi sono vapori per me insostenibili.
Dov'è il vostro oppio, dove sono le vostre

capsule inebrianti? Potessi dormire, o perder sangue!
Potessero le mie labbra sposare una ferita così!

O potessero almeno i tuoi liquori stillare
fino a me in questa campana di vetro,

e ottundere, e placare.
Ma senza colore. Nessun colore.



Sylvia Plath
Versione Italiano di Marianna Piani
Milano, 16 Aprile 2017
.

sabato 15 aprile 2017

Aquilotta



Amiche care, amici,

ah, la brevità!
Quanto lavoro, quanto studio, quanta fatica per tentare di conseguire, pian piano, il dono inestimabile della brevità.

Personalmente, come chi mi segue da qualche tempo sa bene, io tendo ad essere una scrittrice fluviale, una volta entrata in sintonia con i miei pensieri, i versi si dipanano con una certa facilità, difficile che io mi fermi prima di aver riempito almeno una pagina intera. Per questo a volte mi "costringo" dentro forme fisse che mi impongano una struttura chiusa, con limiti precisi e definiti, come i quattordici versi del sonetto, o i dieci del madrigale antico.
Eppure, da quando dopo una lunga pausa ho ripreso a scrivere con regolarità, la mia ricerca costante è sempre stata quella di rendere "essenziali" le parole. La bellezza della poesia è data in molta parte proprio da questa sua intrinseca essenzialità, nella insostituibilità di ogni suo elemento, "necessario e sufficiente", quello che io ho sempre definito come la sua urgenza.
Naturalmente non ho mai accettato di valutare la poesia con il righello, la qualità della poesia non è in alcun modo collegata alla sua lunghezza: una composizione di cento o mille versi può essere un capolavoro o un penoso aborto, così come una di tre può essere una inestimabile intuizione oppure una vuota filastrocca pubblicitaria.


Per questo al temine "brevità" preferisco quello di "densità", che rende molto meglio un senso preciso di valore. La poesia, per definizione, deve essere densa, indipendentemente dal numero di versi. È densa perché, a differenza della scrittura in prosa, più concentrata sul contenuto, sulla storia, sull'affabulazione, utilizza allo scopo di "commuovere" i lettori ogni livello, ogni artificio, ogni caratteristica della lingua, grafica, ritmica, acustica, semantica.
Per questo in realtà esistono due tipi di brevità, in poesia (ma questo vale anche per altre forme di scrittura): la brevità rarefatta (o vuota), e la brevità densa. La prima trasmette solo povertà di idee, come molti "haiku" che si leggono in giro, frutto di una moda (che si sta sgonfiando) assai più che di una necessità espressiva.
La seconda può essere il frutto di una grande propensione personale alla sintesi, cosa ahimé assai rara, oppure di un lungo e faticoso lavoro di sfrondatura, di distillatura del pensiero, di concentrazione ed esperienza. In un caso e nell'altro essa è la premessa econdizione ineludibile per ogni risultato chesi possa considerare artisticamente valido e significativo.

Questo ritrattino preso al volo una mattina d'estate è un po' come vorrei scrivere sempre, in un arco descrittivo e narrativo che si risolve in pochi versi, dove ogni singola parola è in equilibrio con tutto il resto. Càpitano di rado momenti di "felicità creativa" come questi (a prescindere da ogni considerazione di valore, benintesop, che non compete a chi scrive ma solo a chi legge), e quando càpitano occorre essere pronti a coglierli, senza esitazioni o rinvii..

Per voi, amiche dilette e amici, con amore

M.P.








Aquilotta


Oddio, quanto tempo ti lasci indietro
tu, giovane aquilotta? Sbatti l'ali
e t'involi, lasciando a terra tutti
stupefatti: e a te pare naturale.

Incedi coi tuoi passi svelti, fieri,
sui tacchi alti, acuti come pensieri,
e mentre sfili franca lungo il viale
intenta al tuo sperperarti alla vita

rispondi alla chiamata al cellulare
un poco concitata, gridi, e intanto
sembri guardare tutti giù dall'alto
della tua lieve, fiammante giovinezza.


Marianna Piani
Trieste, 11 Luglio 2016

.

venerdì 14 aprile 2017

"Imsoniac" di Sylvia Plath



Amiche care, amici,

riprendo dopo una pausa dovuta ad altri impegni la mia proposta per una micro-antologia della Poesia Americana del '900. E la riprendo con un Autore fondamentale, che ha anche costituito una svolta nella mia personale ricerca in campo poetico, Sylvia Plath, che non ha certo bisogno di presentazione, e cui ho dedicato una speciale sezione su questo stesso Blog.
È uno dei Poeti più emblematici e profondi di questa fase culturale negli Stati Unniti, ed anche una delle voci poetiche più importanti in campo mondiale, pur essendo il suo lascito mutilato dalla improvvisa, precoce e drammatica scomparsa.

La scrittura di Sylvia Plath, sia dal punto di vista formale che di contenuto, è estremamente complessa, stratificata, per alcuni aspetti enigmatica, seppure per nulla "difficile" alla lettura. Pone comunque non pochi problemi a chi voglia tradurre i suoi testi, per me rappresentano sempre un cimento, una sfida aperta. La traduzione in poesia è sempre una sfida, per certi aspetti direi anche impossibile da "vincere", ma con alcuni autori diventa talmente alta da portare alla rinuncia di una vera e propria traduzione, per cui si hanno di fronte solo due alternative: la parafrasi letterale e puramente strumentale del testo, oppure una interpretazione poetica dello stesso.
Sylvia Plath appartiene a questo gruppo, e impone sempre questa problematica (come accade anche con Emily Dickinson, che proporrò presto alla "chiusura" di questa antologia). In questo caso particolare ho scelto la via di trascurare volutamente la struttura strofica e di cercare di ricostruire il senso e la musicalità della "lingua" di Sylvia con l'artificio più classico e "nobile" della nostra lingua, l'endecasillabo.
Non è una traduzione fedelissima alla lettera, ma in sincero tentativo incarnarne lo spirito. Un poco come quando mia mamma si sedeva al pianoforte ed "interpretava" con la sua tecnica e la sua sensibilità una sonata del grande Genio Salisburghese. Una ri-creazione e l'esplorazione di un affascinante Universo poetico.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, come sempre da parte mia, con amore.

M.P.




Sylvia Plath



Insomniac


The night is only a sort of carbon paper,
Blueblack, with the much-poked periods of stars
Letting in the light, peephole after peephole —
A bonewhite light, like death, behind all things.
Under the eyes of the stars and the moon's rictus
He suffers his desert pillow, sleeplessness
Stretching its fine, irritating sand in all directions.

Over and over the old, granular movie
Exposes embarrassments — the mizzling days
Of childhood and adolescence, sticky with dreams,
Parental faces on tall stalks, alternately stern and tearful,
A garden of buggy rose that made him cry.
His forehead is bumpy as a sack of rocks.
Memories jostle each other for face-room like obsolete film stars.

He is immune to pills: red, purple, blue . . .
How they lit the tedium of the protracted evening!
Those sugary planets whose influence won for him
A life baptized in no-life for a while,
And the sweet, drugged waking of a forgetful baby.
Now the pills are worn-out and silly, like classical gods.
Their poppy-sleepy colors do him no good.

His head is a little interior of grey mirrors.
Each gesture flees immediately down an alley
Of diminishing perspectives, and its significance
Drains like water out the hole at the far end.
He lives without privacy in a lidless room,
The bald slots of his eyes stiffened wide-open
On the incessant heat-lightning flicker of situations.

Nightlong, in the granite yard, invisible cats
Have been howling like women, or damaged instruments.
Already he can feel daylight, his white disease,
Creeping up with her hatful of trivial repetitions.
The city is a map of cheerful twitters now,
And everywhere people, eyes mica-silver and blank,
Are riding to work in rows, as if recently brainwashed.

Sylvia Plath
May 1961


L'insonne


La notte non è altro che una specie
di carta carbone nerobluastra,
con un milione di piccoli fori
di spillo che fan passare la luce,
buchino per buchino — una luce
colore dell'ossa, come la morte,
dietro a tutto.

Sotto gli occhi delle stelle, e la luna
piena, lui sopporta il suo deserto
guanciale, e deprivato dal sonno,
sparge in ogni direzione la sabbia
sua fine e sommamente irritante.

Ancora e ancora il vecchio film sgranato
espone imbarazzanti avvenimenti —
I giorni piovigginosi d'infanzia
e della adolescenza, appiccicati
ai sogni. Visi paterni e materni
sugli alti steli, a volte severi,
a volte afflitti,

un giardino di rose — infestato
di parassiti, dove allora pianse.
La sua fronte è scabra come un sacco
di pietre. Le memorie si azzuffano
per uno spazio, come fallite starlettes.

Immune ai farmaci: blu, rossi, viola —
Come dan luce al tedio della sera
che si prolunga! Questi pianeti
di pan di zucchero, la cui influenza
le diede per qualche tempo una vita
che si poteva chiamare non vita,
e gli stupiti risvegli d'un bimbo

senza ancora memoria. I farmaci ora
sono patetici e un poco ridicoli
come gli dèi antichi, quei colori
loro da ninna-nanna, non potranno
aiutarlo mai più.

Il suo capo è un interno tutto opachi
specchi, ogni gesto si dilegua giù
per una via di prospettive in fuga,
ogni suo senso defluisce come acqua
giù dallo scarico sull'altro lato.
Lui vive esposto in una stanza senza
palpebre, aperte alla luce,

nudi spiragli oculari sbarrati,
raggelati, spalancati all'eterno
baluginare degli avvenimenti.

Per tutta notte invisibili gatti
gridano dal granito del cortile
con voci di donna o di strumenti
scordati. Già percepisce l'arrivo
della luce del giorno, la sua bianca
follia, col cappello ben colmo
di banali imitazioni.

Ormai la città è una mappa di allegri
pigolii, e d'ogni luogo persone
dagli occhi vacui di grigio metallo
vanno al lavoro tutti in fila come
fossero appena stati decervellati.



Sylvia Plath
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 12 Aprile 2017
.

sabato 8 aprile 2017

Pino marino


Amiche care, amici,

dal mio taccuino dei ricordi, ritorno all'infanzia, quando giocavo libera e senza un pensiero al mondo (non è vero, avevo mille pensieri già allora, solo erano pensieri leggeri, pensieri di bimba, del tutto estranei a ogni ombra) spesso durante la lunga estate, nel fresco parco adiacente a quello che è forse tra i più romantici castelli del mondo, quello di Miramare.
Pietra d'Istria, citata nei primi versi, è il materiale con cui è stato edificato il castello, su un promontorio, ben visibile da tutta la città, che chiude una insenatura con un piccolo imbarcadero protetto da un molo con in cima una impassibile (e stranamente incongrua) sfinge egizia di granito rosa. Il parco è piuttosto vasto (a me pareva, piccolina com'ero, addirittura immenso, sterminato) e vi erano angoli in cui i pini marittimi, piante stupende, intensamente mediterranee, si slanciavano a piombo sopra il mare che, grazie alla costa rocciosa è parecchi metri sotto. Arrampicarsi su quegli alberi era non solo un cimento temerario (guai se la mamma mi vedeva!), era come volare, un poco il mio sogno di sempre: volare sopra il mare…
In questi ricordi io non provo nostalgia, piuttosto una affettuosa disperazione: mai più quei luoghi e quelle emozioni potranno farmi visita. La vita è come quella sfinge di pietra, con gli occhi ciechi puntati a un mare che muta sempre non mutando mai.

Vi lascio alla lettura, dilettissime amiche e amici, con amore

M.P.




Trieste, Castello di Miramare ©maripiani



Pino marino


Il sole presto raggiungeva l'apice suo
in quelle lunghe mattine di Luglio
trascorse sulle scogliere di pietra d'Istria,
la bella pietra così innamorata del mare.

Intanto io m'inerpicavo lungo il clivio
d'un antico, altezzoso pino marino, chino
quasi in volo sopra le distese dei flutti
spesso imbiancati dal vento come ciuffi.

A piedi nudi rampicavo, ovviamente,
che era il modo più certo, e quindi sentivo
contro la pelle ancora da bimba, fina,
il caldo rugame della corteccia.

Così è carezzare il volto d'un vecchio,
aggrinzito come una prugna asciugata
dal sole, ruvida, nera, eppure dolce,
cedevole sotto le dita curiose, in cerca.

Quando giungevo a quegli ultimi rami,
i più arditi, che si flettevano mirabilmente
al mio peso, pur senza spezzarsi, ecco,
gettavo lo sguardo verso il confine del mare,

che tale credevo fosse la linea vibrante
dell'orizzonte. E immaginavo di volare
come fanno i gabbiani in quei luoghi, alta
sull'onde, ben oltre la fine del mondo.



Marianna Piani
Trieste, 9 Luglio 2016
.

mercoledì 5 aprile 2017

Sul nome di Anna


Amiche care, amici,

il nome Anna ha sempre avuto su di me un fascino particolare, non saprei bene dire perché (ad esempio, per la figlia che non è mai nata avevo pensato al nome di Alice, non Anna). Forse perché è contenuto nel mio, un poco come una gemma incastona un anello. Maria è l'anello, Anna la gemma.
Il fatto è che ho numerose amiche, alcune anche intime, che rispondono al nome di Anna. oppure hanno Anna come me nel nome, come ad esempio Rosanna (che nome stupendo, questo, tra l'altro: Rosa+Anna, con crasi interna: ha già della poesia in sé!). E sono tutte ragazze e donne bellissime, piene di fascino ed intelligenza, non so, come se il nome aiutasse la persona ad essere un poco più speciale. Oppure viceversa, che le persone un poco speciali per me chiamano a sé il nome di Anna.
Ad ogni modo, questo è ormai un fatto che mi sono abituata a considerare come scontato, sia pure senza alcun moitivo razionale. Anna mi piace, l'adoro, a prescindere…
E come non potevo scriverne un'ode, a mezzo tra il serio e il faceto… "un po' per celia, un po' per non morir", per citare la ragazza Butterfly…

Per voi, Anne tutte, e tutte voi amiche dilette e amici (PS: avete notato che non esiste una versione maschile di Anna? Nome femminilissimo), vi adoro!

M.P.




Sul nome di Anna


Anna, Annina, Marina, Ondina di mare,
spumeggi e veleggi radendo la costa
di feraglioni e di grotte, ti frangi
e ti schianti sulla nera scogliera
battuta dalle correnti, t'involi
nei riccioli e gorghi prodotti dal vento
bambino che gioca a fare tempesta.
E impugnando un lucente rametto
simula una saetta.

E così il canto della risacca
che mi accompagna fin da piccino
come una nenia di mamma,
ritorna e si leva nel silenzioso stormire
dei pini marini chini e grevi di anni
sull'irrequieta frattalica riva,
mentre un sole ch'è un disco
di rame rovente sfrigola e geme
giungendosi al mare, all'orizzonte.

Si fa sera, con questi silenzi
incombenti come condanne, densi
come velari impigliati ai rami,
scossi appena da qualche passante
libeccio... O è tramontana? E tu
mi avvicini, sempre senza rumore,
senza peso, senza quasi respiro,
e mi cogli la mano, con un brivido
come quello del primo momento.

Ti offro il mio ramo, strappato, divelto
dal tronco con acuto dolore, e ti osservo,
come si osserva un miracolo in corso,
e allora ti sono vicina, fino a sentire
il tuo fiato sfiorare il mio viso,
o mia Euridice dal destino affidato
a un fato che io, né col mio canto,
né con il mio sguardo, né col mio amore,
il più folle, potrò mai permutare.



Marianna Piani
Trieste-Milano, 4 Luglio 2016
.

martedì 4 aprile 2017

"O to be a Dragon" di Marianne Moore


Amiche care, amici,

come anticipato, avviandomi alla chiusura di questa micro-antologia della Poesia americana moderna, dopo la notevole presenza di Elisabeth Bishop, oggi vi propongo alcune brevi composizioni di una delle poetesse più interessanti del secolo scorso in America e fuori, la grande e ammirata Marianne Moore.
La sua importanza, la sua eccentricità e insieme centralità nel panorama della Letteratura Americana è ben nota, e non ha bisogno di essere sottolineata (in ogni caso, se vorrete avere maggiori dettagli su quest'autrice di primo livello, vi rinvio al consueto documentato articolo su Poetry Foundation).
Le liriche che ho selezionato qui non sono del tutto tipiche della produzione della Moore, che tende alla scrittura lunga, corposa, una tradizione americana sempre presente, da Walt Whitman in avanti.
Ma sono significative, per il suo pensiero e per la sua straordinaria consuetudine e familiarità con la Natura e gli animali, una consuetudine che sfiora il maniacale nella descrizione accuratissima e quasi scientifica del soggetto.
A questo proposito "A Jelly-Fish" è un piccolo capolavoro, di grazia, efficacia e purezza (consiglio di leggerlo in inglese, la traduzione non ne rende a sufficienza tutta l'efficacia).
L'ultima proposta è una composizione in distici baciati, "baciati" anche da un'ironia tagliente, che è quasi un piccolo testamento spirituale dell'autrice, che sappiamo aver avuto una vita breve e conclusa, ahimè, come molte artiste della suaepoca, in modo tragico e tutt'ora inspiegato.

Amiche dilette, amici, grazie per la vostra amicizia, come sempre preziosa in queste mie escursioni nei "boschi poetici"…

M.P.


Marianne Moore





O, To Be a Dragon


If
I, like Solomon,...
could have my wish -

my wish... O to be a dragon,
a symbol of the power of Heaven - of silkworm
size or immense; at times invisible.
Felicitous phenomenon!



Oh, poter essere Drago


Se io potessi, come Salomone…
vedere esaudito il mio volere -

Il mio volere… di essere drago,
segno del potere celeste - piccino come
un bozzolo, oppure immenso; O invisibile
a volte. Gran bel fenomeno!




I May, I might, I must


If you will tell me why the fen
appears impassable, I then
will tell you why I think that I
can get across it if I try.


Posso, potrei, devo

Se mai mi direte perché la palude
vi sempbri insuperabile, allora
vi dirò io perché credo
di poterla attraversare, se mi ci metto.




A Jelly-Fish


Visible, invisible,
a fluctuating charm,
An amber-tinctured amethyst
inhabits it; your arm
approaches, and it opens
and it closes; you had meant
to catch it, and it quivers;
you abandon your intent—



Una medusa



Visibile, invisibile,
un fascino fluttuante,
vi alloggia un'ametista
d'ambra — il tuo braccio
s'accosta, e lei s'apre
e si richiude; tu avevi pensato
di catturarla, ed essa trema;
ecco, ora rinunci del tutto
alla tua intenzione.





Values in Use 

I attended school and I liked the place —
grass and little locust-leaf shadows like lace.

Writing was discussed. They said, «we create
values in the process of living, daren't await

their historic progress». Be abstract
and you'll wish you'd been specific; it's a fact.

What was i studying? Values in use,
«judged on their own ground». Am I still abstruse?

Walking along, a student said offhand,
«"Relevant" and "Plausible" were words I understand».

A pleasing statement, anonymous friend.
Certainly the means must not defeat the end.




Valori in uso


Frequentavo ancora scuola, e mi piaceva il luogo, l'erba,
— e su di essa l'ombra delle robinie, come una coperta.

Scrivere, era l'argomento corrente. Dicevano, «Vivendo adesso
creiamo valori, a nulla serve attenderne il progresso

nella storia». E se sei astratto,
vorresti essere concreto: questo è un fatto.

Che cosa studiavo allora? I valori in uso,
«Da valutare nel loro terreno». È ancora astruso?

Passandomi accanto, uno studente mi sussurrava: «"Rilevante"
e "plausibile", queste erano parole che capivo certamente».

Una bella dichiarazione, anonimo ragazzo.
Ciò che è certo è che non può tradire il fine — il mezzo.




Marianne Moore
Da "O to be a Dragon"(1959)
Versione Italiana di Marianna Piani
.

sabato 1 aprile 2017

Plein Lune


Amiche care, amici,

avvenne questo:
pubblicando e leggendo presso un social che frequento, incontrai una giovane donna americana, scrittrice e poetessa di grandissimo talento, e, confesso, me ne innamorai.
Davvero, intensamente, fui sul punto di fare qualche follia, di abbandonare il mio cantuccio segreto, di raggiungerla in qualche modo al di là dell'Oceano che ci divideva, tanto mi aveva colpito la sua anima, il suo intelletto, la sua scrittura, la sua incredibile, quasi magica sensibilità.
Quando la mia attuale compagna percepì in me questa sbandata, che era del tutto segreta ma chi ci ama certe cose le sente, si precipitò da Dublino e mi raggiunse a Milano, semplicemente per ricoprirmi di affetto e passione.
Ciò mi convinse che fosse una follia, disonesta nei confronti di questa meravigliosa persona, della mia compagna e anche di me stessa, una sbandata da adolescente in una donna di quarantatré anni non è elegante né foriera di nulla di buono. A questa età non vi sono tempi di recupero a disposizione, per certi disastri…
Piano piano tutto si è ricondotto a quella che doveva essere e rimanere, questo anche per la affettuosa e salda sincerità della ragazza in qesttione, che di certo dimostrò una saggezza che a me spesso manca.
Siamo rimaste amiche, nonostante tutto, e io continuo a corrispondere con lei, ad ammirare la sua scrittura, ciò che ci unisce rimane soltamto la nostra passione comune per la scrittura e per la poesia in particolare.
Durante quella temperie io (e anche lei) scrivemmo diversi testi, scambiandoci toni di desiderio e amore, e questa composizione che segue ne è un esempio, e una traccia di questa storia è anche nel testo in inglese della chiusa. L'irraggiungibilità, come un Pierrot che ama la luna, è il tema costante di questo strano, folle, piccolo, breve, impossibile amore…

La dedico a lei,  e a tutte voi amiche dilette e amici, e anche e più che mai alla mia dolce metà, che ha saputo perdonarmi pensieri che non le ho mai esplicitamente confessato, ma che aveva tutti chiaramente intuito…

Con amore
M.P.





Plein Lune


Voce dal nulla mi viene a chiamare
alla finestra, ora che l'ora
scioglie le vele all'aperto mare.

Largo e perenne pare montare
dalla sovrastante sopita collina
il palpitante chiarore lunare.

Io lo attendo, ferma, bianca
nella mia veste notturna di trina
come una minuscola nube stanca

impigliata alla piccola soglia
della veranda, le due mani chiudono
il viso, come le valve d'una conchiglia.

Ho sempre ammirato quest'astro incostante
e svagato, il suo ciclico ritorno
come un'idea fissa, o un'antica amante.

Lo ritrovo così, che apre le nubi
come un sipario, e ogni volta mi appare
più luminoso, e più arbitrario.


      Oh luna, luna cara, luna mia,
      luna sorella, luna amante, luna
      di sogno, luna che canti poesia!

      Vorrei avere una scala o una fune
      per giungere fino alla tua cuna,
      e alle tue labbra, irraggiungibile luna...

  Oh moon, moon my dear, moon
  sister, moon woman, moon lover,
  dreaming and singing poetry moon!

  I wish I have a rope, or a ladder,
  to reach your lips, soon, so soon,
  and just die, just a little later.

  Oh moon, my impossible farther
  unreachable moon...

To A.B.
Marianna Piani
Milano, 28 Giugno 2016
.

venerdì 31 marzo 2017

"A Cold Spring" di Elisabeth Bishop



Amiche care, amici,

mi avvio a concludere questa piccola antologia dedicata alla grande Poesia Americana, e lo faccio con un omaggio particolare dedicato a quattro grandi Poetesse, quattro grandi snne, capisaldi dell'arte poetica di tutti i tempi, e mie prime ispiratrici di una sensibilità femminile acutissima e fragilissima. Si tratta di Elisabeth Bishop, Marianne Moore, la splendida tragica Sylvia Plath, e, per chiudere idealmente il cerchio, forse la più grande di tutte in assoluto, Emily Dickinson.

Inizierò dunque con Elisabeth Bishop, tra le quattro quella che ho personalmente "scoperto" (e soprattutto compreso) più di recente. La propongo a voi con una lirica davvero splendida, di largo respiro, in cui si può leggere tutta la grandissima capacità di descrivere la Natura, presa non come superficiale immagine pittorica, ma come un organismo vivo, coerente, vitale.
Un inno delicato e nello stesso tempo privo di retorica o di sentimentalismo per la Stagione che stiamo vivendo ora, la Primavera, la stagione della rinascita e dell'amore, per definizione.

Per voi, amiche dilette e amici

M.P.





Elizabeth Bishop photographed by Alice Methfessel,
whom Bishop met as a visiting professor at Harvard.
Photograph by Alice Methfessel



A Cold Spring

For Jane Dewey, Maryland
"Nothing is so beautiful as spring"
Hopkins


A cold spring:
the violet was flawed on the lawn.
For two weeks or more the trees hesitated;
the little leaves waited,
carefully indicating their characteristics.
Finally a grave green dust
settled over your big and aimless hills.
One day, in a chill white blast of sunshine,
on the side of one a calf was born.
The mother stopped lowing
and took a long time eating the after-birth,
a wretched flag,
but the calf got up promptly
and seemed inclined to feel gay.

The next day
was much warmer.
Greenish-white dogwood infiltrated the wood,
each petal burned, apparently, by a cigarette-butt;
and the blurred redbud stood
beside it, motionless, but almost more
like movement than any placeable color.
Four deer practiced leaping over your fences.
The infant oak-leaves swung through the sober oak.
Song-sparrows were wound up for the summer,
and in the maple the complementary cardinal
cracked a whip, and the sleeper awoke,
stretching miles of green limbs from the south.
In his cap the lilacs whitened,
then one day they fell like snow.
Now, in the evening,
a new moon comes.

The hills grow softer. Tufts of long grass show
where each cow-flop lies.
The bull-frogs are sounding,
slack strings plucked by heavy thumbs.
Beneath the light, against your white front door,
the smallest moths, like Chinese fans,
flatten themselves, silver and silver-gilt
over pale yellow, orange, or gray.
Now, from the thick grass, the fireflies
begin to rise:
up, then down, then up again:
lit on the ascending flight,
drifting simultaneously to the same height,
–exactly like the bubbles in champagne.
–Later on they rise much higher.
And your shadowy pastures will be able to offer
these particular glowing tributes
every evening now throughout the summer.


Elisabeth Bishop





Una fredda primavera


Una fredda primavera:
nel prato la violetta era già appassita.
Gli alberi esitarono per due settimane
o anche più; le foglioline attendevano
curando intanto attentamente il loro aspetto.
E finalmente uno spolverio di verde
scese sopra le tue vaste, disorientate colline.
Un giorno, in un freddo bianco lampo di sole
su un versante di una d'esse nacque un cucciolo
di vacca. La madre smise di muggire
e impiegò un gran tempo a divorare
la placenta, misera stazzonata bandiera,
ma il vitello balzò in piedi prontamente
con tutta l'aria di essere contento.

Il giorno dopo
vi era nell'aria assai più tepore.
Cornioli bianco-verdi infiltravano la foresta,
ogni petalo come bruciato da una cicca
di sigaretta, mentre lì accanto
il siliquastro come una nube se ne stava
immoto, ma quasi più simile a un movimento
che a un qualsiasi plausibile colore.
Quattro cerbiatti s'allenavano a saltare i tuoi steccati.
Le foglie appena sbocciate oscillavano sulla severa quercia.
Fringuelli canterini, e sull'acero
il rosso cardinale complementare
schioccò una frusta, destando la dormiente,
che si stirò le membra, da sud, per miglia e miglia.
Il suo cappello s'imbiancò di fiori
di lillà, che un giorno caddero come una neve.
E ora, alla sera,
viene una luna nuova.

S'addolciscono le colline. Ciuffi d'erba alta
segnano dove ogni giovenca giace.
Risuonano i rospi come corde
di contrabbasso pizzicate da robuste dita.
In piena luce, contro il tuo portone bianco,
le piccole falene, come asiatici ventagli,
s'aprono argentate o d'argento dorato
contro l'arancio, il grigio, o il paglierino.
E ora, dal fitto prato,
le lucciole iniziano a salire in volo:
su, e poi giù, poi su di nuovo:
accese nell'ascesa, librandosi tutte assieme
alla stessa altezza — proprio come
bollicine di champagne
— poi si portano ancor più in alto.
E i tuoi ombrosi pascoli sapranno offrire
questi speciali omaggi iridescenti
da ora ogni sera, per l'estate intera.



Elisabeth Bishop
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 28 Marzo 2017
.

mercoledì 29 marzo 2017

Alba


Amiche care, amici,

di quando in quando, anzi, confesso che mi accade spesso, la poesia può essere semplicemente una cronaca intima di vita.
Qui ad esempio è il ricordo i quella la serenità, e anche l'ansia sottotraccia, di quel momento all'alba, dopo l'amore, in cui pare ancora lontano il giorno ma anche incombente la separazione che inevitabilmente ne verrà, ognuno degli amanti ricatturati dalle proprie incombenze, i propri programmi di vita e di lavoro, che li allontaneranno uno dall'altro per un tempo che sembrerà incolmabile — accade quando l'amore è ancora passione, e non è ancora maturato in una tenera consuetudine .

Vi lascio ora libere alla lettura, se vorrete, amiche dilette e amici, con amore
M.P.





Alba


 L'attimo da me più atteso di tutto
l'arco del giorno, ciò che viene dopo
la notte, ciò che reca con sé il frutto
del gioco o dell'abbandono, il fuoco

che riarde dal cuore e ci consola:
è l'alba, nostra alba amorosa, cieca
di luce, dispersa in ogni parola
che ci dicemmo, ogni frase che reca

in sé la propria gloria, o la disfatta.
All'alba, noi siamo come le onde
che si esauriscono nella risacca,
stanche di baci e carezze profonde.

       Fuori di noi, solamente il silenzio,
rari rumori di strada, isolati
mormorii di vento nella distanza
tra i rami e i nostri respiri affannati.

       E intanto la luce che per un tempo
che ci parve infinito fu assente,
si fa presente come un breve lampo
che scocca dal vetro - verso il niente.



Marianna Piani
Annecy, 15 Giugno 2016
.

martedì 28 marzo 2017

"If Poetry" di Norman Mailer


Amiche care, amici,

nel proseguire questa mia escursione nella Poesia Americana del '900, ho incontrato questo grande Autore della letteratura americana, Norman Mailer (Long Branch, 31 gennaio 1923 – New York, 10 novembre 2007), molto noto anche da noi come romanziere, legato anch'egli alla "beat generation", e attivissimo in molti campi dello scrivere e anche impegnato non marginalmente nell'industria cinematografica.
Come molti altri grandi autori di romanzi, racconti e fiction (pensiamo a James Joyce, che amo molto, o anche a Hemingway, a Faulkner) il suo rapporto con la poesia è sporadico, leggero, anche marginale, poco noto e frequentato.
Tuttavia rimane una voce originale anche in poesia, e mi piace proporre qui questo "divertissement" centrato proprio sul "fare poesia", intriso di ironia ma non privo di un sapore aspro, con quella staffilata inattesa nel finale.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.





Norman Mailer



If poetry is the food of the soul
then some poems are like pot roast
lots of meat, pannickins of gravy and
a great deal of taste all very
much the same.

              Other poems are fishy
tang, pepper, weed, and green like the
sea. I know a few which stick to the
fingers. Poetaster in patisserie.
But my poems—
              I want my poems
to be like bones. Bones make it possible
to stay in good form.
              And there are
poems which taste of grass, air, earth,
rock salt and old lady granite in the
minerals (not to mention all
the dairy products, milky poems,
vegetables and gourds.)

              But I want
my poems to be like bones and shine
silver in the sun.
              For poems which
are like bones crackle in my teeth.
Look for the death within the death.

Norman Mailer






Se la poesia è il nutrimento dell'anima
alcune poesie allora sono come un arrosto,
un mucchio di carne, tegami di sugo e
un gran sapore, sempre più o meno
lo stesso.

          Altre poesie sanno di pesce,
e alghe, e pepe, e di verde, come
il mare. So di alcune poi che s'appiccicano
alle dita. Da poetastro in pasticceria.
Quanto alle mie, di poesie—
          Le mie poesie voglio che siano
come ossa. Le ossa aiutano certo a stare
in forma.
          E ci sono poesie
che sanno d'erba, di aria, di terra,
di salgemma, e di granita in minerale
(per non parlare poi di tutti i prodotti
caseari, poesie al latte, o alle verdure,
ai fiori di zucca.)

          Io voglio tuttavia
che le mie poesie siano come ossa
che luccicano al sole.
          Perché le poesie che sono
come ossa mi stridono tra i denti.
Come cercare morte dentro la morte.



Norman Mailer
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 27 Marzo 2017
.

sabato 25 marzo 2017

Postulato e premonizione



Amiche care, amici,

siamo tutta la vita confrontati non dalle vicende di fortuna o sfortuna, non dal nostro alternarsi imprevedibile di gioie e di dolori, non dalla rarità dei momenti di felicità di fronte alla predominanza di quelli di tristezza, ansia, o anche disperazione. Non da speranza e disillusione. Non da bellezza e odio. No.

Il nostro primo cimento, lo sappiamo, è il Tempo. Un alleato nostro che è anche nostro acerrimo nemico. Come tento di dire qui, in questa mia composizione a terzinelle spicce, noi lo inseguiamo mentre esso ci insegue. E non appena rallentiamo e ci fermiamo poiché pensiamo di averlo raggiunto, oppure siamo stanche e non abbiamo più forze, esso si rivolge e ci coglie, sempre impreparate, finendo così con noi il nostro tempo… Eppure i doni che la vita, il nostro corso nel tempo, ci porta - l'amore, la bellezza del mondo - ci compensa e spinge a proseguire, sempre.

Amiche dilette, amici, grazie per la vostra meravigliosa presenza su queste mie pagine di vita.

Con amore
M.P.





Postulato e premonizione


Il tempo, che non rallenta,
che non si ferma, all'angolo
della vita, che non ci attende,

è il tempo che ci governa
come un sordido tiranno,
senza concedere una tregua.

Che ogni qualvolta lo raggiungiamo
esso ci fugge - lontano
come fugge una preda, elusiva

al ghermire del falco: ma noi sappiamo
di essere noi la preda, e il tiranno
è il falco che ci persegue.

Se ci fermiamo, lo sappiamo,
siamo perduti: il tempo, come il falco
piomba su di noi spietato.

Noi non ci fermiamo quindi,
perserveriamo alla caccia
d'un fuggitivo che ci insegue.

Finché le forze ci lasceranno,
e allora sarà il rapace
a piombare su di noi

e affondare fino al cuore
il rostro - e lì fermarlo.
.  .  .



Marianna Piani
Milano, 9 Giugno 2016
.

venerdì 24 marzo 2017

"Trees" di Howard Nemerov


Amiche dilette, amici,

tra i molti Autori recenti della Storia letteraria Americana, oggi vi propongo una voce meno nota da noi, sebbene molto stimata in USA, Howard Nemerov (New York, 29 febbraio 1920 – University City, 5 luglio 1991).
Una poesia concepita come "dottrina dei segni" che ha scopo di "persuadere… obbligare Dio a parlare", ha per tema dunque principalmente il rapporto con la natura, nel senso più vasto del termine — ma anche in quello più specifico di mare, alberi, colline — mentre agli inizi la poesia di Nemertov era spesso centrata su tematiche urbane.

Per un maggior approfondimento vi rinvio il consueto ampio e documentato articolo su Poetry Foundation.

Grazie amiche dilette e amici per l'attenzione e l'affetto.
M.P.





Howard Nemerov



Trees



To be a giant and keep quiet about it,
To stay in one's own place;
To stand for the constant presence of process
And always to seem the same;
To be steady as a rock and always trembling,
Having the hard appearance of death
With the soft, fluent nature of growth,
One's Being deceptively armored,
One's Becoming deceptively vulnerable;
To be so tough, and take the light so well,
Freely providing forbidden knowledge
Of so many things about heaven and earth
For which we should otherwise have no word —

Poems or people are rarely so lovely,
And even when they have great qualities
They tend to tell you rather than exemplify
What they believe themselves to be about,
While from the moving silence of trees,
Whether in storm or calm, in leaf and naked,
Night and day, we draw conclusions of our own,
Sustaining and unnoticed as our breath
And perilous also — though there has never been
A critical tree — about the nature of things.
Howard Nemerov



Alberi


Essere un gigante, e non parlarne,
Rimanendo al posto che compete;
Significare la presenza costante del processo
E apparire sempre lo stesso;
Essere saldo come roccia e tremare
Al tempo stesso, avere l'apparenza
Cruda di morte e la dolce affluente natura
Dell'adolescenza, l'una ingannevolmente
Armata, l'altra vulnerabile, ingannevolmente;
Essere così forte, e così bene
Prendere la luce, procurando proibita
Gratuita conoscenza di tante cose
In cielo e in terra, per le quali
Non ci sarebbero state parole altrimenti —

Le poesie, o la gente, raramente son così amabili,
E quand'anche abbiano qualità grandi
Tendono piuttosto a dire che a dare esempio
Su cosa pensano essere la loro missione,
Mentre dal silente movimento degli alberi,
Che fossero in quiete o in tempesta,
Rigogliosi o spogli, giorno o nottetempo,
Ne deriviamo conclusioni personali
Vitali e inosservabili come il respiro,
E pericolose, anche — sebbene mai
Vi sia stato al mondo un albero filosofo —
Riguardo la ragione delle cose.



Howard Nemerov
Versione Italiana di Marianna Piani
19 Marzo 2017
.

mercoledì 22 marzo 2017

La coppa


Amiche care, amici,

dopo la mia escursione nel difficile ma affascinante territorio della "forma chiusa", mi concedo una dolce divagazione nel "verso libero", anche se ai più accorti di voi (ma che dico, siete tutte/i "accorti") non sfuggirà che questa "libertà" pur sempre si gioca attorno ai due capisaldi della prosodia italiana, l'endecasillabo e il settenario. È come una danza attorno a un ritmo che avvolge e coinvolge, e non può che essere così in fondo, trattandosi di scrittura in italiano, cui questi due schemi sono connaturati come un respiro.
La composizione d'amore,un amore che sempre magicamente si rinnova ad ogni incontro, a ogni scambio, ha una sua naturale, spontanea espressione in una libera canzone,
come questa che oggi propongo: basta lasciare che i sentimenti, le emozioni e tutta la sensualità, la carnalità di una carezza, si esprimano da sole attraverso le nude parole del cuore.

Per voi, amiche dilette e amici, ovviamente, come sempre, con amore.

M.P.






La coppa


Apri questa tua mano
atteggiala come una coppa -
Oh, dolce coppa di vino novello -
e dolcemente poggiala
a coprire il mio seno bianco
con un fremito appena,
senza stringere, senza premere,
lascia che s'empia tutta
di tutta la mia bellezza,
ch'è solo tua, ora,
e forse sarà per sempre.
Senti tra le dita la piena forma
fluire immodesta e dolce come
fluisce l'anima mia alla tua.

Gustala ora, questa coppa colma
del distillato spirito divino
di ciò che per te io sento,
fattene ebbra, ora ch'è tempo,
consumala fino l'ultima goccia,
che tanto il mio cuore
ora per ora la rinnova,
che più te ne riversa,
più la ricolma.


Lascia, sulla liscia diafana pelle
la vaga impronta delle tue dita
che piano svanisce, come assorbita
nella luce viola dell'alba, traccia
della tua — e della mia — persistenza.




Marianna Piani
Milano, 5 giugno 2016
.

martedì 21 marzo 2017

"The Springtime" di Denise Levertov


Amiche care, amici,

proseguendo il nostro breve viario in terra di Poesia americana oggi incontriamo una importante poetessa che americana non è, di origine, ma inglese, naturalizzata americana dal 1955, Denise Levertov (Ilford, 24 ottobre 1923 – 20 dicembre 1997). Ne parlo perché può considerarsi a tutti gli effetti come un'autrice americana, sia per lo stile, la lingua, e i temi, sia perché molto vicina ai poeti del gruppo del così chiamato gruppo della "Black Mountain" — come ad esempio Olson — e ad autori americani come Ezra Pound e William Carlos Williams.

La breve lirica che vi propongo è — casualmente ma non troppo — in tema con la giornata di oggi, primo giorno di primavera... Per una lettura eccentrica e un poco inquietante, come in fondo è giusto che sia, di questo un poco abusato soggetto...

Come sempre vi rinvio all'ottimo articolo di approfondimento su Poetry Foundation




Denise Levertov




The Springtime


The red eyes of rabbits  
aren't sad. No one passes
the sad golden village in a barge
any more. The sunset  
will leave it alone. If the  
curtains hang askew  
it is no one's fault.
Around and around and around
everywhere the same sound  
of wheels going, and things  
growing older, growing  
silent. If the dogs
bark to each other
all night, and their eyes  
flash red, that's
nobody's business. They have  
a great space of dark to  
bark across. The rabbits  
will bare their teeth at  
the spring moon.


Denise Levertov




Tempo di Primavera

I rossi occhi dei conigli
non hanno tristezza. Nessuno più
traversa fino al malinconico villaggio
dorato a bordo di chiatta. Solitario
lo lascerà il tramonto. Se i tendaggi
pendono biechi, nessuno ne ha colpa.
Intorno e intorno e intorno
ovunque il medesimo suono
di ruote che vanno, e cose
che si fanno più vecchie, in un silenzio
crescente. Se i cani latrano
l'un l'altro l'intera notte, e gli occhi
hanno rossi bagliori, ciò
non riguarda in fondo nessuno. Essi
hanno un vasto nulla di tenebra
in cui abbaiare. I conigli
sfodereranno i loro incisivi
alla luna di primavera.



Denise Levertov
Versione Italiana di Marianna Piani
19 Marzo 2017
.

sabato 18 marzo 2017

Primo Libro dei Madrigali - VII - VIII


Amiche care, amici,

quarto e ultimo appuntamento della mia proposta d'omaggio alla forma madrigale, con i numeri VII e VIII e un epilogo finale.

Ora, se avrete voglia di rileggerli daccapo (ma presto provvederò a raccoglierli in una pagina dedicata, come faccio sempre con le mie "raccolte") potrete notare come tutti questi brevi pezzi, pur rimanendo perfettamente indipendenti uno dall'altro, tracciano una linea narrativa precisa, lungo il corso di una notte d'amore tra due amanti che si raggiungono, si prendono, e si lasciano, mentre scorrono le ore in un passaggio che va dal tramonto all'alba, e la stagione ancora incerta, di passaggio da un inverno ormai morente a un'estate ancora troppo precocemente desiderata.
Difatti avevo originariamente intitolato la raccolta "passaggi", ma poi ho preferito marcare di più la scelta formale.

A questo proposito aggiungo che ho voluto attenermi al canone del madrigale delle origini, quello tre/quattrocentesco, sia per lo schema strofico che per quello rimico e per l'uso dell'endecasillabo regolare (con qualche licenza qui e là). Infatti il "madrigale" attraversa tutta la produzione poetica Italiana, praticamente fino ad oggi, ma è anche piuttosto mutabile lungo la sua storia, presentando diverse varianti, con una certa libertà. Gli unici aspetti comuni a tutte le varianti nelle varie epoche sono la sua brevità, in generale mai superiore ai 10 versi, e la sua vocazione musicale, in origine addirittura predominante.

Grazie ancora amiche dilette e amici per avermi seguita anche in questa passeggiata primaverile nei passaggi d'umore della stagione, e dell'amore.

M.P.



Primo Libro dei Madrigali
(Madrigaletti amorosi di passaggio stagione)


VII

Più volte mi destai nella restante
notte, ritrovavo il tuo fianco quieto
accanto, e quindi mi acquietavo anch'io.

Ascoltando il respiro tuo costante
e lieve come il soffio d'un segreto,
nel nido del tuo sogno cercavo il mio:

annullarsi in questo sonno, trovare
il sensuale senso del nostro osare!


VIII

Caro giorno, che mi raggiungi, giovane
e pronto ad aggredire il mondo, vedi
a questa luce livida - ancora -

vedi crescere la desolazione
della mia aurora; ma tu non recedi,
anzi procedi, anzi prometti, e ora

non mantieni: arrivi, e poi te ne vai,
i tuoi "per sempre" svaporano in "mai".


* * *

Epilogo

Sto senza tempo a fissare l'opaco
del mio respiro sulla lastra, il volto
di questo sole è come il mio, assolve

e si rispegne in un sospiro fioco,
sento il vuoto che m'hai lasciato accanto
come un canto d'addio che si scioglie.

Tu andasti via piano, per non destarmi.
Non venne più l'estate a consolarmi.


Marianna Piani
Milano, Maggio 2016
.

venerdì 17 marzo 2017

"Argument" di Elisabeth Bishop


Amiche care, amici,

propongo una nuova poesia di Elisabeth Bishop, anche in risposta a un'amica lettrice, Alda Vernazzano, che mi ha sollecitato a farlo pur senza chiedermelo, semplicemente esprimendo il suo apprezzamento nei confronti di questa straordinaria ed eccentrica autrice.
La sua poesia si affida a immagini ardite, a un'espressione molto densa e spesso di non facile interpretazione, ma sempre della massima qualità d'ispirazione. Una versificazione libera ma al tempo stesso di grande rigore formale.

Grazie per seguirmi in questo mio piccolo viaggio in Terra Americana, per disintossicarsi dall'atmosfera avvelenata in cui l'attuale amministrazione ha gettato questo meraviglioso Paese.

Con amore
M.P.





Elisabeth Bishop



Argument

Days that cannot bring you near
or will not,
Distance trying to appear
something more obstinate,
argue argue argue with me
endlessly
neither proving you less wanted nor less dear.

Distance: Remember all that land
beneath the plane;
that coastline
of dim beaches deep in sand
stretching indistinguishably
all the way,
all the way to where my reasons end?

Days: And think
of all those cluttered instruments,
one to a fact,
canceling each other's experience;
how they were
like some hideous calendar
"Compliments of Never & Forever, Inc."

The intimidating sound
of these voices
we must separately find
can and shall be vanquished:
Days and Distance disarrayed again
and gone
both for good and from the gentle battleground.


Elisabeth Bishop




Discutendo

G
iorni che non possono né vogliono
portarti più vicina a me,
Distanze che si studiano di apparire
ancor più ostinate,
discutono e discutono e discutono con me
senza fine
senza provare che tu sia meno desiderabile
né meno a me cara.

Distanze: ricordi tutti quei territori
che scorrevano sotto l'aereo?
Quella linea di costa
di vaghe spiagge sepolte nella sabbia
che s'allunga indistintamente
fino lì in fondo,
fin dove finiscono le mie stesse ragioni?

Giorni: E pensa
a tutto quell'affastellarsi di stratagemmi,
di fatto poi uno solo,
che si negavano l'un l'altro la competenza;
com'erano come
una specie di tedioso calendario
del tipo "Omaggio della Never & Forever Spa"

Il tono intimidatorio
di queste voci
che dobbiamo scovare una per una
può e deve essere sconfitto:
Giorni e Distanze che si disgregano ancora
e se ne vanno entrambe
verso il bene, via

dal nostro quieto campo di battaglia.


Elisabeth Bishop
(Versione Italiana di Marianna Piani)
.



mercoledì 15 marzo 2017

Primo Libro dei Madrigali - V - VI


Amiche care, amici

terzo appuntamento con questa mia piccola raccolta di composizione in forma di madrigale.
Qui la tensione erotica si eleva e si affranca, e la musicalità discreta e intima del canto la asseconda perfettamente, rendendo il contenuto - quand'anche anche esplicito - con delicatezza e naturalezza, così come attiene a un amore sincero e appassionato che si esprime senza malizia, senza prevaricazione, in un naturalissimo rapporto carnale, raggiungendo così l'apice della sua forza emotiva.

Ciò che amo di queste forme classiche è proprio la loro capacità di nobilitare ogni immagine e parola in una musicalità concentrata e fervida, e la loro naturale disposizione a contenere e porgere il discorso amoroso, come se un millennio e oltre di versi d'amore quicontribuissero a dare luce e senso alla narrazione, alla cronaca di un amore qui e oggi.

Con amore, come sempre, vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici miei.

M.P.





Primo Libro dei Madrigali
(Madrigaletti amorosi di passaggio stagione)



V

Prenderò tra le mie mani il tuo viso
così com'è chiuso tra le nubi il sole,
poserò le mie labbra sulle labbra

tue, come una rosa sul tuo sorriso,
vi sussurrerò fragranti parole,
e tu le accoglierai, e sarai ebbra

di me, e poi: saremo braccia, e mani,
e grembi, e seni, fino all'indomani.


VI

Tanto fu l'amore che fummo esauste.
Venne un Dio tra noi e ci trovò ansanti,
mano nella mano a mirare il cielo

sopra noi stellarsi come già estate.
Mentre adagio ci assopivamo amanti,
la malinconia scese come un velo

sopra i nostri corpi nudi e inerti
come i nostri cuori tra lor conserti.


Marianna Piani
Milano, Maggio 2016
.

martedì 14 marzo 2017

"The Rain" di Robert Creeley


Amiche care, amici,

sempre nel programma di questa mini-antologia di Autori Americani, vi propongo un autore un poco meno noto da noi, ma non per questo meno rilevante in patria, Robert Creeley (Arlington, 21 maggio 1926 – Odessa, 2 aprile 2005).
In apparenza una scrittura meno tormentata, meno coinvolta nelle temperie culturali e politiche degli anni sessanta, una scrittura poetica cristallina ed espressa in un lessico sobrio, tendente all'intimità piuttosto che al proclama, al grido, proprio di molti poeti della sua stessa generazione.
Ma ciò non significa superficialità o, peggio, disengagement, abbandono in toni puramente intimistici o neoromantici.

Se voleste approfondire un poco su questo interessante Autore, vi suggerisco come di consueto l'ottimo e vasto articolo su Poetry Foundation.

Grazie per la vostra attenzione, amiche dilette e amici, che mi è molto cara.
Con amore

M.P.



Robert Creeley



The Rain

All night the sound had  
come back again,
and again falls
this quiet, persistent rain.

What am I to myself
that must be remembered,  
insisted upon
so often? Is it

that never the ease,  
even the hardness,  
of rain falling
will have for me

something other than this,  
something not so insistent—
am I to be locked in this
final uneasiness.

Love, if you love me,  
lie next to me.
Be for me, like rain,  
the getting out

of the tiredness, the fatuousness, the semi-
lust of intentional indifference.
Be wet
with a decent happiness.

Robert Creeley



La pioggia


Tutta notte questo suono
viene, e ritorna ancora,
e ancora cade questa
quieta pioggia, insistente.

Che sono io per me stesso
che si debba ricordare,
e insistere
così di frequente? È che

mai la dolcezza, né
la durezza
della pioggia che cade
sarà mai per me

nient'altro che questo,
niente che sia meno insistente —
dovendo io confinarmi in questo
terminale disagio.

Amore, se m'ami
giacimi accanto.
Sii per me, come la pioggia,
uno sfuggire

alla stanchezza, alla futilità, la quasi
lussuria d'una ricercata indifferenza.
Lasciati bagnare
da una decorosa felicità.


Robert Creeley
(Versione Italiana di Marianna Piani - Milano 13 Marzo 2017)
.

sabato 11 marzo 2017

Primo Libro dei Madrigali - III - IV


Amiche care, amici,

ecco per voi il secondo appuntamento di questa piccola collezione in versi in forma di madrigale.
Dopo decenni di versificazione libera, dopo il definitivo affrancamento dalla prosodia tradizionale, non trovo affatto anacronistico - in sé - il rivolgersi di quando in quando alle "forme chiuse", anche eventualmente seguedo i canoni più classici di metro e rima.
Nei miei esperimenti precedenti, in particolare con il sonetto, avevo lasciato spazio a molte "lacune" nella effettiva rispondenza al canone, in particolare con un uso spesso fuori schema delle rime. Qui invece ho voluto essere più vicina al modello originale, anche se non sempre in modo del tutto rigoroso.
Non si tratta certo di un esperimento isolato e nemmeno originale: moltissimi autori del novecento e contemporanei - post rivoluzione versoliberista -  hanno rilasciato in un modo o nell'altro il loro omaggio alla "Grande Tradizione". Per chiunque scriva si tratta di una tentazione troppo grande per non provarci almeno una volta.
Ciò che io trovo personalmente affascinante, proprio per la consuetudine ormai stabilita al verso libero, è il ritrovare la sonorità, l'armonia naturale di queste forme metriche, che costringono a "piegare" la parola, anche la più semplice e colloquiale, alle ragioni superiori del "canto".
Il fatto che la forma metrica oggi sia ormai solo una libera scelta e non più un "obbligo" grammaticale rendono questa scelta ancora più interessante, stimolante, e ricca di implicazioni e cortocircuiti con il senso del testo.
Occorre ovviamente lavorare con molta cura e sensibilità se si vuole evitare un fallimento, ma questo è comune a qualunque composizione poetica, anche la più (apparentemente) "libera". Non esiste poesia "facile" o "difficile", solo Poesia o sentimentalismo, e il sentimentalismo, come tutti sanno, è l'antitesi della Poesia.

Amiche dilette, amici, grazie sempre per la vostra presenza, con amore.

M.P.





Primo Libro dei Madrigali
(Madrigaletti amorosi di passaggio stagione)



III

Tu mi dicesti, con quell'allegria
che ben ti conosco, io ora sarò
per sempre al tuo fianco, come la luna

abbraccia la terra. - Anima mia!
Se cosi è, dissi, ti rapirò
per sempre al mondo, e non avrò alcuna

esitazione: sarai la mia sposa,
audace e rischiosa, come una rosa.


IV

Severo, come un monito inatteso
alla troppo anticipata letizia,
il vento ci ha riportato il gelo.

Nubi violacee affollano il cielo
con una quale imbronciata nequizia,
e nubi d'ansia ti adombrano il viso.

Non temere, io sarò il tuo riparo
nella tempesta, il tuo fidato faro.





Marianna Piani
Milano, Maggio 2016
.

mercoledì 8 marzo 2017

Primo Libro dei Madrigali - I e II


Amiche care, amici,

vi propongo da oggi un'altra piccola collezione di componimenti in versi, un genere che amo frequentare poiché mi consente di radunare sotto un unico spunto tematico e/o formale una serie di idee e di pensieri, superando in qualche modo il limite narrativo della lirica singola per avvicinarmi ad una espressione più organica e compiuta.
Chi mi segue da qualche tempo ricorderà diversi miei tentativi in questo senso, da raccolte puramente tematiche, centrate tutte su un certo argomento o uno stesso spunto (come "Il mare d'inverno" o "In Nomine" ), fino a collane di componimenti in forma chiusa, come ad esempio i 14+1 sonetti di  "le Solitudini e i Luoghi", pubblicati qui non molto tempo fa.

In questa mia proposta l'intenzione della raccolta è in qualche senso sia tematica che formale.
Difatti il tema è quello di un passaggio di stagione e delle emozioni che esso ci comunica, e ho voluto svilupparlo affrontando per la prima volta in modo compiuto una delle forme più nobili della poesia italiana classica, forse il più noto dopo il sonetto e la canzone, il madrigale.
È una forma che mi ha sempre affascinata molto, per la sua eleganza e compiutezza, secondo me non inferiore a quella del sonetto, accompagnata da una dimensione ancora più contenuta (8 versi in tutto, con una sottostruttura tipicamente a due terzine e un distico) e quindi se possibile perfino più intima e densa del fratello maggiore.
Parlerò in seguito del senso di affrontare oggi una forma "chiusa" anziché un più usuale verso libero, una scelta sempre aperta, non priva di rischi ma sempre una sfida appassionante per chi scrive. E spero interessante per chi legge.

Poiché si tratta come ho detto del mio primo tentativo organico su questa forma, mi è piaciuto intitolarlo in maniera "musicale" con un voluto richiamo al titolo forse più celebre della poesia in musica, quel "Primo Libro de Madrigali" (1587) del sommo Maestro cinquecentesco Claudio Monteverdi. Un omaggio che mi è venuto del tutto spontaneo. Insomma, non ho potuto resistere alla tentazione, sebbene i Madrigali musicati dal Maestro cremonese non rispecchino se non in parte i canoni fissi della forma.
A titolo esemplificativo vi cito il secondo, bellissimo, proprio uno dei pochi che mostra uno schema formale rigorosamente secondo canone:

2.
Se per avervi, ohimè, donato il core,
nasce in me quell'ardore,
donna crudel, che m'ard'in ogni loco,
tal che son tutto foco.
E se per amar voi, l'aspro martire
mi fa di duol morire,
miser, che far debb'io
privo di voi che sete ogni ben mio?

Dunque, come di consueto, vi presenterò due componimenti per volta fino a completare la collana di otto numeri più un Epilogo.
Alla fine li raccoglierò tutti assieme in un'unica pagina dedicata.

Dedico questa "fatica" alla mia ragazza - musicista e polistrumentista, appassionata frequentatrice di musica antica, che inconsapevolmente me l'ha ispirata con la sua apparizione improvvisa nella mia vita, e naturalmente a tutte/i voi amiche dilette e amici, come sempre, con amore

M.P.







Primo Libro dei Madrigali

(Madrigaletti amorosi di passaggio stagione)


I

E finirà la primavera, questa
lunga, tediosa primavera urbana,
così, con quest'ultima diaccia pioggia.

Fluiranno gli ultimi rivoli a sera
per gli usci della metropolitana,
e così l'amor mio tra le mie braccia.

Verrà l'estate, e il denso suo calore
svaporerà in nubi il mio dolore.


II

I veicoli salgono lenti e rari
quando l'ore si avvicinano all'alba,
giovani stanchi sciorinano i passi

attraverso le piazze, lungo i viali,
mentre l'aria lentamente riscalda:
altre giornate verranno, e potessi

mi opporrei a questo tempo che profana
ogni memoria, ogni speranza umana.



Marianna Piani
Milano, Maggio 2016
.

sabato 4 marzo 2017

Il minimo e l'immenso


Amiche care, amici,
mi ha sempre affascinato come l'immensamente piccolo contiene l'immensamente grande, un mistero cosmico, un segno inequivocabile dell'ordine finale - e del disordine entropico - del Creato.
Il nostro ruolo in tutto questo è del tutto trascurabile, eppure ne è l'essenza. Ciò che rende significato a questo immenso sforzo generativo, questa energia che si esprime a partire da un unico catastrofico boato e che ha come destino l'annichilimento in un simmetrico immenso boato finale, è la nostra capacità di ragionare su di esso; che, alla fine, è la capacità di questo stesso Universo ad avere coscienza di sé.
Questo è un gioco di specchi tra noi e la realtà oggettiva che rende il nostro organismo biologico parte essenziale ed evoluzione finale di questo super-organismo che è l'Ordine Naturale delle Cose.

Gli antichi, e chi ha fede, chiamano questa entità onnicomprensiva e onnipresente Dio.
Gli scienziati ancora stanno lavorando per esprimerla in un'equazione che ne spieghi le leggi empiriche, e le derive teoriche, e sicuramente sono destinati a non finire mai questa speculazione. Poiché se il carattere meno comprensibile dell'Universo è la sua infinitezza, quello dell'uomo rimane la sua misteriosa ineluttabile finitezza. Paradossalmente tra queste due dimensioni incommensurabili esiste un'unica finestra di contatto, che è la nostra morte biologica. Quando le particelle organizzate che costituiscono la nostra esistenza e la nostra coscienza si disintegrano per tornare a far parte della natura prima e ultima del Cosmo.


Per me, che rifletto sulla mia infinita insignificanza, e scrivo per trovare un senso ad essa, tutto l'immenso della vita si concentra e risolve come il nucleo di una stella nell'unico punto focale, da cui tutta la luce scaturisce e illumina il mio universo.

Che è, amiche dilette e amici, infine, e all'inizio di tutto, l'amore.

M.P.




Il minimo e l'immenso


Raccontami l'immenso.
Ovvero, ciò che illumina il poeta?
Ovvero, l'oscurità che sommerge
le galassie, il riverbero di fondo
onnipresente
del primigenio schianto?
Oppure: il mare; ciò che il mare
era per me bambina quando
seduta al termine del molo
le gambe ciondoloni,
inconsapevolmente naufragavo
nell'incommensurabile distanza?

O ancora è quella montagna, e sopra
il cielo come una lastra di creato
che blocca vista e fiato, qua e adesso;
o invece non è neppure un luogo,
è un pervàdere nell'aria...
Oppure, il voler bene
mio a te, tanto grande
da non vederne inizio, o fine,
o il mezzo, soltanto l'ombra
della sua presenza su di me,
che si espande all'infinito
fino a comprendere l'universo.

Ma l'immenso è altro.
È una corolla, ad esempio,
che s'apre e diffonde
il suo profumo nell'aria
sapida della sera, inquieta
come la tua mano che la raccoglie
dalla mia, e la porta
alle labbra, con ardore.
Ecco: è in questo gesto, senza peccato,
nel tuo fervore così innocente,
è in tutto questo, caro amore mio,
è in questo, il mio, il tuo, il nostro immenso.
 


Marianna Piani
Milano, 3 Giugno 2016
.