«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 30 aprile 2016

Rappresa chiazza


Amiche care, amici,

a volte scrivo per rabbia, per sfogo, per ribellione. Raramente i testi elaborati sotto una emozione viva poi raggiungono la fase di pubblicazione, me li tengo per me, o li archivio nel "cassetto segreto" del mio scrittoio. Non sono comunque mai molto propensa ad affidare ai versi sentimenti di indignazione, o spunti di polemica. Si tratta di emozioni, come dire, civili, più degne e adatte alla prosa, al pamphlet, e sono invece delle "cattive consigliere" in ambito poetico, dove di rado consentono di raggiungere risultati degni di nota.


Ma vi sono delle eccezioni, e questa che segue qui è una di queste.

La abbozzai proprio in un momento di scoramento e di viva irritazione: mi sentivo talmente stanca di incrociare pseudo-intellettuali, pessimi letterati, sedicenti poeti, specialmente "in rete" (per sua natura aperta a ogni possibile uso ed abuso) che provavo una forte inclinazione a smettere, semplicemente e totalmente, di scrivere. Mi sentivo sempre più una voce in mezzo a un immenso rumore di fondo, cosciente che per quanto mi sforzassi, questa mia voce sarebbe sempre rimasta coperta, confusa, annichilita da quel rumore. A che fine continuare?
Tuttavia, per me la scrittura era ed è principalmente una necessità, e non ha nulla a che vedere con il mio bisogno di essere ascoltata. Ne rappresenta il corollario logico - la parola esiste non nel momento in cui viene pronunciata, ma quando viene captata e compresa - ma la fuga nel silenzio per me è negata. Per cui continuo. La mia scrittura, in un modo o nell'altro, continua e continuerà...


La condivido quindi, come sempre, con voi, amiche dilette e amici, con amore

M.P.





 

Rappresa chiazza

 

Un letterato perspicace - forse il Testa,
o il Raboni, ora non ricordo - scrisse
che un poeta, purché sia grande,
può aspirare a due testi capitali,
forse tre, degni di restare nella storia
nei libri e nella memoria.

Tutto il resto è ricerca e smarrimento,
e dolore e sofferenza e gioia
e conoscenza e lettura e stupore.
Questo vale senza eccezione, tolti
solo i sommi, ma di questi ve n'è uno
o due per ogni quarto di millennio.

Poi v'è la vasta gora degli onesti,
dei dotati, dei geniali, e giù giù
per i gironi, gli studiati, i letterati,
le poetesse delle rose e delle pose.
E nel fondo, in fondo, le plaghe dei fasulli,
degli ambiziosi, degli intellettuali.

Nulla rimarrà di questo magma,
state certi, risucchiato nella terra
senza lasciare la più vaga bava.
Intanto, altrove, in qualche appartata stanza,
qualcuno affonda la lama della parola
fino all'elsa nelle proprie piaghe aperte.

Il sangue che ne sgorga sarà un giorno,
forse, una rappresa chiazza
di autentica Poesia.



Marianna Piani
Nebbiuno, 12 Agosto 2015
.

mercoledì 27 aprile 2016

Piccola fatalità


Amiche dilette, amici,

venne un giorno nella mia vita in cui mi fu chiaro, d'un tratto, il mio destino come donna, al di là di ogni altra mia possibile scelta o decisione consapevole e ragionata.
Non fu a quel tempo che presi davvero e pienamente - come si dice - "coscienza" di me stessa, sarebbero occorsi ancora molti anni di incertezza, di sensi di colpa, di esaltazione accompagnati da momenti di disperazione, disorientamento, depressione. Poi tutto sfociò nella crisi profonda di pochi anni fa, che a costo di un pesante tributo di salute personale e di relazione mi fece finalmente accettare me stessa per ciò che davvero sono.
Ma quello che qui racconto fu il primo incontro autentico e completo con la mia "diversità", fino ad allora espressa soltanto in forti sentimenti affettivi, ma nulla di più.
E fu la mia prima autentica esperienza, al di fuori della letteratura, dell'immaginario, del sogno, della illusione. E fu anche la scoperta di fino a qual punto io fossi passionale, come donna: un bosco d'estate, riarso, e pronto a prendere fuoco, a divampare catastroficamente, allo scoccare della scintilla.
Così sarei rimasta sempre: la passione ha sempre determinato la mia vita, nel bene, e anche nel male, suscitando incendi tali da travolgere la ragione, procurandomi brevi ma intensissimi momenti di felicità alternati a lunghe profonde dilanianti solitudini, abbandoni, e dolori.


(Si tratta, formalmente, direi di una canzone a ottave libere, con un intreccio , e anche qui, come quasi sempre, il "contenuto" ha ispirato, anzi imposto, in questo caso, la "forma"…)

Per voi, amiche dilette e amici carissimi, con amore

M.P.






Piccola fatalità

 

Piccola fatalità
quell'incontro, anni fa,
sotto il portico dell'Ateneo:
così poco sapevo di me stessa allora
e del mondo intorno,
mentre orgogliosa rimurginavo
il mio confuso trattatello
attorno a Svevo e Pirandello.

Assaporavo il gusto
d'una libertà, non conquistata,
ma ottenuta in grazia e perché
v'era chi credeva in me.
Era un sapore inebriante
che mai più avrei saggiato,
quello della giovanile presunzione
d'avere un proprio motivo d'illusione.

La libertà quella sera
fu d'improvviso una ragazza
dagli occhi marrone denso
che m'offrì, chissà perché,
un breve intenso tratto della sua vita,
a me che nulla di me sapevo
tranne d'esser destinata
a una passione tenera e infinita.

Passione per la luna di novembre,
per il vento che vocalizza
tra le betulle, sulle alture,
per lo sconfinar del mare
verso orizzonti inesplorati,
per la voce immortale dei poeti,
per l'ingegno mobile delle donne,
per il loro incarnare ogni Poema.

Passione per la parola e il canto,
passione per la memoria
custodita dalle generazioni,
passione per le cime ardite
delle mie speranze
prima di sciogliersi in illusioni,
passione per l'umanità svilita,
passione per ogni vita.

Passione tutta in quel bacio infitta,
quel primo bacio tenero e sbandato
che fu l'epifania, quella notte,
a casa sua, della mia destinazione:
passione senza ragione
se non la passione stessa.
Così l'ebbi, e seppi la felicità
e l'infelicità ch'era a me promessa.

Piccola fatalità, indubbiamente,
quell'incontro, molti anni fa...




Marianna Piani
Nebbiuno, 11 Agosto 2015
.

sabato 23 aprile 2016

Promessa


Amiche care, amici,

narro quidi un semplice sogno d'amore, un incontro tra anime prima che tra persone, l'innamoramento e poi la consuetudine, la tenerezza di un gesto, di un dolce scambio d'affetto, e il bisogno segreto e intenso che tutto questo possa essere accolto, compreso dal mondo, accettato e benvoluto, e che chi ci circonda e ama possa partecipare della nostra gioia, della nostra pienezza.

Nulla di diverso dal sentimento d'amore di chiunque, e di ogni tempo, che si chiude in sé stesso ma nello stesso tempo ha bisogno di comunicare all'esterno la propria esistenza, il valore e la legittimità del suo progetto di vita.
Vi lascio alla lettura, se vorrete, amiche dilette e amici, con fiducia, e amore, come sempre, più di sempre.

M.P.




Promessa


Il sogno - è questo, precisamente,
un sogno d'altri tempi, quando
lungo il viale - mano nella mano -
passeggiavo con te che amavo tanto.

T'avevo atteso accanto al chiosco,

infinita mia ansiosa attesa,
finché giungevi in gran ritardo
come sempre, sorridendo, arresa.

Il desiderio era giustappunto
quel vivido rossore delle guance,
e bastava alla felicità perfetta
quella sosta per sceglierci un gelato.

Tu, alla frutta, fragola preferibilmente,
io cioccolato e crema, invariabilmente,
e col pizzicore sul palato, passeggiando,
svelte ci scambiavamo un dolce bacio.

Non era raro vedere in quel viale,
due amanti tenere in gonnella, ma
l'anziana gelataia, e il vigile al cantone,
preferivano pensarci solo amiche.

L'intima bellezza, la segreta grazia
era l'esserci promesse, tutte agghindate
in pizzo bianco sotto la quercia
che assistette al nostro primo incanto,

al primo nostro folle appuntamento
al nostro primo assurdo bacio.
Da allora tutto è cambiato,
e due vite si son confuse in una.

Questa promessa, d'altri tempi,
che ci ha fatto palpitare il seno,
ci dà diritto ora a questo abbandono
la mano nella mano, e a questo bacio

casto, sotto i platani del viale
silenti, dolcemente consenzienti.



Marianna Piani
Milano, 8 Agosto 2015
.

mercoledì 20 aprile 2016

Riconoscenze


Amiche care, amici,

il confine tra la preghiera e la poesia a mio avviso è assai sfumato e misterioso.
Anzi, io credo che la preghiera sia, assieme al salmo, una forma primigenia di poesia, laddove esprime l'animo dell'uomo e la sua disperata angoscia di fronte all'esistenza, la sua solitudine "cosmica", la sua ricerca - detta trascendente- di una ragione (per definizione introvabile) al proprio esistere.

Questa composizione la scrissi immaginandola proprio come una preghiera, una laude, una confessione di gratitudine al cospetto di tutto ciò che la vita mi ha donato, e alle persone che hanno reso la mia vita possibile e sostenibile.

E a voi, amiche dilette e amici, con amore

M.P.






Riconoscenze


A chi m'ha generata,
donandomi questa vita tanto amata,
e per quanto amata a volte
vivamente detestata,
o fuggita, o rinnegata.

A chi m'ha cresciuta
empiendomi d'amore come
s'empie uno scrigno di ricchezze
incorruttibili dal tempo poiché
esse sono della materia dell'eterno.

A chi m'ha educata,
instillandomi goccia a goccia
non la sapienza, non la saggezza,
che sono cose che son negate
a chi non sia divino, o sovrumano:

ma il senso dell'avventura,
quella costante arsura della mente
che ricerca refrigerio nel torrente
e in quella luce spumeggiante
ch'è la nuda pura intelligenza.

A chi m'ha ispirata
nel cuore e nel pensiero,
donandomi la fede, non a un dio,
non a un credo, non a un verbo
rivelato, non a un'idea pregressa:

quella fede mia
ch'è soltanto una forma d'armonia
tra libertà e natura, la fede mia
ch'è la bellezza che pervade il mondo
ed è radice di ogni vita.

A chi mi ha sedotta e quindi amata,
possedendo tutto il mio corpo
con la dolcezza ch'io bramavo,
concedendosi al desiderio mio
con tutto l'abbandono d'un destino.

A chi m'ha accettata
per quel che sono, senza sfida
o pregiudizio, pazza donna
lesbica depressa incostante

sterile puttana - e disperata.

A chi ciò nonostante
m'ha donato pieno affetto
senza nulla attendere in ritorno:
il più prezioso dono che un umano
può ricevere dal mondo.

E infine a chi, aggiungo come postilla,
visita queste mie stanze a cuore aperto:
colei, colui, grazie a cui
io mi tengo ancora in vita;
è l'ossigeno che arde queste carte

di passione, e la speranza forte
che la mia aspra risalita
non sia ancora qui finita.



Marianna Piani
Milano, 6 Agosto 2015
.

sabato 16 aprile 2016

"I'm a player, I'm a dreamer"



Amiche care, amici,

questa composizione, una ballata sopra una immaginaria melodia irlandese, è il ritratto dal vivo di una persona, la cronaca di un incontro, avvenuto davvero nell'estate scorsa, nei luoghi nominati, e di cui ho accennato già altrove in queste pagine.
Fu un incontro fugace e fortuito, che mi colpì come una illuminazione improvvisa, ma che si sarebbe forse dissolto nell'ombra della memoria, se non fosse che il destino mi concesse un incontro successivo, pochi giorni dopo, a Dublino.

Questa fu la nascita, inattesa, improvvisa e un po' folle, del mio amore. Ora del suo mistero so qualcosa di più, sebbene molto ancora nel mistero è rimasto, com'è giusto.

Condivido questi versi con voi, amiche dilette e amici,  che sono, in tutta semplicità, una dichiarazione d'amore nascente.

M.P.





"I'm a player, I'm a dreamer"


Nient'altro disse:
sono musicista
e una sognatrice, questo bastava.

Perché stesse seduta su quel gradino
lì all'angolo della strada
a far cantare la sua concertina

questo non me lo disse,
né forse mai lo seppe alcuno,
poiché infine non v'è un perché

per ogni cosa, e lei così, semplicemente,
suonava una giga nella pubblica via
ringraziando con un sorriso chi

con un cenno la compensava. Ciò l'appagava?
Oppure ogni giorno doveva trovare
il coraggio per scendere sulla strada?

La serenità del suo sguardo
diceva soltanto che la musica era
per lei atto intimo d'amore.

Il sole che s'affacciava dalle nubi
fuggenti di quei luoghi,
splendente di promesse e di speranze,

non era pari in bellezza e grazia
a quel suo volto sereno e franco,
a quello sguardo suo radiante di dolcezza,

a quei capelli rosso fuoco, ardenti
all'ombra pensosa del campanile
nella dolce cittadina di Kilkenny.




Marianna Piani
Kilkenny Irl. 19 Luglio - Milano, 3 Agosto 2015
.

mercoledì 13 aprile 2016

Il Tempo l'arenaria scava



Amiche care, amici,

sono stata una buona alpinista, con una discreta abilità nella progressione su roccia, finché potevo farlo senza l'utilizzo di chiodi o altri sistemi di salita "artificiali", dove la mia conoscenza tecnica era invece piuttosto lacunosa.
Da (troppo ahimè) tempo, per diversi motivi, anche di salute, non posso farlo, e anzi gli impegni di lavoro da qualche anno ormai mi tengono lontana da quei paesaggi, e da quei luoghi, che ho amato intensamente in passato.
Ma l'immagine della montagna, la metafora della salita, mi è rimasta ben impressa nel cuore, e riemerge spesso nella mia scrittura.
La mia ricerca costante di purezza, di una vista più ampia, di un avvicinamento al cielo - che sia o no abitato dagli dei - ha in questo gesto atletico la sua raffigurazione più viva e pregnante.

Per voi, amiche dilette e amici cari, con amore.

M.P.










 Il Tempo l'arenaria scava


Questa roccia di arenaria
che si staglia contro il cielo
e mi sovrasta, inaccessibile, vasta,
dura, compatta, tagliente agli appigli,
un tempo l'avrei affrontata
pelle a pelle, viso a viso,
con l'ardimento di quei vent'anni
che mi gonfiavano il petto
come la bora a primavera.

Ora non potrei più salire
quel diedro sotto la cima,
me ne manca la forza, e l'uso,
da tempo, da quel tempo in cui gettavo
le gambe nel vuoto verticale,
felice di respirare quell'aria
così pura da parere tagliente anch'essa
come una scheggia di cristallo,
felice a vedere quel mondo, attorno.

Non posso ora nemmeno spaccare
quella roccia, o scheggiarla almeno,
per vedere se la ferita
sanguina ancora, oppure no,
oppure è rappresa, come il ricordo,
come la memoria che si rapprende
sulle ferite e le piaghe dell'anima.
So solo che vorrei essere lassù,
con le gambe che dondolano nel vuoto,

mentre un fremito percorre l'intero
mio corpo, dai piedi, ai capelli:
è qui finito il tempo mio, oppure
deve ancora avere corso?



Marianna Piani
Milano, 2 Agosto, 2015
.

sabato 9 aprile 2016

Cavità

u

Amiche care, amici,

la mia vita è fatta anche di questo, un entrare e uscire da queste aree di vuoto, di nullità, controllato artificialmente da cocktail di farmaci che a volte sono come martellate nel cervello e lasciano vuoto nel vuoto. Il destino, già segnato, è probabilmente quello di raggiungere un giorno questo vuoto in modo stabile e senza ritorno, una specie di morte senza neppure la morte stessa che venga a soccorrere l'anima, imprigionata, impazzita per la mancanza di libertà e autonomia.


Nell'attesa, dal momento che ciò che ha da venire non ha scadenza, non ha programma, verrà quando ciò lo aggraderà, io continuerò a curare il giardino e i suoi fiori. Rossi.

Con amore
M.P.






Cavità


Oh, questa mia vita
che è fatta di assenze,
di vuoti, di abbandoni,
di cavità, di spazi desolati,
di celle, sacelli, alveoli,
anfore svuotate, vasi
dal contenuto svaporato da millenni,
pensieri come la pioggia
ormai deprivati della parola,
costretti a mendicare un ascolto,
un solo pietoso minimo ascolto.
Ogni presenza, ogni cuore,
ogni anima che si allontana
è la morte precoce d'un rosso fiore.

Piano piano, come un lungo
tramonto di tarda estate,
il mio pensiero, la mia parola,
la mia fervida fervente mente,
s'offuscheranno, s'oscureranno,
dissolveranno come
la nebbia dissolve nella notte
e diviene un'ombra caliginosa,
e poi un fremito nel buio
denso, intenso, indistinto,
e poi infine - il nulla.
Quel nulla, quel vuoto
in cui sprofondare,
con un senso di serenità totale,
di quiete, di estraneità, di abbandono,
di incoscienza, senza nemmeno più
provare sofferenza.

Allora, alla fine,
prima che sia tardi,
già cieca nell'incombente buio,
cercherò a tentoni quel fiore rosso,
stroncato dal gelo dell'assenza,
sia come sia, appassito, rinsecchito,
annerito dal correre del tempo,
oppure - miracolosamente -
inalterato, preservato
dallo stesso gelo, oppure
da una capsula ermetica di cristallo.
E quando l'avrò trovato
lo spiccherò dallo stelo,
e lo leverò al cielo,
come memoria di tutto quanto
in tutti questi anni
mi ha risparmiata
dal definitivo
smarrimento.




Marianna Piani
Milano, 29 Luglio 2015
.

mercoledì 6 aprile 2016

Umile Margherita



Amiche care, amici,

vi propongo una lirica su una grande virtù che io, purtroppo, frequento poco. Sebbene, quando si tratta di un atteggiamento autentico, naturale, spontaneo, ammiro molto. Almeno altrettanto quanto io detesto i palloni gonfiati, i tracotanti e i presuntuosi. L'umiltà, questo modo di prendere la vita, di confrontarsi con gli altri che è segno di un animo tutt'altro che debole o insicuro, come agli superficiali (e ai palloni gonfiati di cui sopra) può sembrare, ma anzi di una grande fermezza e certezza del proprio valore, tanto da non temere di perdere alcunché nel confronto con gli altri, o di infischiarsene tranquillamente della "lotta per il potere" che si scatena attorno a loro.
Queste persone, di solito, sono persone illuminate da una grande fiducia in sé stessi e nell'umanità, e il tratto dell'umiltà è quasi sempre una delle caratteristiche del genio e della libertà di pensiero.
Io, da perte mia, oltre ad essere tutt'altro che un genio, sono timida, insicura, riservata, spesso sfuggente, anche gentile, spero mai supponente, ma non eccedo certo in umiltà. Anzi sono dotata di una buona dose di snobismo, che è un atteggiamento che fa a pugni con questa virtù. Ciò non mi impedisce però di riconoscere questo valore, quando lo incontro in qualche persona, e quando (ed è molto raro) ciò mi accade, la mia stima e la mia ammirazione per quella persona è assicurata al massimo grado.

Amiche dilette, amici cari, "umilmente" vi ringrazio di cuore per seguirmi in questi miei pensieri e di leggere assieme a me questi versi. Elegia in terzine, come tutte le volte in cui mi sento di scrivere in leggerezza.

Con amore
M.P.






Umile Margherita


"L'umile margherita", si dice.
Ma non è vero, è una menzogna,
io non sono umile affatto.

Appaio tale, forse, quando
in mezzo al prato mi lascio cullare
dal vento di aprile, con quella

voluttà intenerita che sapete.
Non canto, non mi vanto,
il mio odore non è l'inebriante

fulgore delle rose, e neppure
l'acre aleggiare del glicine a sera,
capace d'incantare ogni amante.

Il mio aspetto non ostenta
la purezza e l'innocenza del giglio,
col suo candore esausto,

né la sensualità e la maestà
dell'orchidea, che pare una vulva
slabbrata, sfibrata dagli amplessi.

E la mia grazia non è quella
sacrificale del rosso garofano,
così avvezzo agli altari

e a raffigurare il sangue degli eroi
tra i sacelli dei cimiteri.
Né posseggo il segreto del fuoco

che hanno i papaveri fiammeggianti,
lussureggianti nei campi di grano.
Schiva, senza clamore,

ai bordi delle messi, oppure,
proprio nel cuore della brughiera,
nasco isolata, fragile, immersa

in una pace segreta. Riservata.
Eppure, guardate, questo cuore
dorato, così irrorato

di luce, e calore, nucleo radiante,
e guardate questa corona
dai petali come raggi abbacinanti

e dite, ora, s'io non competo
con il sole, sovrano lassù nel cielo,
io quaggiù, solitaria, in mezzo all'erba!




Marianna Piani
Nebbiuno, 31 Luglio 2015
.

sabato 2 aprile 2016

Epifanie e Cosmogonie - Epilogo Provvisorio



Amiche care, amici

ultima "stazione" ed epilogo di questa proposta di viaggio tra le mie terre d'origine e ciò che ha formato la mia visione delle cose e del mondo.

Ciò che mi è rimasto sempre nell'animo è come iniziai davvero a comprendere, conoscere e finalmente amare coscientemente questa mia terra solo nel momento in cui me ne allontanai.
Ricordo lo spirito di fuga che mi spinse a muovermi, la decisione di lasciare tutto, e l'idea che non sarei mai più tornata. Troppi dolori mi avevano segnata, troppe povere le prospettive di vita se fossi rimasta lì.
Eppure, evidentemente ormai ciò che doveva depositarsi e incrostarsi nella mia anima, come i coralli sulla chiglia di una nave, si era già consolidato.
I luoghi, le storie che divenivano da fatti vissuti ricordi. E sopra tutto la scoperta di quanto io fossi figlia di questa terra e di quanto profondamente, da figlia, io, anche inconsapevolmente, l'avessi amata, e tutt'ora la amassi.
Ecco, in questi versetti la Donna e la Città si confondono, sono oggetto d'amore allo stesso modo, la città si personifica, la donna si fa un luogo, l'amore comunque è fisico, sensuale, tangibile.

Questo breve ciclo è tutto frutto di questo amore. Ritornerò mai a queste terre, sulle rive di questo mare, per rimanerci, intendo? Impossibile dirlo. La vita mi sta trascinando altrove. Ma indubbiamente le radici sono rimaste infisse in quel calcare, arido e severo, che non trattiene, ma non cede.
Per questo, infine, "epilogo provvisorio", perché ovviamente questi temi saranno sempre per me materia di pensiero e di emozione, per cui di certo continuerò, almeno con le mie parole, a frequentarli.


Spero che mi abbiate seguito con piacere in questo viaggio, e vi ringrazio di cuore, amiche dilette e amici, di aver voluto rimanere al mio fianco: di voi, del vostro affetto, e della vostra disponibilità non posso fare a meno.


Un saluto particolare a Paola, e con lei a tutte le amiche e amici speciali, che a queste terre più di me sono rimasti fedeli.

Con amore
M.P.







Epifanie e Cosmogonie



Epilogo Provvisorio



Solo allora la vidi.

La vidi davvero soltanto quando
partii, e la lasciai, allontanandomi
con la volontà di non tornare - forse
mai più. Io la vidi allora soltanto.

La vidi, e colsi intera la sua fiera
schietta bellezza, lo sguardo ceruleo
di quei cieli dalle nubi di ghiaccio
striate da venti impetuosi impazienti.

Assaporai, ora che la perdevo,
le labbra sue, amareggiate dal gusto
del mare, e la curva casta e sincera
del suo sorriso, così aperto

quanto geloso - a volte segreto.
Solo allora, solo allora compresi
il suono aspro e puro della sua voce,
che sapeva farsi quieta, la notte.

E compresi il senso delle parole
gridate nel fervore d'amore,
e quelle sussurrate come una nenia
tra le fronde di fruscianti pinete.

Quando infine fui su quel convoglio
e presi la via che si scioglieva
verso quella che figuravo allora
una mia nuova vita, non piansi.

Non fui incerta. Nemmeno un tremito
percorse le mani, neppure un battito
convulso le ciglia, né un sospiro:
l'addio era detto, e il biglietto

non prevedeva ritorno. Ma intanto
le ultime immagini del mio mare
e della costiera che si snodava
dalla cavità del finestrino

si fissavano nella mia mente
come la luce nell'emulsione
di una lastra, in tutti i più nitidi
minuziosi trascurati dettagli:

ogni singola foglia delle siepi
di lauro, ogni fine stelo d'erba
nei prati, ogni cuore di rododendro
sbocciato, ogni frammento di sole

nel mare... Sopraffatta, rimasi a lungo
con la fronte contro al vetro, così,
mentre il fiato condensava piano
e faceva il mondo via via più opaco.

Più definitivo. Più lontano.
Seguivo il mio ineluttabile fato.
E solo allora compresi: Dio mio
quanto, quanto l'amavo io! - E l'amo.




Marianna Piani
Milano, 11 Febbraio 2016
.