«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 27 febbraio 2016

Epifanie e Cosmogonie - 4


Amiche care, amici.

Eccomi al quarto appuntamento con voi per un altro scampolo di memoria infantile.

"Via Combi", Carlo Combi, fu la via dove sorgeva la mia scuola elementare (ora è sede di una facoltà universitaria), dotata di un cortile in cui, nei mesi caldi, i bimbi potevano trascorre la pausa di "ricreazione". Qui non c'era la suddivisione tra classi maschili e femminili, ci si ritrovava tutti assieme, coi maschietti, per giocare. Anche se ferrea e rigida era comunque la divisione dei giochi, con i maschietti scatenati sul pallone e altri giochi "da maschi", e le femmine dedite ad altri passatempi, considerati più consoni a loro.
Tuttavia, in quei minuti, ci si scambiava sguardi, e parole, si dava libero sfogo alla rivalità e antipatia che ha sempre caratterizzato il rapporto tra i sessi nei primi anni dell'infanzia, ma che celava (noi non ce ne rendevamo conto) le prime curiosità e le prime forme di attrazione.

Comunque quelle erano le prime occasioni per me di avere una socializzazione stretta con esponenti più o meno coetanei dell'altro sesso. Ero cresciuta con una sorellina più piccola, e la mia cerchia amicale era costituita quasi esclusivamente di femmine.
Non credo che una qualche inclinazione sessuale fosse minimamente presente all'epoca, se non in nuce, e non certo in modo riconoscibile dal comportamento, come per ogni bimba della mia età. Checché ne dica Freud, l'età evolutiva ha i suoi tempi, per ognuno di noi.
Per me, come per le altre bambine, i "maschi" (o "muli" come li chiamavamo nel dialetto locale) costituivano un mondo a sé, da spiare, giudicare e magari detestare, ed erano un enigma, qualcosa che ci attirava e respingeva assieme. E certamente gli sguardi che ci indirizzavano (noi non lo immaginavamo allora, ma essi erano incuriositi, attratti e respinti, disorientati nei nostri confronti tanto quanto lo eravamo noi nei loro) ci colpivano e ci facevano arrossire, cosa, questa dell'arrossire, che vivamente di noi odiavamo, poiché ci scopriva nostro malgrado.

Ecco dunque il racconto, alla vostra lettura amiche dilette e amici, se vorrete.

Con amore

M.P.








Epifanie e Cosmogonie
 


4


Via Combi



Io che ero una bambina
indossavo abiti bianchi, o pesca,
o lavanda, in tessuti delicati,
la gonnellina fresca
corta - appena sotto il ginocchio,
scarpette coi calzetti arrotolati.

I maschi, misteriosi furetti,
si accanivano contro un pallone,
sbracandosi coi loro calzoncini
azzurri, lisi e inzaccherati,
azzuffandosi accaldati di passione
che accendeva i musi acerbi.

Qualcuno mi lanciava
di quando in quando un'occhiata torva
ch'io pensavo d'odio, e invece era un modo
per impetrare ammirazione. E forse
era in nuce già desiderio: quei ragazzi
erano per me l'enigma e il quesito.

Come comete, erano astri vaghi leggermente
inquietanti - e distanti.
Intenti nei loro giochi crudi
esacerbati di scurrili gridi,
li osservavo, senz'intenzione,
come squaletti in un acquario.

Io stavo in piedi fiera
della mia gonnellina fresca,
del pizzo che teneramente
ne ornava l'orlo, dei calzetti
bianchi che mordevano la caviglia,
delle scarpine, orrendamente impolverate

dalla ghiaia del cortile.
E ancora oggi non so dire se
e in quale forma
vi fosse in quegli sguardi
torvi il primo germe d'amor carnale
che ci avrebbe ben presto stregato.




Marianna Piani
Milano, 30 Giugno - 10 Luglio 2015
.

mercoledì 24 febbraio 2016

Alcuni Rimpianti


Amiche care, amici,

dovrei essere felice, con un nuovo amore sorgente all'orizzonte, invece sono triste: le vicende dell'attualità, che mi hanno emotivamente coinvolta, con la tormentata e monca, sfigurata approvazione di una legge di diritto cui tenevo particolarmente, mi hanno reso grigia una giornata che si è aperta con un vivido raggio di sole.

(... Lasciatemi dire, è difficile vedere le proprie più preziose e sofferte scelte di vita esposte a dileggio, vituperio e anche aperto insulto, cosa avvenuta penosamente nel corso di queste settimane, e sentirle vieppiù offese e ridotte a "merce di scambio" tra poteri o sedicenti poteri, tra individui che a tutto pensano fuorché all'etica, nel momento stesso in cui di "etica" si riempiono la bocca.
Come se noi "diversi" o "diversamente innamorati" dovessimo espiare una colpa, un peccato, un vizio, una turpe inclinazione, una lurida perversione. Come se il tempo si fosse fermato e avesse receduto a un medioevo confessionale e cieco. Come se barbuti Talebani avessero preso in mano il nostro futuro per farne tappeti alla loro pretesa devozione.
L'amore che canto qui è l'amore che chiunque - se davvero non è un perverso - prova nella sua vita, l'oggetto di questo amore è il soggetto della mia felicità, esattamente come accade in ogni amore sincero.
E se con il mio amore ho il sogno di fondare un sodalizio per la vita, per sostenerci, aiutarci, amarci, comprenderci a vicenda, non solo nel letto, è un dono, non una sottrazione di qualcosa a chiunque sia.
Questo è il concetto di "famiglia" che io intendo. Il mio papà e la mia mamma si sono amati teneramente, totalmente, fino al giorno in cui la morte li ha raggiunti e falciati.
Io vorrei fare altrettanto con la persona che amo e amerò e che mi saprà amare.
Avere un riconoscimento alla luce del sole per questa unione ci avrebbe aiutato, e rasserenato per una prospettiva di futuro più giusto e sicuro. Ora lo faremo comunque, solo con l'amarezza di una occasione perduta e persistendo a lottare con difficoltà e barriere ad altri risparmiate.)


Perdonatemi per questo piccolo sfogo, ma sono tanto, tanto delusa e rattistata, credetemi. Torniamo a ciò che qui più mi preme, a questo componimento in particolare, un idillio a sonetti concatenati, che tratta, per coincidenza strana giusto oggi, di "rimpianti".
Chi mi segue da un po' sa quanto io ami "diffondermi" in queste descrizioni, in questi piccoli acquerelli di paesaggio, e come io in questi scorci, in questi eventi di natura ami trovare uno spazio per me stessa, per proiettare il mio essere e il mio sentire. La composizione è datata a Luglio, quindi risente di una atmosfera estiva che qui ora (a fine Febbraio)  possiamo solo percepire come una promessa che, prima o poi, si avvererà.
Così come - permettetemi di tornare un istante all'argomento prima accennato - prima o poi si avvererà il sogno di una vita e la accettazione universale del valore dell'Amore, fuori da ogni pregiudizio. L'amore è altro che baciare una vulva o farsi penetrare da un pene. L'Amore è il vero unico modo che abbiamo per sfiorare la vera immortalità della nostra anima, che lo crediamo o no.

Quell'Amore che io non a caso qui, invariabilmente da sempre richiamo, in conclusione do ogni mio intervento, indirizzandomi a tutte voi amiche dilette e a tutti voi amici cari:

Con amore

M.P.





Alcuni rimpianti


Quell'erba ingiallita
sull'orlo della roggia, un passo
dallo schiumare dell'acqua
del torrente, rimpiange,
rimpiange l'erba assetata
dei giorni di maggio, lassù all'alpeggio,
quando le esili foglie
appena sorte al tepore del sole
dopo i mesi brucianti del gelo
erano verdi come la giovinezza,
vissuta foglia per foglia,
e tenere come la loro bellezza,
linfa irrorata dalle finissime vene
appena recise da un colpo di falce.

Quel ramo, già morto,
del tutto spoglio, che si sporge
e si specchia nella limpidezza
della corrente, rimpiange
ormai i bei giorni di Aprile,
laggiù al fondovalle,
quando era virgulto a fusto odoroso
di glicine viola, e lo specchio
era l'acqua cheta del lago,
dove tutt'al più galleggiava
la spoglia di qualche falena
naufragata nel tentativo
d'aver salva la vita nel volo,
e qualche isolata foglia appassita.

Quella corolla di rosa sfiorita
proprio ora che il giardino è nel pieno
del suo sfolgorante rigoglio,
rimpiange, ahimé, la pallida mano
della ragazza, all'aurora di Giugno,
quando indugiava su lei dolcemente
accarezzando ciò che era ancora
un bocciolo rosso, giusto un bottone
in forma di cuore, in sé stretto
gelosamente, come in sé si stringe
l'innocenza ancora immatura
ad essere colta: presto
sarebbero giunti i calabroni,
e le api, in folla, per deflorarla.

Quel frutto caduto allora
a rinsecchire sul prato infuocato,
prima che sia notte, rimpiange
il tempo che lo vide fragrante
deflagrare come un pensiero lascivo
d'amore carnale, consumato
lassù sui rami, tra i fringuelli
e le lucertole, verdi ladre di sogni.
La bimba, serena, scapestrata, lei
poteva coglierlo, allora, così com'era
e addentarlo con la sua chiostra
di perle perfette, immacolate:
nessuno comprese perché alla fine
                              lei non lo colse.



Marianna Piani
Milano, 8 Luglio 2015
.

sabato 20 febbraio 2016

Epifanie e Cosmogonie - 3



Amiche care, amici,

Terzo appuntamento con voi per la pubblicazione di questa piccola raccolta di spunti, memorie, immagini dall'archivio più remoto e radicato della mia vita.
(Oggi sono un poco in ritardo, perché la scomparsa di Umberto Eco, appresa proprio stamattina, mi ha sconvolto personalmente e mi ha raggelata. Per diverse ore non ho potuto pensare, o dire nulla. Meno che mai dedicarmi a un mio componimento. Questo grande personaggio ha avuto un valore anche personale e familiare per me.
Solo in serata mi sono un poco ripresa, e ho pensato che avevo pur sempre un appuntamento con i miei lettori, che non potevo deludere. È stata proprio la lezione di Eco, sia nelle sue basi semiologiche che in quelle più strettamente di critica letteraria, a farmi crescere nel più grande rispetto e stima nei confronti del Lettore: senza il Lettore, chi scrive, uno scrittore, qualsiasi scrittore, sarebbe nulla, privo di qualsiasi significato, inascoltato, come una luna senza il sole.)

La composizione che segue è dedicata a un luogo chiave della mia infanzia, meta, specialmente durante l'estate, di passeggiate, avventure, visioni magiche e di bellezza. Si tratta di una strada storica, chiamata Strada Vicentina (dal nome del progettista Ing. Giacomo Vicentini che ne iniziò la costruzione nel 1821), ma nota dai triestini come Strada Napoleonica, o più semplicemente "la Napoleonica". Si tratta di un largo sentiero pedonale che si snoda a circa trecento metri sopra il mare lungo il breve tratto di costa, alta e rocciosa, che incornicia la città verso ovest, a partire dalla piazzetta dell'Obelisco di Opicina fino al piccolo abitato di Prosecco.
Ero veramente piccolissima quando papà mi portava a passeggiare lungo quel sentiero, da cui si può godere una vista incomparabile del golfo e della città, praticamente per intero, e l'ho percorsa un'infinità di volte, avanti e indietro. Ai tempi della scuola media superiore e inferiore era un'altra delle mie mete preferite per passeggiate solitarie, o in compagnia di qualche amica del cuore.
In quello stesso periodo è stato anche il luogo in cui ho appreso, e in seguito affinato, i primi rudimenti di progressione su roccia, dato che l'ultima parte della passeggiata ospita da tempo immemorabile una "palestra" di arrampicata alpinistica, anzi LA palestra per antonomasia per i rocciatori locali, a disposizione (del tutto gratuitamente e liberamente) a tutti gli appassionati e praticanti, ai vari livelli, di questa disciplina. È uno dei rari luoghi al mondo in cui si può provare l'emozione di una arrampicata su roccia esposta alla vista del mare.

In questo terzo capitolo della raccolta comunque cerco di esprimere le sensazioni più antiche, quelle dell'infanzia appunto, sperando di comunicare, a chi avrà la bontà e la pazienza di leggere, l'atmosfera formativa e magica di quei miei primi anni. Mi sento sempre immensamente fortunata, anzi privilegiata ad aver potuto vivere la mia stagione evolutiva a contatto con luoghi così carichi di bellezza e di umile ma affascinante naturalità.

Con amore
M.P.










Epifanie e Cosmogonie

3


Sul crinale
(Strada Napoleonica)



M'accucciavo a contemplare
sul crinale del marciapiede
di cemento le velenose
file nero-arancio delle
processionarie, vermesse dignitose,
tutte intente alle loro faccende
religiose, del tutto ignare, pare,
di essere osservate o di rischiare
di essere schiacciate con ribrezzo.

Ero così piccina, inconsistente,
gracile come una pagliuzza,
e i miei occhi, gli occhi scuri
e vasti di una bimba,
a pochi centimetri dal suolo
scoprivano un nuovo mondo
di minuscola rutilante vita,
ancor più piccola, più indifesa
e più fragile della mia.

Curioso era che su quella strada
bianca che costeggiava
tra il calcare e la pineta,
là dove lo strapiombo era tale
a tratti, da parere di volare
liberi sopra il mare, trecento metri
più in basso, io mi attardassi
tra quei sassi, a contemplare
quel microcosmo multicolore.

Forse era che mi sentivo
parte del loro mondo, tant'ero
e più ancora mi sentivo minimale,
un mondo governato dalle cicale
che assordavano attaccate
al loro tronco, un mondo
ch'era il regno delle cetonie aurate
dalle regali livree di metallo
iridescente, un mondo d'incanto

dove fremevano nel sole
le elitre d'argento delle libellule,
dove danzavano sopra le radure
le ali vellutate delle vanesse,
dove le mantidi attendevano le prede
con quella loro sinistra eleganza,
dove i ragni, crociati in bianco o rosso
sopra il dorso, trotterellavano
tra gli sfasciumi del sottobosco:

in cerca forse d'un sito buono
a edificare il loro nido letale.
Non ho mai scordato
il tocco lieve, adesivo, sopra il palmo
della mano d'una piccola locusta
che vi s'aggrappa, distratta,
e poi lo scatto secco del suo balzo
per riguadagnare il sicuro folto
del suo prato. Così ero

in quella compagnia meno sola,
mi sentivo come parte
di quella fauna schiva e austera,
anch'io segreta, anch'io nascosta,
anch'io minuscola di fronte a un mondo
così immenso da essere un enigma
da spavento per la mia verde mente,
anch'io così nulla
da poter essere schiacciata in un istante.


Marianna Piani
Milano, 29 Giugno 2015

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mercoledì 17 febbraio 2016

Canzone di folle amore



Amiche care, amici,

ecco l'ultimo e più intimo ricordo della mia avventura irlandese della scorsa Estate, di cui vi avevo accennato la scorsa settimana.
Qui non parlo di luoghi, o di paesaggi, ma mi abbandono direttamente e scopertamente a una dichiarazione/confessione d'amore.
Non credo sia necessario in questo caso che mi soffermi troppo in introduzioni o spiegazioni. Del resto l'argomento è ancora per me palpitante di emozione e desiderio, preferisco lasciar parlare i versi, affidandoli, se lo vorrete, alla vostra consueta benevolenza.

Amiche dilette, amici, grazie per essermi sempre accanto con tanto affetto e simpatia.

Con amore

M.P.





Canzone di folle amore


Dio, quanto vorrei che tu fossi qui,
che mi stringessi la mano
forte, forte fino a darmi dolore,
impaurita da quest'amore folle
che non t'aspettavi fosse
così improvviso, così travolgente,
così altro da ciò che t'aspettavi.

Dimmi, mia cara, non fantasticavi
un tempo di tuoi amori culminanti
in candidi vesti nuziali,
e poi di famiglia, di figli,
di una nuova vergine casa?
Non sognavi forse per te l'ammirato
sguardo del mondo attorno?

Ora l'amore ha trovato la sua strada
fino a te, travolgente, del tutto amorale.
Del tutto diverso da ogni tuo sogno,
eppure così vero e certo
da non darti altra scelta.
Vorresti fuggire, ma al destino
non v'è modo: l'amore
e la passione sono crudi tiranni.

Ebbene, è semplice come il respiro,
tenero amore mio
trepidante come un fringuello:
tu ami, come è giusto, chi t'ama
più della luce dei suoi occhi,
chi per te morrebbe senza esitare,
chi per un bacio tuo sopra le labbra
ucciderebbe, o brucerebbe.

Non l'avresti voluto, dici quasi
piangendo: mai, mai avresti voluto
amare così, colpevole amore
esploso da ciò che di te ignoravi.
Io intanto discendo piano
su di te, e piano, a fondo
con le labbra esploro il tuo intimo mondo.

Tu piangi e sei colma di gioia,
e di terrore, ancora:
non sapevi, non volevi,
non t'aspettavi, ma è questa creatura
colei che qui ti darà
tutta sé stessa, che dentro di te
ti rivelerà il paradiso.

Tu sei ciò che sei,
e sei l'amore mio!



Marianna Piani
Milano, 23 Luglio 2015

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sabato 13 febbraio 2016

Epifanie e Cosmogonie - 2



Amiche care, amici,

come promesso, ecco la seconda "stazione" della raccolta dedicata alle mie "radici", piantate in luoghi e momenti che cerco di restituire qui immagini e parole.


Il Colle di SanVito è il luogo dove ho vissuto tutta la mia infanzia. Si tratta di un quartiere un poco ai margini della Trieste più nota, quella centrale stretta attorno al colle di San Giusto, collocato nel quadrante sud-est della città, davanti alla baia di Muggia e con le prime propaggini istriane ben visibili dai piani più alti delle abitazioni, com'era la mia.

Una zona non molto affollata (specialmente a quei tempi) con molte aree verdi a giardino o piccolo parco. I giardini più vicini a casa (Piazzale Rosmini) dove più spesso mamma mi portava a giocare sono stati soggetto di alcune mie cosette, in passato. Il più vasto e strutturato parco di Sant'Andrea era una meta per me meno frequente, nel corso dell'anno, ma diveniva la preferita in estate (nei periodi per la verità non lunghi in cui eravamo in città piuttosto che in vacanza al mare oppure in montagna).
Inoltre, questi giardini sono forse la memoria personale più antica e remota, in quanto li ho frequentati di più nella primissima infanzia. Ho foto che mi ritraggono ancora nel passeggino, sopra lo sfondo di quegli alberi secolari e di quella passeggiata quieta, sotto il sole mite primaverile, o negli ultimi tepori dell'autunno. A anche quando la bora - in una giornata chiara- indugiava a zufolare tra i rami anchilosati di quei platani e di quei castagni centenari.

Per voi, amiche dilette e amici, questa mia foto d'album, in bianco e nero, se vorrete darci un'occhiata. Immaginatemi bambina, alta un metro, o forse meno, con un vestitino rosa e bianco, e nastrini tra i capelli. E già voglia di fuggire...

Con amore, vostra

M.P.




Passeggio Sant'Andrea, Trieste - Il piazzale




Epifanie e Cosmogonie


2

Giardini di Sant'Andrea



La balaustra in pietra del piazzale
che guarda verso lo scalo, ha colonnine
tutte eguali, in forma di bottiglia
appena un poco ingentilite
da un ghiribizzo in alto dove
poggia la trave orizzontale.

Dio quant'ero io piccina, allora,
se a pena giungevo al parapetto,
se quelle colonnette erano alte
solo poco meno di me stessa,
se i miei occhi erano grandi
come ciottoli d'ardesia!

Non vista, m'infilavo nell'interstizio
tra due colonne (un giorno scoprii
che una di esse pencolava,
e si scostava se la spingevo)
e mi perdevo a guardare
oltre il limite della strada.

V'era qualcosa che mi attirava
in quell'oltre, di là dalla scarpata
guarnita di trifoglio, un qualcosa
al di là della ferrovia,
oltrepassate con un solo balzo
le gru e le cataste dei container,

oltre la scia d'argento dei battelli,
oltre il profilo nero della costa,
oltre le nubi quasi magenta
all'orizzonte, oltre il mondo certo

verso l'incerto, oltre le rotte ultime
dei gabbiani, oltre, oltre il cuore.

Era quell'inconfondibile sapore
d'aria libera, spazio aperto.



Marianna Piani
Milano, 23 Giugno 2015

mercoledì 10 febbraio 2016

West Cork


Beyond my window, the Ocean


Amiche care e amici

oggi riprendo un racconto interrotto, ora è poco più di  una settimana…

Quest'estate ebbi l'occasione di compiere un breve viaggio di lavoro in Irlanda. Fui a Dublino, ovviamente, dov'erano localizzate le attività che mi riguardavano professionalmente, ma ebbi la ventura di essere ospitata per tutto il periodo nella zona di sud-ovest dell'Isola, nella zona di Cork. Mi spostavo in macchina (una utilitaria a noleggio) per raggiungere il lavoro, rischiando a ogni curva l'osso del collo per via della curiosa abitudine che hanno lassù di guidare sempre "contromano"…

Mi innamorai all'istante di questa terra (compresa la bizzarria della guida all'altro lato), del suo territorio così poco antropizzato, dei suoi villaggi dai colori vividi e intensi, del suo sole improvviso e delicato, ma nitidissimo, e delle sue piogge fine fine, insistenti come il rondò di una canzone popolare, gentili.

E... sì: mi innamorai di una ragazza del posto, musicista (tanto per cambiare: ma cosa mi fanno, a me, le musiciste? Forse perché mamma lo era), bellissima, emozionante, talmente colma di vita e di sorriso da illuminare da sola la giornata, da parere che fosse proprio lei, al mattino, affacciandosi alla finestra nell'aria gelida, ad infiammare il sole.
Furono giorni in cui, confesso, lavorai assai poco, scrissi ancor meno, mi lasciai semplicemente imbibire di quell'atmosfera innocente, di quella umidità sensuale, di quegli odori, di quei paesaggi vertiginosi, e, la notte, bruciare nel calore - tanto rovente da piagare la pelle - di quegli abbracci.
Il resto... è un segreto mio.

Ripartire poi mi parve impossibile, mi sentivo pronta a lasciare tutto, proprio tutto, davvero, e solo allora sentii il gravame dei miei quarantadue anni: vent'anni prima non sarei davvero mai, mai ripartita!

Rientrata in Italia, piansi (piansi parecchio già a bordo dell'aereo; per la prima volta non sentii nemmeno la paura tanto ero fuori di me) e, insomma, malinconicamente ripresi la vita di sempre, trascinata come un sacco svuotato dalle mie pretese e pretenziose "responsabilità". Di tutto questo non mi rimase in mano nemmeno un oggetto, un frammento, un ninnolo concreto, soltanto il ricordo, così fiammante da essere intollerabile da osservare direttamente, così com'è intollerabile fissare direttamente il disco del sole; e pochi, pochissimi versi, appunti, scritti di foga, molti di essi troppo intimi ed espliciti per essere pubblicati, altri troppo sgangherati e stazzonati dalla passione ancora vicina e viva (quante volte ho detto che la scrittura non può venire direttamente dall'esperienza di un'emozione, poiché in quel caso è solo sfogo, tale e quale un pianto dirotto: non c'é arte, nel pianto. Può commuovere, non comunicare, non convincere).

Questa che segue, la precedente già pubblicata il 30 Gennaio, e la successiva che pubblicherò probabilmente la prossima settimana, sono le uniche tracce di questa storia degne di essere condivise con voi, nella consuetudine della quieta amicizia qui stretta tra questa donna che scrive e voi che la leggete.
Il componimento in sé non parla d'amore, anche se ne è tutto venato e percorso, è piuttosto un tentativo di pittura di "paesaggio", una delle mie passioni come sapete, e spero vi possa restituire almeno in parte le sensazioni - più che le immagini - che mi hanno commosso e travolto nel corso di quei giorni (giorni incantati, magiche notti).

Amiche dilette, amici cari, grazie infinite, sempre, per la vostra preziosa presenza, che dà un senso al mio lavoro.

Con amore

M.P.




Rainy day on the coast



West Cork


Ho dovuto dirmi più volte:
questo è l'Oceano,
che spumeggia e signoreggia
qui innanzi, senza confini,
con la sua voce da drago onnipossente;
non il mio minuscolo mare,
così familiare da non temerlo nemmeno
nelle sue subitanee tempeste,
intemperanze d'un bimbo col broncio.

I gabbiani, qui solenni creature del mito,
incrociano lenti sfiorando la costa,
facendo la spola tra quiete baie
e scogliere tormentate da venti
e marosi taglienti, senza sosta.
Il vento sibila tra le gramigne
e agita come un mare le felci
verdazzurre che si godono il sole
schivo di qui, solo per un istante.

La pioggia viene, va, e ritorna,
come una sposa riottosa,
appannando di poemi le brughiere
e ornando di gioielli lucenti
i grappoli di erica viola e pervinca;
le giovenche attendono, fissando
con dolce umida pazienza
le spume delle onde e i mulinelli
beffardi liberati dal maestrale.

No, non è il mio piccolo mare
con cui giocavo da bimba
inseguendo le risacche e i gorgoglii
tra le buche e i bordi taglienti
degli scogli, butterati dai molluschi,
resi rischiosi soltanto dai velli
di mucillagini e alghe infingarde.
Questo è l'Oceano Immenso,
dove i cuori e le anime son persi.

Questo è l'Oceano Ombroso
del mareggiare maestoso,
dei narrari e delle novelle
che mi hanno portato per anni
in cima al mondo, laddove
finisce l'atlante e nasce la pioggia:
proprio qui dove ora sono, e mi stringo
le braccia al seno, che ansima piano,
qui, sull'estremo bordo del sogno.



Marianna Piani
Glengarriff - Dublino - 20 Luglio 2015
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sabato 6 febbraio 2016

Epifanie e Cosmogonie - 1


Amiche care, amici,

inizio da oggi a pubblicare una nuova piccola "raccolta" di componimenti nati attorno a un unico tema, come lo sono state le mie precedenti (ve le ricordo: "Abbecedario", "Il Mare d'Inverno", "Cinque pezzi facili", "In Nomine" e "Il Tempo e lo Specchio")

Ho intitolato la raccolta "Epifanie e Cosmogonie", perché qui ho radunato una serie di componimenti, molto diversi tra loro a livello metrico e stilistico, scritti senza un ordine precostituito e in tempi e modi diversi, ma tutti accomunati dalla rivisitazione dei luoghi, delle sensazioni e dei pensieri dei miei primissimi anni di vita e di formazione, tutti trascorsi in famiglia e in una città un poco particolare ed emblematica, anche per motivi letterari ma non solo, che come molti di voi sanno è Trieste.

Si tratta di otto componimenti più un "Epilogo  provvisorio", che insieme rappresentano un mio personalissimo viaggio interiore, senza ambizioni icastiche o di oggettività, ma solo di semplice registrazione emotiva: potete considerarle, se volete, pagine sparse strappate da in ideale diario interiore, apparentemente sconnesse tra loro, ma in realtà tutte espressione della mia più intima esperienza di vita.
È negli anni dell'infanzia e della prima giovinezza, infatti, che si plasma l'individuo che poi saremo in età adulta, e le esperienze di quegli anni sono quanto di più fondamentale e fondativo per l'esperienza umana di ciascuno di noi.

La prima, che ora vi propongo qui di seguito a queste note, è una "canzone libera", molto descrittiva, che ritrae un luogo - a suo modo pieno di fascino e di mistero per me - molto vicino alla mia casa natale, un luogo che scorgevo praticamente dallafinestra di casa, e che era meta - quand'ero ancora sui miei dieci anni - di lunghe passeggiate solitarie e molto, molto riflessive. Ero una bimba piuttosto solitaria e meditabonda (lo sono ancora del resto) e spesso preferivo ai giochi con i coetanei queste fughe solitarie (che spesso spaventavano i miei poveri genitori: più volte ne ho ricavato punizioni piuttosto "esemplari") in cerca di una mia dimensione riservatissima e segreta. I lettori di nascita triestina (non basta conoscere la città come ospite o turista) sanno bene di che luogo si tratta.
Qui l'antica vocazione mercantile di questa città, basata sulle rotte mediterranee ed orientali, ha avuto une delle sue espressioni di insorgenza, crescita, e poi - già al tempo qui descritto - di decadenza e fine.

Ecco che comprenderete ora il titolo della raccolta, e la sua intenzione: si tratta di ricordi di rivelazioni e scoperte (Epifanie) e di formazione personale (Cosmogonie), in altre parole la evoluzione e la crescita di quella bimba avventurosa e un po' introversa che ora è la piccola donna bruna un po' fuori di testa che qui vi sta parlando.



È mia intenzione pubblicare da oggi in avanti una di queste liriche per settimana, alternandola con la "normale programmazione" (diciamo così) dei singoli componimenti slegati dalla raccolta, così anche da non rischiare annoiarvi con un discorso troppo tematico.

Per voi, amiche dilette e amici cari, nella speranza che vorrete seguirmi in questo piccolo viaggio dell'anima, come sempre tutto il mio amore.


M.P.




Epifanie e Cosmogonie


1

Scalo Legnami



Qui avvenne, accanto al Porto
che io venni al mondo,
proprio dove i gabbiani
fanno i loro nidi ciechi
in questi luoghi segreti
tra i fasciami delle navi
disalberate, le abbandonate
eliche degli scafi
in disarmo, le lamiere
colossali stranamente
imporporate di ossido di ferro,
e rosse ugualmente le catene
ammonticchiate nei recessi
dello scalo, e alcune
áncore giganti gettate
con noncuranza a rugginire
sulla banchina, per divenire
rifugio di gatti ossuti
irsuti di salsedine marina.

Su tutto quanto vegliava allora
la torre bianca con l'orologio
a ogni lato, prismatica architettura
come una veduta di Sironi,
e accanto il lustro astruso intrico
dei binari della ferrovia,
su cui giaceva la mandria scura
di decine, centinaia di vagoni
come morti, o pigramente
ruminanti in una savana
di rami e barre di metallo.
Già allora ogni sguardo,
ogni prospettiva pareva
senza via d'uscita, così deserta
d'umanità la rinfusa delle cose,
dismessa la volontà, il ricordo,
l'illusione della Storia
stratificata sopra i muri
di mattoni scabri,
di capannoni escavati
come esoscheletri di crostacei,
e le carcasse delle navi
lasciate languire nei bacini,
a sfidare perfino l'assurdo
d'un tempo senza moto
deprivato di destino.

. . .

(Eppure, c'è qualcosa nello sguardo
di chi nasce sulla riva, accosto
al porto, con le notti modulate
dal mormorio della risacca,
e dalle sirene scure dei battelli.
Quel tratto d'orizzonte fulgido
senza confine, né via tracciata,
solo puro spazio vuoto,
è colà, spalancato come un invito
a salpare, con la mente,
via per sempre.

Se pure non è rimasto
un solo marinaio, né in mare,
né a terra, a guardare
verso il largo con rimpianto,
chi nasce  qui salutato
dai gridi dei gabbiani
e dalla visione dei loro voli
che paiono tutti senza ritorno,
dentro il cuore suo
sarà per sempre un navigante,
argonauta ardito della sua mente.)



Marianna Piani
Nebbiuno, 21 Giugno 2015
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mercoledì 3 febbraio 2016

Arcipelaghi


Amiche care, amici...

dunque, sapete care e cari, ho vacato da tempo la soglia dei quaranta (anni, quarant'anni, non quarantamila Euro in banca, ahimè) e inizio a guardare persone, ragazzi e ragazze, più giovani di me, nel modo in cui ogni generazione osserva quella che viene subito dopo di lei.

Purtroppo io non ho figli, né mai li avrò, ma mi soffermo a volte a pensare che se avessi avuto la opportunità di portare a termine la mia prima sfortunata gravidanza, a quest'ora Alice, la mia bimba mai nata, sarebbe alle soglie dell'Università… È una sensazione strana, questa mia mancata maturità di donna, - quella maturità radicale e profonda che solo l'essere madre può dare - tuttavia questa condizione "sospesa" non mi impedisce di sentirmi a tutti gli effetti parte della mia età anagrafica. È vero che l'età è solo quella che uno sente dentro di sé, e io mi sento giovanissima beninteso, ma è vero anche che le ragazze e i ragazzi di vent'anni che si affacciano ora alla vita li osservo ormai con la coscienza che essi sono parte di un mondo nuovo, cui io posso assistere come amica, compagna di strada, anche sorella, ma non più appartenere
Quello che scorgo spesso in loro, e mi intenerisce e affascina indicibilmente, è l'immensa potenzialità con cui questi ragazzi si gettano nel mondo, prima, molto prima delle delusioni, delle storture, dei compromessi, delle ipocrisie che inevitabilmente, come tutti noi, sono destinati ad incontrare.
Anzi, più luminosa e alta è la loro purezza di aspettativa e generosità d'animo, più cocenti e dolorose saranno le delusioni nell'incontro/scontro con la "realtà" del mondo.
La possibilità poi per ciascuno di loro è la stessa che è stata offerta a noi al nostro tempo, ed è dipeso solo da noi se abbiamo saputo o meno avvalercene: quella di potere - e sapere - preservare dentro di sé più intatta possibile la forza dirompente della propria giovinezza, al di là e al di sopra di qualsiasi ostacolo, difficoltà, convenzione, aggressione da parte delle Forze Oscure della conservazione o della reazione. Non fraintendetemi, lo sto dicendo in senso morale, trascendente, non politico, contingente.
Nella capacità di ogni generazione di salvaguardare la propria carica di giovinezza è fondata la capacità di innovazione, evoluzione, creatività, in ultima analisi della "felicità" della società che tale generazione è in grado di generare.

Per voi, amiche mie dilette e amici cari, queste riflessioni e questa composizione, un po' complessa e impegnativa, in tono vocativo più che intimo e lirico, scritta con il pensiero aperto al futuro, alle sue luci e alle sue ombre. Con speranza, innanzi tutto, credetemi.


E con amore.

M.P.




 
Arcipelaghi


Ebbene, scendete, ora,
scendete, vi esorto, scendete
il sentiero che dal monte
conduce al piano, la via
della vostra salvezza,
dal gelo alla luce, dalla scissione
all'interezza, e poi
trovate il percorso più sano
che dalla luce conduca
al mare, quel mare franco
cui tendono tutte le nostre
più tenere vive speranze.

Io vi seguirò, da lontano,
seguirò l'arco del vostro andare,
non per altro, per osservare,
e poi per intonare
qualche forma di canto
che vi possa trovare
giovani come eravate a partire,
così illusi, confusi, illuminati,
le menti, come gli sguardi,
spalancate, appagate, illimitate,
le mani aggrappate alle mani
dei vostri più teneri amori

appena sorti all'orizzonte
e già così densi, intensi, violenti,
così venati di vita e di sensi
e a volte di morte
come gli uragani
sugli arcipelaghi in fiamme
dei nostri desideri immolati
alle speranze di questa perduta
generazione - ancora senza voce.
Verrò, avanti a voi, dietro di voi,
sarò con voi, non parte di voi,
ma sarò il vostro sguardo,

e sarò la vostra voce.
Precoce, lascerò il mattino
cogliere il frutto delle piogge
lasciate sopra i prati, i declivi,
i terreni appena arati, come
un dono prezioso, dalla notte.
E narrerò dei rivoli limpidi
o dei torbidi stagni,
delle mobili argille
o dei duri sentieri accidentati
scavati dalle acque in fuga
verso valle, perennemente.

E quando chiuderemo il ciclo
e saremo sul bordo estremo
della riva, e il mare, questo
nostro dolce vasto mare,
ci dirà di essere pronto
ad accoglierci nel suo materno
generoso seno per il viaggio,
allora, allora sappiate
che mi unirò a voi, finalmente,
e il mio canto sarà così
il vostro canto; e la vostra bellezza,
sarà quella la mia salvezza.



Marianna Piani
Milano, 27 Giugno 2015
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