«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 26 settembre 2015

Un graffio


Amiche care, amici,

non commenterò oggi questa mia piccola composizione, desidero lasciarla alla vostra libera lettura, se vorrete: una meditazione sulla fragilità e la irripetibilità della vita.
Irripetibilità: per questo ogni vita lascia di sé una traccia tenue, ma indelebile, forse perenne, nel tempo.

Per voi, amiche dilette e amici, come di consueto, con amore.

M.P.





Un graffio


Non è che un graffio nel tempo
questa mia vita di cenere e fiamma,
un breve graffio, non sanguina neanche,
s'imporpora appena, lungo il margine
slabbrato dal rigore del ramo
spezzato che l'ha appena tracciato.

Ma è una ferita, se pur lieve,
com'è lieve e senza traccia
la mia rotta qui, a pelo d'acqua,
sopra un mare ora quieto
come uno stagno dietro il canneto;
come il volo svelto, sincopato,

di un'effimera dalle vesti cangianti;
senza traccia, salvo soltanto
qualche lieve increspatura sulle onde
di tanto in tanto, quando frullano
l'ali a un fiato dalla superficie
prima di schizzare verso il cielo.

È pur sempre un ferita
sulla cute del tempo
questa mia minima vita,
pur sempre nel tempo forse di sé
lascerà una cicatrice fine fine,
giusto una breve pallida vena.

E io ripenserò d'essere insetto
in libero volo appena appena
sopra lo specchio d'acqua, sopra il rischio
di affogare ingoiata da un'onda,

destinata così a restare in volo,
dopo morta, in perenne

custodita in una goccia d'ambra
dorata, traslucente.



Marianna Piani
Trieste, 12 Aprile 2015

mercoledì 23 settembre 2015

Fecondi sedimenti


Amiche care, amici,

ho composto questa cosetta, come si evince dalla data in calce, proprio all'inizio della scorsa Primavera, quando la mia cronica depressione iniziava a contrastare e stridere vivamente con la luce e i colori della natura in risveglio, con l'atmosfera che iniziava ad intiepidirsi, con l'eccitazione della rinascita, la sensualità della pelle che ritrovava il contatto diretto con gli elementi, la fecondità che si iniziava a percepire nell'aria.
La volontà di accogliere quell'atmosfera, quella corrente, di lasciare che purificasse le scorie del mio intelletto, della mia anima, è questo ciò che ho tentato di esprimere, cercando un linguaggio piano, una struttura lineare, inserendo nella partitura volutamente anche il suono della rima forse più "consumata" e logora della nostra prosodia, isolandola dal resto per farla luccicare, come un brillantino da bigiotteria - senza valore, ma capace di dar viva luce: a volte ciò che conta è la luce, non la materia che la produce, o che semplicemente la riflette.


In questa giornata d'autunno precoce qui a Milano, condivido con voi questi miei pensieri, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.





Fecondi Sedimenti

 

Grido, verso la valle, forte,
e quella mi restituisce in un'eco
forte la voce, e il suono
modulato del vento
che mi accompagna fino qui
in vetta quasi al mondo:

chiamo, richiamo a raccolta
tutta la vita che mi rimane,
e quella che ho consumato
in questi anni agri e belli
senza neppur sapere che fossero
i più belli - e fiammanti - a me concessi.

Chiamo a me tutta la vita
che riempie i miei sogni,
le insensate utopie,
le fantasie, le follie, i dolori
impotenti, le mille illusioni
subito deluse.

Chiamo la vita, la chiamo tutta
a raccolta, affinché
colmi l'invaso, e poi tracimi,
e si riversi turbinando
nei letti dei torrenti,
e una volta fattasi fiumana

fecondi quest'isterilita valle
con il deposito grigio
e greve dei suoi sedimenti,
così che il verde delle gramigne,
il giallo delle corolle, il viola,
il blu intenso, il color miele

delle distese di mais e di grano,
trionfino ancora sul tedio e il dolore,
in questi giorni colmi
di canto, di semina, di labbra
schiuse, di richiami d'usignoli,
del suggere vorace come un'ape

il nettare del fiore 
del mio amore.

. . .



Certo mi ripugna ora
anche solo rammentare, o figurare
l'ombra e il gelo invernale:
è tempo di vita, questo, che ribolle
e pullula nel mondo, se pur sempre

la morte nidifica il mio cuore.



Marianna Piani
Trieste, 12 Aprile 2015

sabato 19 settembre 2015

Il Diavolo sul lungolago


Amiche care, amici,

incontro spesso i miei demoni sapete, anzi sono proprio reduce recente da uno di questi meeting poco desiderabili e assai poco raccomandabili...
Ma non è questo ciò di cui narro in questa mia composizione, un po' surreale in apparenza, ma non così tanto in realtà.

Il Diavolo, che qui poi rappresenta anche Dio, davvero si è seduto quel giorno accanto a me per fare il punto della situazione? Certo era una di quelle serate, sul lungolago di cui parlo (Lago Maggiore), che sembrano fatte apposta per questo genere di incontri. Poco prima si era scatenato un temporale, uno dei tipici temporali di quei luoghi, breve e violento come uno scoppio di rabbia, che ora stava esaurendosi con ultimi bagliori all'orizzonte, verso nordest. La luce era strana, cupa, densa. Non era notte, ma neppure giorno, tutto pareva sospeso in un'atmosfera elettrica, violacea. Che ci sarebbe stato di strano allora se il Demonio, dal momento che aveva qualcosa da dirmi, si fosse davvero accomodato accanto a me su quella panchina di pietra, ancora umida di pioggia?

Vi lascio a questo raccontino, tra il serio e il faceto: il peccato di cui si parla qui è la superbia. Scrivere è un atto di aperta insubordinazione a Dio.

Per voi, amiche dilette e amici, con amore.

M.P.


(PS - Per parafrasare la classica didascalia di fine film: "ogni riferimento a Pavese, Bacchelli e Dostoyevsky è puramente casuale"... O forse no...)





Il Diavolo sul lungolago


Il Diavolo sedette accanto a me
su una panchina sul lungolago,
due passi dalla riva e dalla scia
del piroscafo che la lambiva.

Piccoli germani verdescreziati
incrociavano pigri quelle onde,
con tranquillità indolente e spasso;
e così io vidi specchiarsi, colui,

inatteso, nell'acque offuscate
dal recente fortunale: guardava
le mie spalle nude, senza intenzione,
anzi, senza quasi un'espressione.


«Donna» disse, senza mutare sguardo

«io non sono qui per chieder conto
dei tuoi peccati» e io seppi, mentre
lo diceva, ch'era ciò cui s'accingeva.

Lo volli dunque anticipare, presi fiato:
«Mi lasciai lusingare dalla bellezza,
in ogni sua forma e aspetto: se questo
è il peccato di corruzione d'anima e di mente

che m'è ascritto, è Dio il più grande
dei corruttori, che ci lusinga con un creato
così denso di bellezza da non lasciarci
altra scelta che d'adorarlo in toto.»

Egli non si mosse, non profferì parola,
Solo, volse il capo verso i germani
che sciacquettavano lì accanto,
tormentandosi a lungo il mento glabro

con la mano «Non è questo, donna,
il tuo peccato - disse infine - e neppure
di sapere eccitare impure brame,
né di cercare oblio nell'amor carnale.

E non è la vanità, che t'adorna il capo
di rose bianche, e di sete i fianchi, e i piedi
di lacciuoli argentati, e le mani
di giada e smalti, e di porpora le labbra.

Non è neppure il femminile orgoglio
che ti spinge a procedere sulla tua strada
senza curarti di chi ti osserva, o ti ammira,
o ti detesta per la tua manifesta

libertà d'essere te stessa: non è questo
il tuo peccato, quello che pende
sulla tua anima come una spada
della condanna, della tua rovina.

Il tuo peccato è l'ardimento
di rubare parole al Dio del vento,
e con quelle osare di ricreare
da te sola vita, sfidando il Tempo.»

Così disse, e poi accigliato tacque.
Io rimasi a lungo pensosa, immota,
mentre il fiume disegnava volute
 
pigre nel fondovalle, separando

i prati e i poderi, e le rade case.
Colui svanì verso la parrocchiale.
Levai il blocco bordò dalla borsetta
e con voluttà scrissi, senza fretta.


Marianna Piani
Trieste, 7 Aprile 2015

mercoledì 16 settembre 2015

Nel guscio


Amiche care, amici

dopo una non brevissima interruzione, dovuta a motivi di salute, riprendo questo mio appuntamento con voi, cui tengo moltissimo. Perdonatemi questo mio imprevisto black out. Spero di ritrovarvi tutti qui, mi siete mancati immensamente, tutti, credetemi!

E riprendo con grazia, spero, proponendo un componimento lieve, trasparente, nell'intenzione, come un acquerello.
Chi per lavoro o per diletto conosce questa tecnica pittorica, sa quanto sia difficile da padroneggiare, e sa come, quando si riesce a farlo, questa sia forse la tecnica pittorica con cui meglio si riesce a rappresentare la luce, l'ariosità, la vibrazione atmosferica di un paesaggio naturale. La cosa più interessante ed intrigante è come il supporto, il cartoncino, con la sua tessitura, sia parte integrante di questa rappresentazione, grazie alla trasparenza intrinseca di questi colori, di queste stesure, estremamente fluide. La sensazione è davvero quella di dipingere con l'acqua stessa, elemento naturale per eccellenza, e tutta l'abilità sta nel governare e dominare questo elemento sfuggente, elusivo, le sue colature, le sue velature, le sue perfusioni imprevedibili.

Scrivere in leggerezza, come qui mi sono proposta di fare, non è diverso. Anche qui conta il trasparire tra le parole degli spazi, dei vuoti, dei respiri, del non detto, del non scritto, anche qui la narrazione è liquida, fluida, sfuggente, e le parole rimangono come appese, impigliate al telaio metrico, volutamente esile, appena accennato, come in filigrana.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, se lo vorrete, come sempre, con amore.

M.P.






Nel guscio


Mi prendi, m'accogli.
Giovane ala della brezza
che discende dal monte
portando innocente frescura
alla opaca pianura.

Mi stringi, mi cogli.
Come fa il fiume in piena
precipitando dai dirupi
prima di annichilirsi
in una polla cerulea di cielo.

Mi parli, m'ascolti.
Viva chioma d'acero
e d'olmo, che mi sussurra
all'orecchio parole grate
e il carezzevole canto

di migliaia di foglie dorate:
i campi, le alture intorno
risuonano come armoniche arpe
intonate con grazia
dagli effluvi d'estate.

Mi vedi, mi accechi.
Splendore senza fine del mare,
che infiamma al tramonto
l'orizzonte in uno smisurato
lampeggiante anfiteatro di stelle.

Mi chiami, mi confondi.
Il chiaro verdeggiare
degli sguardi che mi sai donare,
verdi come quei teneri prati
in cui a piedi nudi mi sperdo.

Mi abbracci, mi lasci.
Così come fa il sole d'estate,
a ogni piega della sera,
a ogni ritorno d'autunno,
a ogni nube severa

che adombra il riposo.
Per ogni creatura che al tramonto
serra le labbra, abbassa
lo sguardo, s'avvolge
come mallo nel guscio,

e, ignuda, serena,
si concede al sonno,
o all'amore, o al morire.



Marianna Piani
Milano, 29 Marzo 2015

mercoledì 2 settembre 2015

Camicia bluette


Amiche care, amici,

vi propongo un'altra canzonetta lieve, che parla di abiti, d'amore, di un appuntamento, della primavera incipiente e di una ragazza innamorata, non si sa se più della primavera, del suo amore che la attende, o della vita stessa.

Indossa un abito leggero, vaporoso (amici cari, pochi di voi maschi possono comprendere l'intenso piacere, un vero e proprio piacere fisico, che una donna prova nell'indossare un abito scelto con amore e immaginazione!), incarnando in sé tutta la dolcezza primaverile, ed esce libera nel mondo.
Sono io un tempo? Sono io oggi? È un ricordo? Un'immagine mentale?

Non importa, in realtà: è solo una canzone, e una canzone è sempre un mondo a sé.

Non commento oltre, non appesantisco di parole questa cosetta, cerco di lasciarne intatta la leggerezza, la affido alla vostra affettuosa lettura, se lo vorrete.
Amiche dilette e amici, per voi, come sempre, con amore

M.P.






Camicia bluette


1

 
Ho indossato una camicina bluette
con bianchi graziosi pallini, socchiusa
sul seno a lasciare adocchiare
l'orlo del pizzo che m'adorna la pelle.

Quella gonna bianca al ginocchio
che tanto amo, a larghe pieghe,
stretta sul fianco quel tanto
da farmi sentire sicura, e ancora

ai piedi quei sandali - bianchi anch'essi -
appena acquistati, alti abbastanza,
allacciati da un cinturino sottile
alla caviglia, da segnarne le carni.

Una borsa sformata color cammello,
due gioie al polso e alle orecchie,
per luccicare di gioia all'incontro.
Niente orologio, non voglio sapere

il tempo che manca ancora all'arrivo,
né quello che ho trascorso sognando
e fantasticando le nostre notti,
e nemmeno il tempo che coglieremo per noi.


2

 
Ma ora esci Marianna, piccola donna,
in questo sole che già sa d'Aprile,
lasciati inondare di luce e di sguardi,
e una brezza impaziente ti sfidi,

ti sfiori le gambe, rendendoti audace,
e ti spinga sulla via affollata
come fa il maestrale con il veliero:
il candore della veste si slarghi

come una vela, e respiri con te,
respiri di liberi mari, liberi
cieli, e albe, e tramonti, e profumi
di monti, e poggi fioriti di viole.

E per un istante, oh, solo un istante,
dimentica chi t'attende, chi per te
è tutta la vita, chi per te è capace
di bloccare il tempo tra le sue braccia.

Ora, in quest'unico istante, raccogli
ciò ch'è di te, tra le pieghe vivaci
della tua gonna, e la pelle pulsante
contro la seta di questa camicia bluette.



Marianna Piani
Milano, 25 Marzo 2015