«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 29 luglio 2015

Penelope


Amiche care, amici,

in questa composizione mi sono concessa un piccolo espediente retorico, mi sono rivestita del Mito, come in un dramma a Teatro, per dare voce a un mio acuto, doloroso sentimento di assenza.
Nella mia storia personale ho subito molti, troppi distacchi, e perdite, e molte, troppe assenze. Per tutti noi un distacco, una perdita, un abbandono, quando sono definitivi, di una persona davvero cara, è sempre un dolore, uno strappo dell'anima, che non infrequentemente non si riesce a ricucire in alcun modo, nemmeno rifugiandosi nella memoria, o all'opposto nell'oblio.
Per me il distacco, l'allontanamento definitivo, di chi amo è ormai divenuto intollerabile, oltre il limite del patologico. Non riesco più ad affrontare una perdita, nemmeno quella più veniale e consueta, ad esempio l'abbandono o il tradimento di un amica, di una sorella, o - come nel caso narrato nella mia composizione - di un'amante, non dico con equilibrio - e meno ancora con distacco - ma nemmeno con un "normale" sconforto. I tanti abbandoni della mia vita pesano, si accumulano, mi schiacciano, e quando la situazione, com'è normale del resto, purtroppo si ripresenta, io mi sento precipitare in un abisso di disperazione, di prostrazione fisica e mentale, che non di rado richiede un intervento medico, anche pesante.

Il mito di Penelope - tessitrice di speranza - è proprio quello di non sapere né volere accettare l'evidenza dell'assenza, ma il rimanere pervicacemente, irrazionalmente, a volte follemente aggrappata a un - spesso impossibile - mitico "ritorno".
Giorno per giorno ci si reca in riva al mare, in attesa di vedere all'orizzonte la sagoma di un battello, e quando finalmente la si scorge, il cuore sale in gola per l'ansia di vedere confermata la propria speranza. E quando la realtà demolisce implacabilmente l'illusione, dopo un nuovo ingorgo di sconforto, ci si aggrappa disperate al domani, quando saremo ancora lì, sulla riva, in attesa, come sempre.
Sentimento storicamente femminile questo rifiuto dell'assenza, come il rimpianto, la nostalgia, il nutrire giorno per giorno la pianta dell'amore semplicemente con la pioggia delle proprie lacrime. Quante donne in attesa, a volte per anni, a volte per sempre, dei loro uomini dispersi in guerra, quante donne, più semplicemente, in attesa di amanti infedeli, o bugiardi, o fuggitivi. Ed è alle donne che è affidata la cura, come dei vivi, anche dei morti, di coloro che ci abbandonano e non potranno mai tornare, basta entrare in un cimitero di paese per rendersene conto, per vedere chi cambia i fiori, chi tiene pulite le lapidi e i sacelli: in gran maggioranza, ancora, donne. Semplici donne, di tutte le età, di ogni estrazione sociale. E quei fiori, quel pulire, quel raccogliersi in preghiera, o in meditazione, è sempre l'espressione di una ostinata, incorruttibile, irragionevole speranza, nutrita dall'amore.

Per voi, amiche dilette e amici cari, queste mie riflessioni e questa "canzone libera" in nome dell'amore che non ammette l'assenza.

M.P.





Penelope


Queste le scale che conducono al porto,
questi i gradini di calce e di lava
sanguinanti di passi smarriti
e di rimpianti, e tradimenti,
questi i luoghi da cui t'ho visto partire,
questi dove attendo da sempre
ogni giorno un tuo ritorno, non importa
da quanto lontano, non importa
se i giorni e gli anni hanno scavato
tra noi solchi di sfiducia e di pianto,
che importa se il tuo volto è altro
da quello che un tempo m'ha amato!

Mi aggrapperò ai muschi tenaci
e agl'intonaci di questi muri spaccati
dall'urto dei venti e dei marosi
furiosi, e pianterò i piedi
su queste rocce taglienti,
contorte dal dolore d'esser frustate
dal gelo fiaccante e dal torrido sole,
e sarò roccia tra la roccia
ti attenderò salda di cuore e di mente,
senza arretrare d'un passo
incontro alle tempeste, alle burrasche,
e alle più mortali bonacce.

Attenderò il tuo battello,
lo stesso che t'ebbe rapito quel giorno
alla mia vista e al mio ardore, attenderò
il tuo aviogetto, il tuo motore dalla testata
cromata: attenderò il tuo arrivo
foss'anche mill'anni, e mille ancora,
attenderò di vederti alzare l'elmo
nero come l'elitre d'uno scarabeo,
e rivelare quel tuo sguardo incantato,
e liberare i lunghi capelli di rame
sulle spalle, e sul petto, e riudire
la voce del tuo canto, sereno.

Quanti sono gli amori
che m'han posseduto e quanti
quelli che ho consumato
senza passione e senza illusione
mentre tu eri distante; quanti letti
ho lasciato, ancora caldi, sgualciti
di notti sprecate, per tornare
a quel braccio di mare,
a fissare il deserto orizzonte
della mia vita, quante volte
ho bruciato e poi scritto e riscritto ancora
queste stesse accorate stanze.

Giungerai, e non sarai più ciò che eri,
eppure io ti riconoscerò, e travolta
d'illusione e passione, mi getterò ai tuoi piedi,
come ho sempre fatto.



Marianna Piani
Milano, 6 Febbraio 2015


sabato 25 luglio 2015

I ciliegi di Màlchina


Amiche care, amici,

Màlchina è una località proprio nel cuore del Carso Triestino, uno dei luoghi in cui d'estate la mia famiglia si recava per una cena all'aperto, assieme a qualche famiglia di amici, presso una delle indimenticabili trattorie del luogo.
Arrivavamo nel pomeriggio: in attesa dell'ora di cena gli adulti, mamme e papà, si sedevano al tavolo a conversare attorno a una bottiglia di Terrano, o una birretta, i ragazzi si scatenavano a giocare negli appezzamenti dietro la fattoria di cui il locale era parte.
Il mío ricordo più vivo però erano i ciliegi, trionfanti e carichi di frutti in quella stagione, su cui io adoravo arrampicarmi, trascurando la compagnia degli altri bambini che giocavano alla guerra (non era roba per me, in realtà) tra spinosi cespugli di more e nei campi di zucchine e pomodori.
Io ho sempre amato arrampicarmi, su qualunque cosa mi potesse portare lontana dalla superficie terrena, ogni sasso, roccia, albero o costruzione umana dismessa era una sfida per me, e come una gattina mi arrampicavo con l'agilità mirabile dell'età, indifferente al rischio di cadute, e agli strappi che rimediavo puntualmente ai vestitini, assai poco adatti a quell'esercizio (già allora disdegnavo i pantaloni, e adoravo le gonne, meglio se belle fru fru e delicate).
Il mio obbiettivo erano le ciliegie, di cui ero ghiotta, e che così colte dall'albero vi assicuro avevano un gusto impossibile da trovare al mercato, oppure il fatto in sé di allontanarmi dal suolo, e di vedere le cose, il mondo, da una prospettiva diversa? Oppure ancora era la sfida alle regole degli adulti, che mi avevano sempre interdetto quell'esercizio, sia per il rischio in sé sia per il fatto che gli agricoltori cui il campo apparteneva non gradivano affatto quel sia pur piccolo saccheggio?
Non saprei dire. Più avanti mi sarei dedicata per un po' alla arrampicata su roccia, e qui so che la motivazione primaria era la gioia dell'elevarsi, corpo e spirito, e la sfida con i propri limiti umani. Ma qui, su questi ciliegi generosi e pazienti, all'età di dieci anni, nulla era definito, o meglio, tutto era parte del magma della mia vita, erratica, minuscola, incosciente bimba dai capelli neri e arruffati…

Per voi, amiche dilette e amici cari, questo quadretto, libero e lieve, con amore

M.P.






I ciliegi di Màlchina


Salivo i ciliegi a piedi nudi,
avevo dieci anni, e uno strillo
caldo di vita nel corpo minuto
come quello d'un magro fringuello.

Sfidavo le cortecce rugose
che sbucciavano - talora a sangue -
la pelle, che a quel tempo era
una finissima seta.

E sfidavo l'altezza, che più alto
il cimento, più dolci erano i frutti,
e i fragili rami sfidavo, malcerti,
a un soffio dal cedere in schianto.

E sfidavo le vespe - attratte
da quelle purpuree dolcezze -
a titillarmi le mani e il viso;
e i merli sfidavo, liberi briganti

come me intenti a rubare tesori
dai rami riottosi; e i ragni adirati
che fuggivano incespicando
nella fine peluria delle mie braccia.

Non so se più mi attirava
a quell'avventure il bottino
succoso di maggio, oppure
via da terra, lieve, fuggire.

E di lassù spaziare la piana,
i frutteti e le vigne e le radure
che segnano il confine
della frontiera, e le pigre colline

svolate dai merli e dalle gazze
della cui libertà sconfinata
mi sentivo ora parte, il cui segreto
linguaggio mi figuravo carpire.

Allora, illuminata da un sorriso
che fugava il broncio mio usuale,
a mo' d'amuleto appendevo
due coppie di ciliegie alle orecchie

deliziosi fiammanti pendenti
gioielli d'infanzia beata.



Marianna Piani
Milano, 2 Febbraio 2015
(Alla bellissima e carissima Paola
che in questi luoghi - felice lei - è cresciuta)


mercoledì 22 luglio 2015

Dolci, appartate


Amiche cari, amici,

Il titolo è volutamente sghembo, perché qui provo a ritrarre il piccolo cimitero del mio paese, nelle vicinanze del Lago Maggiore...

Vi parrà strano, o almeno un poco bizzarro, ma io lo visito con una qualche frequenza, nei periodi in cui sono ospite della casa della mia ex mancata suocera, che è anche il mio luogo d'elezione per quando ho bisogno di sollevarmi dall'oppressione dei miei spettri e ossessioni.
Non so com'è, ma quando sono in quei luoghi le mie angosce, le manie depressive che mi schiacciano e devastano in città, svaniscono come nebbia al mattino, o almeno si attenuano di molto.
In quel piccolo camposanto, così tipico delle zone rurali e di collina, sono sepolti i nonni e bisnonni del mio ex compagno, e per questo a suo teempo lo conobbi ed ebbi modo di frequentarlo sporadicamente. Il luogo è così distante dal concetto che ognuno di noi può avere di un luogo come quello, lugubre e offuscato dell'ombra della morte, ed è invece così pervaso di quel senso di serenità e limpidezza che proprio un luogo così, dedicato essenzialmente alla memoria, dovrebbe avere, che per me sempre rimane una meta delle mie passeggiate e delle mie riflessioni, piacevole per il silenzio e la concentrazione d'animo che vi si può trovare.

Condivido ora con voi amiche dilette e amici quest'altro piccolo quadro d'ambiente e di pensiero.
Con amore

M.P.





Dolci, appartate


Dolci, appartate sono le case dei morti
nel camposanto raccolto, come un nido
dopo il viale di cipressi - duecento metri
di composto dolore - qui a Nebbiuno.

Dicono che scriverne così, in versi,
sia banale, ma ditelo a quei morti,
a quelle anime pie, a quelle anziane
che si chinano sulle steli, curve di memorie.

Ditelo a quelle presenze, senza corpo,
che popolano le lapidi di nomi
e di date, e soprattutto le date, segni
del tempo, sublimi e concreti come le pietre.

Ogni coppia di date dice una vita,
accanto a un nome, a volte, di rado,
lunga, a volte breve, a volte
troppo, troppo disperatamente breve.

Sopra, una volta di cielo s'inarca
come un abbraccio materno,
tutto attorno le colline spossate
in un tripudio di verde, e le case:

allacciate una all'altra, le case dei vivi,
a formare il paese, il borgo, intorno
alla grigia torre della Parrocchiale
che punta verso un cielo che lì pare

di poterlo toccare: è l'antico
che rimane tale, in silenzio
innocente, nonostante le vetture
abbarbicate alle vie, come capre.

L'innocenza e la pietà sono tutte
in questo silenzio, che pare respirare
con il fiato del vento che gonfia
le chiome degli olmi come polmoni.

Io, perché non dirlo, invidio quei morti,
trapassati sereni, oppure nel dramma,
ma ora, e per sempre, acquietati
in quella dolcezza profonda, tra il bosco

e il sussurrare lontano del lago.



Marianna Piani
Milano, 1 Febbraio 2015

sabato 18 luglio 2015

La Rocca


Amiche care, amici,

Quasi a seguire idealmente il quadretto della volta scorsa, come in una piccola esposizione, dal Carso a quello che è il suo simbolo, per me personalmente, quella Rocca di Monrupino che già nel nome mi evoca le immagini aspre e severe ma nello stesso tempo dolcemente familiari di quel luogo, per me stranamente magico e leggendario.
Qui da bambina ho giocato rovinando i vestiti tra i rovi, nelle calde estati triestine, quando nei tardi pomeriggi per contrastare l'afa pesante del mare i miei ci portavano a cena sull'altopiano, dove l'aria era alleggerita dalla fresca brezza delle alture.

Condivido con voi, amiche dilette e amici, queste immagini lontane, con amore.

M.P.









La Rocca


Il cammino è breve, eppure è aspro.
Sotto un ripido gradone di pietra
una boscaglia di rovi s'intrica
e s'adunghia tenace alla pendice.

La rupe si muta ancora salendo
in una torre muraria, severa
e quadra come un cippo funerario
che sorveglia il vallone, così spoglio,

nobile e mesto. Due orbite incavate
nei laterizi del muro frontale
fissano al pari il pellegrino fedele
e il passante casuale, severamente.

Chi a quelle chiare pupille calcaree
non teme di impietrire all'istante,
è già pietra nel cuore; chi non prova
dolore a quell'abbagliante biancore,

chi non trepida almeno il passo
nel risalire quel sentiero di sassi,
chi non si ferma affannato a pregare
un suo dio o un'idea d'esso perfetta,

non è destinato a varcare il portale
di quercia venata di millenaria
storia, né potrà affacciarsi al muretto
disossato a guardare giù nella valle.

E così spaziare in quella purezza
d'aria e di salse fragranze d'un mare
che non si vede, celato da alture,
ma si sente - a pervadere i sensi.

Quella purezza è il vento del nordest
che sferza spietato la valle, a recarla.
È il dono che queste terre concedono solo

a chi le ami come io le amo, da sempre.



Marianna Piani
Milano, 30 gennaio 2015

mercoledì 15 luglio 2015

Aride terre


Amiche care, amici

ritorno qui a quello che è il mio "genere" preferito, il paesaggio, l'illustrazione d'ambiente, l'immagine impressa nella memoria e riportata in luce dalla traccia a matita o a pennello delle parole, i chiaroscuri e le sfumature che definiscono le forme, e le emozioni.
Per mestiere sono "illustratrice", tuttavia non mi applico molto al paesaggio, il mio lavoro è più centrato sulla figura, sul personaggio. Ma certo sono cresciuta con una sensibilità visiva che, in anni di professione, ho affinato, e che evidentemente fa parte ormai del mio vedere il mondo. Per questo quando posso dedicarmi a una scrittura d'ambiente mi rilasso, mi sento del tutto a mio agio, provo vero piacere a stendere sulla "tela" velature di colore, a provare a riprodurre la luce, oppure a rivelare le zone d'ombra.
Il bello della scrittura - l'ho già osservato altre volte in queste pagine - è che non è limitata al campo visivo, ma può ricorrere all'evocazione di tutta una gamma di sensazioni, come il suono, gli odori, le consistenze, i sapori… Oltre che alla dimensione fondamentale del Tempo: tempo interno, tempo della memoria, tempo dell'enunciato, tempo della narrazione.

Queste "antiche terre" di cui qui cerco di evocare l'immagine, sono i territori carsici che circondano la mia città di nascita, così unica anche per questo, perché stretta tra il più vitale e simbolico degli ambienti, quello marino, cui l'intera città è protesa, come in un'ansito di partenza, di viaggio, di fuga, e la ferma, arida superficie del tavoliere carsico, duro aspro e spinoso come la gente e il vino del luogo. Questi sono i miei orizzonti, depositati per nascita nella mia anima, da una parte la libertà, l'elusione, la innafferrabilità dell'onda, dall'altra la severità di un destino calcificato nelle sue pietre come ossa, bianche, spugnose, tormentate.

Condivido con voi questi pensieri, amiche mie dilette e amici

M.P.







Aride terre


Le mie antiche terre sono polvere aspra
del colore d'un sangue rappreso e bianche
pietre arse dal sole lacerate dal vento.

Sono cammini tra erbe rade,
steli stroncati come fanti morenti,
roveti contorti da un'ira insolente.

Ogni passo, ogni appiglio è una ferita
è un taglio, è una spina inflitta alla pelle,
è uno squarcio nel ventre della memoria.

Dall'altura spoglia la brughiera appare
infinita, gli umani confini sono dissolti
in un groviglio di rami insecchiti.

E quando il vento selvaggio di questi luoghi
infuria tra i bassi pini e i rododendri,
è l'anima che sibila e lamenta, ramo per ramo.

Non v'è arbusto, non v'è pietra, non v'é
muricciolo di sassi che non rechi
la cicatrice di una sconfitta.

A quegli spini, a quei pallidi stecchi
la mia giovinezza ha appeso i lacerti
della sua anima tenera e inquieta.

Non v'è oblio, non vi è illusione
che filtri dalle occhiaie vuote
di quel tavoliere di calce e di gesso.

Ho consumato gran parte dei miei anni
per fuggirgli lontano, e invece, come una grotta
calcificata, per sempre incrosterà il mio cuore.



Marianna Piani
Milano, 28 Gennaio 2015


sabato 11 luglio 2015

Variazioni sopra un'aria di Bach



Amiche care, amici,

la musica, più di una passione, è da sempre la consolazione della mia vita.
La mia mamma era una musicista di buon livello, anche se non ha esercitato professionalmente, per una serie di motivi famigliari, ha sempre continuato a studiare il suo strumento - il pianoforte - e io sono cresciuta con la musica viva e vitale in casa, quotidianamente. Ogni pomeriggio, cascasse il mondo, alle 17 o al più tardi alle 18, mia mamma si sedeva al piano e faceva il suo giro di esercizi, e poi attaccava a studiare il suo repertorio personale, principalmente Mozart e Bach, fino all'ora di cena. A volte anche oltre.
Lei aveva una predilezione per Mozart (sosteneva che il tocco magico di quel genio fosse più adatto alle sue mani, femminili e, come le mie, relativamente minute, piccoline, certo inadatte alle arditezze schumanniane o liztiane) ma da mio padre aveva tratto uno speciale amore per Bach. Un amore intellettuale quanto quello per Mozart era spirituale e - oso dire - fisico, di affinità elettiva. Ma sempre amore era, intenso, caparbio e superbo. Il Clavicembalo ben temperato (BWV 846-893), entrambi i "libri", era l'opera costantemente (dico "costantemente" in senso proprio, non figurato) aperta sul leggio del suo splendido Schulze Pollmann verticale, dal suono morbido e vellutato, mai troppo squillante, e dalla meccanica perfetta per essere un "pianino" da famiglia e non certo uno Steinway da concerto.
Io non ebbi in dono un vero talento musicale, anche se mamma mi mise davanti alla tastiera fin da piccolina. Al di là di strimpellare qualche nota - cosa che ancora faccio quando voglio concentrarmi o sfogarmi - non sono mai arrivata. Tuttavia la musica per me è stata qualcosa di più di una base culturale, è stata l'aria che ho respirato durante tutta la mia infanzia. Quando ero ancora una bimbetta, stavo a giocare con le mie bamboline e i peluche proprio ai piedi del pianoforte, mentre mamma suonava, per tutto il tempo in cui lo faceva, e ogni giorno, e ho ancora nelle orecchie non solo quella musica - sublime e materna insieme - ma anche il lieve rumore della meccanica, dei colpi di pedale, del borbottio sordo dei martelletti, degli scappamenti e degli smorzatori che incidevano sulle corde, tutti suoni impercettibili e sovrastati dall'armonico dello strumento a distanza normale ma che, alla distanza e nella posizione in cui mi trovavo allora riuscivano a filtrare dalla cassa.
Ad ogni modo, Mozart e Bach sono rimasti i capisaldi della mia conoscenza e passione in campo musicale. Ne ho parlato spesso anche in queste pagine. In particolare Bach, poiché univa in sé l'esperienza artistica e passionale della mamma a quella razionale e scientifica di papà, e perché fu il punto d'incontro essenziale di quei due miei "spiriti guida". Mio papà, come me, non aveva un suo personale talento musicale, nel senso dell'esecuzione artistica, ma adorava la musica, e fu proprio un concerto in sala il luogo in cui incontrò per la prima volta mamma, e da cui ebbe origine tutta la loro storia, me inclusa.

Narrare direttamente, e non indirettamente come sto facendo ora, dell'esperienza dell'ascolto musicale è praticamente impossibile, la parola non è in grado di restituire l'emozione che la musica pura è in grado di dare. Quando ascolto, ascolto, e non penso ad altro. Difficile poi recuperare quella sensazione a posteriori, impossibile addirittura ricostruirla per renderla intelligibile al di fuori della mia esperienza più intima e privata.
La Poesia, con la musica, ha molti punti di contatto, per questo è possibile non dico riprodurre, ma almeno riecheggiare le sensazioni date dall'esperienza musicale.
La composizione che vi propongo oggi nasce proprio in questo modo, non con il recupero diretto e immediato di una esperienza di ascolto, ma con la rivisitazione di una serie di immagini, sensazioni e suoni che sono la traccia lasciata nell'anima - oserei dire nella vita - da quell'esperienza. Proprio come il passaggio di un astro lascia una traccia gravitazionale da cui è possibile ricostruirne la storia. Si tratta non di un "racconto", ma di un viaggio, un'avventura, nella memoria percettiva. La ricostruzione, in questo caso particolare, di una condizione di serenità perfetta, geometrica, risolta, aperta verso il trascendente e chiusa circolarmente in sé stessa. Non quindi la trascrizione di un pezzo, ma la scrittura di "variazioni" sul suo tema.
(Un ultimo dettaglio: l'Aria cui accenno nel titolo è una delle splendide arie - semplicissima, quasi minimalista, per soprano, oboe, cello e cembalo - di una delle Cantate - la BWV 21)

Vi offro queste sensazioni e questi pensieri, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.

M.P.






Variazioni sopra un'aria di Bach


Nel chiuso della stanza, nel chiuso
della notte bianca, nel chiuso
delle mie palpebre abbassate
in me stessa chiusa, ormai risolta.

Ascolto. Vedo. M'innalzo
come un'onda, un cormorano
dall'onda avvolta, sorvolo
le spume che il maestrale soffia

dalle creste estreme increspate
della più pura melodia
a picchi anse, abissi e torri,
e strade, e lande inesplorate.

S'intersecano i sentieri
che conducono all'alte vette
vergini di ghiaccio che sanno
d'essere violate, e l'arpeggio

che intreccia i rami dei lecci
è quello lieve del libeccio,
che scivola dai pascoli lontani,
e m'investe, agitandomi i pensieri

e le vesti, levandomi in un volo
ch'è un largo arco teso dal quieto
all'agitato, dal mosso al moderato
in un aereo dialogo ininterrotto.

E mentre
l'ultimo accordo vibrando spegne,
le mie labbra si schiudono in un sorriso
che ha un alito di paradiso.



Marianna Piani
Milano, 23 Gennaio 2015

domenica 5 luglio 2015

La Chimera


Amiche care, amici,

non commenterò più di tanto questa composizione, scritta in forma di canzone, dedicata alla "folle ala della giovinezza".
Per una volta vorrei lasciare soltanto ai versi il compito di raggiungere - se lo sapranno - i vostri cuori.
Non cercate tuttavia rimpianto in questo flash sui miei vent'anni folli e scriteriati, poiché malinconia e rimpianto non appartengono agli angeli, seppure decaduti.
In realtà l'ala della giovinezza, che lo vogliamo o no, ci sostiene per l'intera nostra vita, e più in alto avremo saputo alzarci in quei brevissimi e fuggevoli istanti, più ampio ed emozionante sarà il nostro planare poi nel corso della lunga discesa nella nostra terrena esistenza. Almeno la parte di noi che avrà saputo accogliere questa esperienza iniziale, senza sfuggire a nascondersi nel grigio del vieto e del quotidiano. L'eccezionalità è la nostra vita, quella di ognuno di noi, la grazia che ci è concessa è il rendercene conto.

Con amore, amiche dilette e amici

M.P.




La Chimera

Giovane e selvaggia fui,
in un'altra vita:
aggredivo la mia strada
con voracità stupita,
come il gabbiano
che s'avventa sull'onde
figurando di vedervi l'ombra
d'una fuggevole murena.

Mi gettavo sulla vita
con l'audacia cieca di chi crede
di essere immortale,
con gl'immortali angeli discesa
per goder del mondo
e della umana essenza,
senza sapere come ciò fosse
non un sollazzo, ma

una durissima sentenza.
A ogni passo,
a ogni colpo d'ala, io sfidavo
la pallida Sovrana,
come se il suo freddo sguardo
non mi riguardasse affatto,
poiché io avevo
la bellezza per destriero.

La bellezza è una chioma bruna,
come una densa tela
che imprigiona il vento
e le lucciole la sera;
è uno scuro sguardo, sono mani
alla luna tese, sono rossori schivi
alle guance, labbra schiuse
profumate come rose.

La bellezza - è questa chimera.



Marianna Piani
Milano, 25 Gennaio 2015

mercoledì 1 luglio 2015

Shape the Universe


Amiche care, amici,

per oggi, nel mio taccuino ho trovato questa breve composizione, dedicata semplicemente e direttamente alla mia passione primaria, la Poesia stessa.
La scrissi di getto, dopo aver letto la citazione di Dylan Thomas che riproduco in calce a questi versi, direttamente in forma di madrigale classico, in omaggio appunto al concetto stesso, anche formale, di Poesia come espressione della bellezza resa assoluta nell'armonia della parola.
Pochi ritocchi sono stati necessari dopo la consueta pausa di riflessione (quella che io amo chiamare quarantena) perché quando una cosa nasce in giusto equilibrio con l'ispirazione tutti i suoni, le parole, i ritmi, le rime, i concetti trovano la loro collocazione naturale, senza sforzo.
Sempre per rimanere in tema, questo è il piacere più intimo e profondo che ascrivo alla mia esperienza dello scrivere (osando molto) poesia.
La speranza è quella di riuscire poi a comunicare in qualche modo intatto questo piacere a colei/colui che io chiamo il vero "secondo artefice" della scrittura, di qualunque buona scrittura: il Lettore Appassionato.

Per tutti coloro che amano in ogni modo, lettori o scrittori, frequentatori casuali o continuativi, questa nostra Musa segreta e inquietante:

"Il mondo non sarà più lo stesso dopo che una grande poesia vi troverà il suo posto."

Con amore
M.P.




Shape the Universe
(Madrigale su una citazione di Dylan Thomas)



Dai forma all'Universo, con la parola,
col tuo pensiero, col tuo acuto sguardo,
col verbo, e il canto, con la voce sola

che sgorga senza tregua dalla gola,
che spacca anche il granito come un dardo,
e turbinando scorre nell'aurora!

Plasma i tuoi astri ora qui sul bordo
della tua notte oscura che non temi,
governa le galassie del ricordo,

quantunque nel cuor tuo profondo tremi
e pur di ardore inascoltato fremi.



“A good poem is a contribution to reality.
The world is never the same

once a good poem has been added to it.

A good poem helps to change the shape of the universe,

helps to extend everyone's knowledge
of himself
and the world around him.”
(Dylan Thomas)


Marianna Piani
Milano, 21 Gennaio 2015