«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 30 maggio 2015

Contronatura


Amiche care, amici

oggi vi propongo una piccola composizione dedicata alla mia "diversità" e all'oggetto del mio amore, e suscitata da ciò che a volte mi capita di percepire attorno a me del giudizio da parte certe altre persone,  in tempi e in una società in evoluzione ma ancora non matura su argomenti del genere. Ero ancora molto depressa, all'epoca, per la fine di una storia di quelle importanti, che pensavo sarebbe sfociata in un "per sempre", e invece si era interrotta bruscamente poco prima. Lasciando numerose ferite da cicatrizzare nella mia anima e tracce su queste pagine.
Proprio in quei giorni, poi , mi era capitato di dover reagire pesantemente in ufficio su un apprezzamento nei confronti di una collega, per di più in quel momento assente.
È incredibile che in un ambiente di lavoro come il mio (per intenderci, dove arte, creatività e libertà dovrebbero regnare padroni ed essere percepiti come sinonimi) càpiti di sentire ancora certi discorsi, e, quel che fa più male, per bocca anche di donne, per di più di livello intellettuale apparentemente superiore. Io ho sempre tenuto riservato, in questo ambiente, il mio privato, affettivo amoroso o sessuale, anche se tutti più o meno "lo sanno". Il dialogo in questione infatti lo avevo colto per caso, in una di quelle occasioni in cui capita di "non poter non sentire", perché nessuno entrerebbe in un discorso del genere davanti a me. Ma naturalmente quel velenoso accenno nei confronti di una collega non presente - penso che possiate immaginare il tono del discorso: Maschio: "Ma guarda che Xxxx è lesbica!" Secondo maschio: "Ma dai, non ci credo!"  (risatine, pacche) Donna: "No, dai… ma io lo avevo sospettato, da tempo" eccetera - mi aveva mandato sulle furie. "Eh, lo so bene che una fica così avreste voluto ciucciarvela voi!" intervenni con acido sarcasmo e studiatamente molto al di fuori del mio linguaggio abituale, nel silenzio raggelato dalla sorpresa, perché appunto non avevano notato fin lì la mia presenza. E me ne andai.

Questa composizione è nata così, tra uno sbotto di rabbia e la malinconia dolente di un abbandono.
Lasciate perdere ora il piccolo aneddoto, a tutti noi capita di incontrare giornalmente soci, membri attivi e sostenitori della Grande Società degli Idioti (GSDI), e per fortuna, al di là dell'irritazione momentanea, le cose importanti, o davvero gravi, sono altrove. Vale a dire nell'amore che sappiamo dare e ricevere nella nostra vita, indipendentemente all'oggetto del nostro amore, e al prezzo di dolore che a volte, nei nodi primari della vita, esso può procurarci.

Vi offro questo "madrigale in nona rima" all'uso antico, amiche dilette e amici cari, come di consueto, con grande amore.

M.P.





Contronatura



Io l'ho veduta, questa creatura,
e dal primo istante io l'ho voluta.

E ho amato quegli sguardi chiari
come i cieli dell'Estate, li ho amati
come ho amato
il tramonto nei suoi capelli,
i petali schiusi di quelle labbra,
il respiro fresco del suo seno d'alba,
le radici salde dei suoi piedi
belli come rami in fiore
in cuore al prato.

E ho amato
più che mai i suoi abbandoni,
tra le eriche fiorite in fronte al lago,
le mani sue che cercavano ristoro
tra i miei capelli
come la pioggia irrora
le chiome dei salici
di fili d'argento e oro
e vapori di tramontana.

E ho amato il suo pensiero
che mi seguiva come il volo
d'una rondine segue il sole;
le stelle ho amato delle parole
che pronunciava sul mio nome,
luccicanti esperidi evasive
delle fulgenti nostre notti estive;
e il frullo delle sue ciglia sulle mie guance,
ali di una farfalla che mi destava, intrigante.

E ho amato
d'un amore senza fiato
l'enrosadira delle sue gote
al salire della passione
come gli sguardi delle mie cime
al discendere del sole;
il profumo ho amato alla follia
della sua casta, impura,
spalancata dolce rosa.

E c'è chi dell'amare questa creatura
crede sia per me cosa
contronatura.


Marianna Piani
Passy, 22 Dicembre 2014


mercoledì 27 maggio 2015

Sconfitta



Amiche care, amici

vi sono momenti in cui ritorna, a ondate, questo dolore incolmabile, questo senso di vuoto inconciliabile e di inutilità profonda che mi sovrasta, e allora trascorro ore infernali, a torcermi le mani raggomitolata sul divano, o a girare senza sosta e senza meta per casa, incapace di compiere un qualsiasi gesto che abbia un qualche senso logico o compiuto.
In quei momenti non mi soccorre neppure la scrittura, o la lettura, o il lavoro, nemmeno lo stupido rassettare casa, pulire la cucina, strafogarmi nei dolci o in tv seriale.


Allora, l'unica cosa che mi resta da fare è truccarmi, alla svelta, vestirmi e uscire, fuggire da me stessa, presto, ovunque sia, in mezzo alla gente, muovermi, camminare nella città, godere della indifferenza o della attenzione di ignoti che ignorano di me abbastanza da cogliere di me solo il mio aspetto in superficie. Non importa nulla. Importa andare. Importa non pensare, strappare dalla mente ogni pensiero, camminare e basta, sui miei tacchi, i più alti, guardare, senza vederle, vetrine colme di sogni che non  sono i miei e di illusioni che non ho mai avuto, e lasciarmi possedere dall'inutilità, totalmente, fatalmente. Essere come tutto ciò che mi circonda, superflua.


Ma passa, infine, passa sempre. Non so se considerarlo un sollievo o una condanna. Così passa la notte per dar spazio al giorno, ben sapendo che presto tornerà ad esser notte. Passa la bufera per lasciar trionfare il sole, solo in attesa della prossima burrasca all'orizzonte. Perché la fonte del male che m'invade in questi "momenti" inferi non s'esaurirà mai, se non con me.

Per voi, amiche dilette, amici, che mi ascoltate con affetto e pazienza, il mio amore, come sempre.

M.P.




Sconfitta


Questa la mia battaglia
questa la mia sconfitta.
Resto tra queste stanze
senza potere invocare aiuto,
rovisto tra gli scaffali affollati
della biblioteca, tra i volumi
dimenticati aperti, cerco
nelle connessure tra i muri
e gli usci,
dietro i panneggi grevi

delle tende,
sui tavoli di noce,
o cedro, o pino,
sbucciando con l'unghie nude
l'intonaco delle pareti
fino a spezzarle

rabbrividendo.

Ma che donna sono
io che vago senza meta
tra i miei pensieri
e le ossessioni tracciate
su mille petali di carta?
Che femmina straziata,
senza pace che si torce
nella sua dimora,
nel suo giaciglio,
nelle notti nere pece,
per il vuoto del suo ventre
incapace di donare -
incapace, impotente! -
prosciugato e
vano come un otre
sfondato nella terra;
che femmina sono
inetta d'esser donna,
tedofora di questa vulva
che lacrima sangue nero
morto, vano,
a ogni luna?

Curo il mio volto,
ch'é incavato e stanco, ma
lampeggiano i miei occhi
negli specchi,
pupille d'alabastro
nere come il vuoto
del mio letto.
Eppure appena fuori
v'è un mondo che mi lusinga,
e io pur di sentirmi in vita
mi espongo a sguardi tesi
senza difesa
se non le mie vesti bianche.

Donna cava.
Donna empia. 
Spudorata, innocente.
Provoco consapevolmente,
ma senza gioia, né disprezzo.

E mi trastullo
e mi annullo
nella mia disfatta.



Marianna Piani
Milano, 20 Dicembre 2014

lunedì 25 maggio 2015

Unsentimentally


Amiche care, amici,

una piccola eccezione al mio usuale programma di pubblicazione, su queste mie paginette.
Accolgo un ospite, con una sua composizione, in inglese, di cui darò anche una mia traduzione. Era tanto che non lo facevo, intendo il fatto di condividere questo spazio con un altro scrittore, ma questa volta si tratta di una occasione per me molto, molto particolare.
Questo amico, che mi segue da tempo nei miei tentativi più o meno buoni di scrittura, condivide con me la medesima incondizionata passione per la Poesia, salvo che lui a differenza di me è un "Poeta militante", da anni, e dotato di grande grazia e spessore, con una sottigliezza espressiva che ho raramente trovato, anche nei più Grandi.


A seguito di un nostro scambio epistolare sull'argomento che più ci sta a cuore (su cui in passato ci siamo anche vivacemente accapigliati, come si conviene ad autentici appassionati, e come è un costume di cui esistono numerosi e nobili precedenti in letteratura), mi ha gratificato di una bellissima composizione, onorandomi anche di una dedica personale, in tandem con un'altra sua amica e poetessa ella stessa di grande espressività ed originalità.
A prescibere dallal dedica, non potevo rinunciare al piacere di provarmi a tradurre questo piccolo ma perfetto gioiello, stupendo per la sua limpidezza e sonorità, all'interno di una struttura prosodica (inglese) di estrema raffinatezza. Devo dire che mai mi era stato donato un oggetto di tale valore.


Come molti di coloro che mi seguono da un po' sanno, io considero la traduzione dei testi poetici che amo come uno strumento di conoscenza insostituibile, l'unico modo, a mio avviso, per comprendere davvero a fondo un testo poetico di una lingua diversa dalla nostra. Confesso anzi che, dopo alcuni anni tra la adolescenza e la prima giovinezza in cui mi ero per un poco cimentata nella scrittura, per molti anni a seguire la traduzione è stata la mia unica e sola attività connessa alla Poesia. Solo da poco ho trovato il coraggio (ma anche sentita la necessità) di rimettermi a scrivere in prima persona, e parte di questa decisione è dovuta proprio all'intervento di questo amico Poeta, che nel leggere alcune delle mie traduzioni molto insistette perché io riprendessi la (peraltro pericolosissima) via della scrittura diretta.
Non essendo io una professionista neppure nel lavoro di traduzione, ma una pura dilettante, mi pongo nei confronti di questo impegno con lo stesso spirito di assoluta libertà (intendo libertà da mercato, esibizione, confronto, narcisismo) che ho la fortuna di mantenere nella mia attività di scrittrice in proprio.
Per me la traduzione, dicevo, è una forma di conoscenza, e il mio sforzo è sempre quello di penetrare in pensiero e la sensibilità dell'autore originale, per restituirne lo spirito e l'essenza, al di là di ogni preoccupazione formale o letterale.
Ogni traduzione esprime un tradimento, si dice, ed è vero, e inevitabile. Per questo non cerco mai una "traduzione" vera e propria, rigorosa e letterale, ma fedda, ma piuttosto una "interpretazione", un poco come un musicista che "interpreta" al suo strumento, con i suoi mezzi e le sue capacità, il brano scritto da un Autore diverso da lui, e magari molto più grande di lui. Come un musicista, anch'io leggo la partitura originale e la studio, accuratamente e letteralmente, e non prescindo dalle altre interpretazioni, spesso assai importanti, date prima di me. Ma SEMPRE applico al mio "strumento" la mia personale sensibilità e la mia anima, nel tentativo di restituire il testo originale nella sua vitalità, e non come un semplice freddo trasferimento tecnico, quale potrebbe essere (teoricamente) eseguito da un algoritmo del tipo di Google Translate. Dico "teoricamente" perché questo tipo di strumento proprio di fronte a un testo poetico dimostra tutta la sua impotenza e inutilità.


Ma nel caso di questa particolare composizione c'è un piano di ulteriore interesse. Non capita mai, almeno a me, quale dilettante, di applicarmi alla traduzione di un testo avendo come referente, e in qualche modo supervisore, l'autore dello stesso testo, in carne ed ossa. Con Alvaro accade questo, esattamente questo, un'occasione unica per una appassionata come me di approfondire davvero il "senso ultimo" del lavoro di traduzione, non solo più a questo punto come strumento di conoscenza, ma come attività creativa in sé. Ritornando all'interpretazione in senso musicale, il risultato di una esecuzione di un Partita di Bach da parte - per fare un solo esempio da me molto amato - di Glenn Gould è certamente in sé un'opera d'arte.


Ho "lavorato" per quasi un mese attorno a questo testo (maggior tempo io impiego di solito nel mio lavoro usuale solo per i testi di Sylvia Plath e di Emily Dickinson, difficilissimi) praticamente a contatto diretto con l'autore che, c'è da dire, essendo oriundo Italiano ha della nostra lingua una conoscenza quasi perfetta, quasi da lingua materna.
È stato un lavoro lungo ed accurato, fatto davvero, dopo una prima "sgrossatura", di minimi dettagli, di parole aggiunte o tolte, di scambi di opinione e riflessioni, fino a giungere a un risultato - sofferto - capace di soddisfare in primo luogo, necessariamente, l'autore, ma in secondo luogo - con la dovuta umiltà - la traduttrice.


Per terminare questa lunga introduzione, aggiungerò che ci siamo trovati - l'Autore e io -  per tutto il tempo in una situazione di stallo per un dettaglio piccolo ma fondamentale: il titolo.
Io l'ho trovato da subito intraducibile, anche se perfettamente comprensibile per un lettore italiano di media cultura, tuttavia abbiamo tentato diverse vie, insistendo (siamo entrambi - lui ed io - cocciuti e ostinati, specialmente per ciò che amiamo) fino alla fine a rinunciare, e a optare di lasciare semplicemente il titolo originale, come del resto io avevo pensato fin dall'inizio.

La dedica al mio nome (che riporto in calce al titolo, assieme a quella a Bernadette) è voluta con rigido sinequanon dall'Autore, per cui non posso fare altro che lasciarla tal quale.

Ecco dunque, condivisa con voi, questa piccola grande occasione di Poesia "in vita", colta si può dire nel momento del suo farsi.

Con amore

M.P.






Unsentimentally

                  (To Marianna and Bernadette)



You’re not as far
as yesterday’s thoughts

I think of you when
the fridge is empty

If I could drive away
from me I’d come to you

unblinkingly  You’re
the contour of roads

unknown and fast
and never travelled

Your mind -a Charter
of Rights- unfolds

whenever I map
a thought along a line

I learned of smallness
looking at far away

mountains 
Birds taught greater

lessons flying over them
unseen


Alvaro Tortora - 05/01/2015






Unsentimentally

                  (a Marianna e Bernadette)


No, non sei più lontana
dei miei pensieri di ieri

A te ripenso quando
deserta è la mia dispensa

Se potessi allontanare me
da me stesso soltanto

verrei da te all’istante
Sei il percorso più certo

per strade sconosciute
e giammai sperimentate

La tua mente - Statuto
di Onestà - si dispiega

non appena io traccio
un pensiero lineare

Ho appreso la pochezza
puntando sguardi a lontane

montagne
Gli uccelli danno lezioni

più grandi sorvolandole
inosservati 



(Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 22 Maggio 2015)



sabato 23 maggio 2015

Tulle


Amiche care, amici

la scrittura, la poesia, è universale e non ha genere, o sesso. Eppure ciò che una donna scrive è inevitabilmente segnato dalla sua femminilità.
Per me a volte la poesia è come uno specchio, attraverso il quale indulgo a osservare il mio aspetto, che di volta in volta può apparirmi orribile o passabile, o perfino bello.


Avevo acquistato un delizioso abitino chiaro, e avevo scelto una sera d'autunno, limpida e spazzata da una brezza frizzante ed insistente, per indossarlo per la prima volta in occasione di un aperitivo di lavoro con alcuni colleghi, colleghe e collaboratori, in centro. Credo che solo una donna conosca la sensazione di pienezza e insieme di incertezza (starò davvero bene? sarò adeguata all'occasione? eppure quest'abito mi dona… Ma sono un giudice sereno, di me stessa?) dell'indossare per la prima volta in pubblico un abito scelto da poco con grande cura e trepidazione, dopo lunghe sofferte prove in camerino, e poi a casa, lungamente davanti allo specchio. Camminando verso il proprio appuntamento come a un destino, lo sguardo cade sulle vetrine, istintivamente, per cogliervi rispecchiata la figura di sé stesse in movimento, circondate dalla città e dalla gente. Sentirsi non solo a proprio agio, ma valorizzate da un abito che esalta la figura è un grande privilegio - e un ineffabile piacere - riservato al nostro sesso. Credo...

Una poesiola, in sestine, dedicata semplicemente a un abito che è subito entrato nel mio guadaroba e nel mio cuore, tra i preferiti. Scrittura al femminile? Perché no?

Per voi, amiche dilette e amici cari, con amore

M.P.





Tulle


Quell'abitino di tulle bianco che a sera
indossavo recandomi verso il centro
mi vestiva come una corolla di camelia,
e mi commuoveva come un abbraccio
la carezza della gonna ariosa e ampia
che sfiorava dolcemente il mio polpaccio.

Camminando lungo il viale autunnale
costeggiato di vetrine linde come specchi
mi vedevo come figura di donna fiera
passare avvolta dalle luci scintillanti
della sera, e lo schietto suono dei miei tacchi
farsi strada regalmente tra i passanti.

Il corpetto lineare mi disegnava il busto
come la matita d'un maestro di figura,
ornando il seno di panneggi orientaleggianti
che si tendevano come vele a ogni passo.
Dall'orlo della gonna traspariva pura
la falcata delle mie gambe impazienti:

nel vento il velo impalpabilmente le rivelava
fino al limite della spumeggiante veste chiara,
mentre io come facevo fin da fanciulla
vedendomi riflessa mi chiedevo con pudore
se quella donna che lì vedevo fosse bella,
bella abbastanza da suscitare amore.

Il bianco e il crema mi donavano una luce
che accendeva di innocenza il mio pallore,
ondeggiavano neri della notte i miei capelli
e s'agitavano per provare a catturare il vento
cadenzati dal metronomo dei piedi belli,
e dall'oscillare della pochette - e dal mio cimento.

Come se nulla mi potesse mai fermare
procedevo verso una meta che già scordavo

quale fosse, né che m'importava più di avere,
mi bastava scivolare nel mondo così qual ero
e lasciare che mi giungessero gli sguardi
ammirati - e quelli obliqui o insinuanti.

Quell'abitino di tulle bianco che mi faceva
come un fiore che sbocciava nella sera
era la femminile grazia che m'indorava.



Marianna Piani
Milano, 18-21 Dicembre 2014


mercoledì 20 maggio 2015

Delle rose e delle spine


Amiche care, amici,

Questa poesiola esile e dal titolo deliberatamente e marcatamente "romantico", è nata come dedica a un amore che è sato più sognato che realizzato, ed è la traccia del mio tentativo aperto di seduzione, attuato per tentare di incidere quella barriera che a volte - più per timore, per convenzione, che per vera convinzione - si erge al momento di tradurre in legame una reciproca e sincera attrazione. Il "vestire l'abito più bello" è un dire, senza dire, di essere già oltre al desiderio, di raffigurarsi come un fiore aperto, di confessare segretamente, ma non troppo, di non voler altro che essere colte. Privilegio femminile questo, di indossare di volta in volta corolle che ci conferiscono colore, elaganza, bellezza, sorpresa, ansietà e, appunto, attrazione.

...Ma un amore dichiarato e non realizzato, è come un bel fiore reciso lasciato appassire in un vaso. L'ultimo profumo che ne emana è il più intenso.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, come sempre e più che mai con amore.

M.P.





Delle rose e delle spine


Ho indossato i miei abiti più belli,
ho reso il mio corpo quale tu mai

potrai sognare, o desiderare.

Ho offerto al vento i miei capelli
perché cantassero come chitarre -

arpe o viole - inni alla tua beltà.

Ho spalancato al sole i miei occhi
scuri come i miei scuri abissi - pronti
a imprigionare in sé tutta la luce,
 

tutto il fulgore del tuo volto senz'ombre.
Ho sfiorato con le mie labbra il tempio
del tuo seno, per sorbirne letizia,

ho respirato a fondo il tuo sospiro
calmo e odoroso come la brezza
che reca con sé alito di selva,

sentore di abeti, felci, e roseti.
Ho abbracciato stretti i tuoi piedi
di alabastro, e li ho adorati

come radici d'una sacra pianta;
ho intrecciato poi le mie alle tue dita
infitte tra loro come roveti.

Così la mia vita alla tua è avvinta
foglia a foglia, fiore a fiore, spina a spina:

e da te mai più potrò esser distinta.


Marianna Piani
Milano, 15 Dicembre 2014



sabato 16 maggio 2015

Piogge



Amiche care, amici,

ecco uno dei miei "quadretti dal vivo", una forma di scrittura che amo molto, perché si avvicina alla mia attività "primaria" (e professionalmente remunerata) di illustratrice e di artigiana dell'immagine.
Probabilmente il lungo esercizio nelle arti visive mi ha reso lo sguardo attento e innamorato dei dettagli, dei ritagli di realtà, dei tagli di luce e delle aree d'ombra, che da sole rilevano i volumi e delineano le forme. Ciò che è certo è che mi sento molto a mio agio quando posso "illustrare" non solo con la matita, i colori, ma anche con la pura e semplice scrittura.
Il bello della scrittura rispetto all'illustrazione è la sua potenziale capacità di ritrarre non solo lo spazio, le forme, le atmosfere, ma anche i suoni, gli odori, le sensazioni tattili, l'immaginazione e il pensiero. Tutte percezioni che non sono certo assenti in pittura (o nell'illustrazione), ma che per essere espresse in modo davvero efficace richiedono la presenza del genio, di una eccellenza assoluta. Invece con la scrittura tutto è più naturale e commisurato al mezzo, occorre solo trovare le parole in grado di coinvolgere i sensi dei lettori ed evocare sensazioni, visioni, memorie.

Per voi, amiche dilette e amici, questo "paesaggio invernale" ritratto dal vivo, come sempre, con amore.

M.P.






Piogge


Sono gli occhi lustri alle finestre,
lacrime di gelo o di dolore
o strie di luce sui vetri irrorati,
volti affacciati come ritratti protetti
da lastre imperlate di gocce argentate,
sono gli sguardi, di là dai fiati appannati,
affondati nelle loro segrete mestizie,
sono gli amori celati sotto gli ombrelli
oppure esibiti senza imbarazzo sui selciati
inondati come acquitrini, o come fiumane
furiose che s'abbattono ai crocicchi
delle vie e alzano muraglie d'onda
al passaggio dei torpedoni
che s'affannano verso il centro:
sono i giorni dell'acqua - e del silenzio.

Sono i sentieri scavati nei prati
mutati in impetuosi torrenti lanciati

a divellere pietre sepolte nel tempo,
sono gli olmi e le querce gravate
di foglie morenti, fiaccate,
e le gramigne ingiallite che s'incurvano
rassegnate al giogo delle piogge battenti
e dei venti, mai sazi, come predoni
alle porte del tempio,
sono gli invasi e le dighe dei nostri dolori,
i canali esondati, e le vigne, ormai spoglie,
allagate da parere risaie, e i giochi
dei bimbi, sotto i porticati, negli androni,
con le pozze da frantumare a piedi nudi
in stelline iridescenti, a milioni.

Sono le nubi che gravano dense
come un basalto sbarrando ogni volo
d'uccello o di pensiero,
sono gli odori d'argilla, di mota,
di funghi o di muffe, gli olezzi
degli stagni e delle gronde
che scaricano al suolo
i profluvi dei peccati del mondo
per purificarli nel perdono
e nell'espiazione consumata
sotto i lampioni fumanti
alla livida luce del sodio.
Sono i viali e i quartieri
e le tangenziali, e gli aeroporti,
inzuppati del pianto d'Inverno.

Lente, interminabili, gravide piogge
della nostra indomabile malinconia.



Marianna Piani
Trieste, 8 Dicembre 2014


mercoledì 13 maggio 2015

Notturno


Amiche care e amici

In tema di notte... le mie notti trascorrono spesso in veglie estenuanti, nonostante i farmaci che assumo anche per combattere questa mia insonnia pervicace, tormentata, improduttiva, quando si presenta così indesiderata, ingombra di angosce e malinconie che s'affollano in disordine,.
Vi sono notti in cui il pensiero riesce ad organizzarsi in qualcosa di costruttivo, e allora questi sono i momenti in cui nascono molte delle mie idee, i miei spunti creativi migliori, e dunque alla fine se pure certo non riposata mi risveglio, da questo non-sonno, appagata. Altre invece - e sono le più lunghe - scorrono senza motivo né ordine né comprensione in una tempesta quieta di immagini, di memorie dolenti, di disperazioni.
In queste notti mi trovo ad ascoltare la vita che ferve, fermenta attorno a me, e posso soltanto rimpiangere la mia sensibilità per la stanchezza, anziché la conoscenza, che mi procura.

Condivido con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, come sempre, con amore.

M.P.





Notturno


Già da tempo l'Ombra piange la Luce
e dilaga sovrana su questi suoli,
tra questi luoghi, e in questa stanza
dove s'adunano i pensieri e i ricordi
spauriti come i natanti nel porto
al sopraggiungere del fortunale.

Perché a notte naufragano i pensieri,
la memoria s'annega nell'innocenza,
e il vuoto e la solitudine producono sogni,
anziché disperata desolazione,
mentre una placida marea d'incoscienza
risale e sommerge i giacigli e
gli approdi.

Vedete quale pace prende luogo all'affanno,
all'industria, all'urgenza, all'inganno,
mentre tra le pareti si consumano amori
di ogni bellezza, di ogni fattezza, tra le coltri
delle notti penetrano peni, premono seni,
suggono labbra, gridano cuori.

Tutto ciò avviene, la pace serena,
così come il brulicare di istinti e di corpi,
il veleggiare dei sogni e delle illusioni
così come lo spegnersi delle memorie,
senza dolore, senza ragione, senza
nemmeno l'ombra d'un rimpianto.

Senza rimpianto, così vorrei essere,
senza pensiero e senza rimpianto,
in un perpetuo sonno apparente
anziché questa inesauribile veglia
di sensi e pensieri che mi fanno
testimone, ma non presente, nel mondo.



Marianna Piani
Milano, 1 Dicembre 2014

sabato 9 maggio 2015

Talamo


Amiche care, amici

Assopirsi, cogliere il sonno nel momento in cui ci giunge accanto, abbandonarsi all'abbraccio delle coltri, in una precoce notte di primo inverno.
Lasciarsi sciogliere nel sogno, mentre il corpo prima si appesantisce, come per gravare di più sopra il letto e imprimervi la propria forma, e poi diviene leggero, come un soffio di vento, per abbandonarsi alla dolce voluttà del ricordo, e del desiderio che preme nel petto.


Pensieri nel dormiveglia, prima che la malinconia scompaia, divorata dal nero cieco sonno, quel sonno che giunge a chi non ha il proprio amore accanto, e il desiderio sazio, appagato, tra le sue braccia.

Li condivido con voi, amiche dilette e amici, con amore.


M.P.



Talamo


Adoro il letto che ora mi ha accolto
come una tenera mano tesa nell'aria,
io piccola foglia che vi si posa morta.

Il cielo è quel velo di tulle nero-asfalto
trapunto di mille stelline intermittenti
che io bimba ammiravo nei presepi

delle chiesette sperse in mezzo ai campi.
E ora le coltri mi accolgono tra le braccia
come ancelle alle mie nozze con il Sonno.

Mi ravvolgono di candide vele di nebbia
e di impalpabili sbuffi di piuma,
m'accompagnano al primo assopire

del giorno, che muta in immobile bruma,
annidano nei vergini panneggi i pensieri
di questa donna che a loro s'affida

nuda di vesti e di ogni difesa. Presto
come angeli i sogni prenderanno il volo
dalle loro nubi di lino e di lana.

Il capo, sgravato di questi pensieri,
riposa semisommerso nel biancore
come un salice in un campo di neve.

I capelli sono versati sopra il guanciale
come liquore bruno da un'ampolla:
sono dolci - credo - da afferrare tra le labbra

come usava la mia sposa allorquando
giungeva dai suoi infiniti girovaghi viaggi
stanca, e mi giaceva finalmente accanto.



Marianna Piani
Milano, 28 Novembre 2014

sabato 2 maggio 2015

I heard the Woodpecker's Song again


Amiche care, amici,
questa composizione ha una storia, che vi posso qui accennare.
Tempo fa (era il 2013) in occasione del compleanno di un amico, per me molto importante, tra l'altro fine poeta in lingua inglese, gli dedicai una poesiola dove paragonavo il lavoro del poeta autentico (il suo) a quello di un picchio, che con gran precisione ma anche con molta perseveranza e molti tentativi a vuoto, scova la larva che si cela gelosamente sotto la corteccia e la estrae alla luce:
 

Più avanti ebbi con lui un vivace diverbio a proposito proprio dell'argomento che più sta a cuore entrambi, la Poesia, tanto a cuore da sopravanzare anche l'affetto e la simpatia personali nel momento in cui le opinioni, che sono anche idee di fede, divergevano.
Per un lungo periodo non avemmo ulteiori contatti. Non ricordo chi fu il primo poi a riprendere il dialogo, forse proprio lui (io sono una donna orgogliosa e testarda, pessimi difetti), e io, che ne sentivo comunque assai la mancanza, lo accolsi con grande sollievo, come quando si supera un malinteso con un amico o un'amica cui teniamo particolarmente.

In quei giorni mi trovavo nel mio "rifugio" sulle alture che sovrastano il Lago Maggiore, era il tardo Autunno, e durante una delle mie passeggiate nei boschi dietro casa mi capitò di riudire, anche questo per la prima volta dopo molto tempo, l'inconfondibile tamburellare del picchio, tipico anche se non comunissimo (e assai elusivo) esemplare della fauna stanziale di quei luoghi.
L'associazione fu immediata, data anche la coincidenza di tempi, per cui scrissi con molto trasporto questa "libera canzone" dedicandola all'amico "ritrovato". In suo omaggio, i piccoli accenni in lingua inglese.


La condivido ora anche con voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore

M.P.






I heard the Woodpecker's Song again

 

     Strana,
strana creatura il picchio rosso
col cuore dell'inverno
che brucia nel petto
oltre le radure abbrinate di gelo
oltre le terre esauste
pregne delle eterne piogge
di novembre, di là dalle rupi
sconvolte da improvvisi torrenti
nelle foreste delle betulle ischeletrite,
bianche ossa uscite di terra,
lì alla macchia, sull'olmo
più isolato o sul leccio più appartato
beating his little song
         Tac ta-tac Tac ta-tac
         He's searching for his worm.

Strana, strana creatura, elusiva,
indefinibile e ardita,
nessuno sa la sua voce, soltanto
il crepitare secco, essenziale,
instancabile, ostinato
della sua ricerca nella corteccia,

pervicace barriera umbonata,
rugosa bruna corrazza,
pallida pelle squamata
delle betulle sfogliate
         Tac ta-tac Tac ta-tac
         He's searching for his worm.

Se m'avvicino, per quanto lo faccia
con tutta la circospezione ch'è data
al mio essere solo un'umana
egli mi sfugge,
ma non tanto lontano, soltanto

quel tanto, a lato
del tronco bianco,
e se io provo ad aggirarlo
anch'egli si muove tenendo
sempre me all'altro lato.
Impossibile vederne
il bel piumaggio dorato,
la figura elegante da spadaccino,
la bella lunga penna dietro il capo

that makes him shine like
a tiny RobinHood in the woods.
         Tac ta-tac Tac ta-tac
         He's just searching for his worm.

Il verme imprendibile
cui la bestiola dà la caccia,
la crisalide, la pupa, la larva,
la particella di creato,
è elusiva quanto lui, forse più ancora.
Scava, essa, si nasconde, in fondo
alle più riposte gallerie
tra le venature del legno
tra libro e midollo, occorre
finissimo senso per coglierne d'istinto
il sottile fruscio, l'impercettibile sospiro,
il sordo trapestio, il breve scricchiolio
del mistero che si cela nel mistero,
ed estrarlo vivo, senza forzare,
senza ferire, senza nemmeno scalfire

la sua essenza vitale,
and finally swallow it, in the time
of a single verse of his eternal song:

         Tac ta-tac Tac ta-tac
         He's still searching for his worm.




Marianna Piani
Nebbiuno, 22 Novembre 2014

To Alvaro,
Proud Buccaneer
and his Holy Brig

"The Muse"