«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 29 aprile 2015

Maternità


Amiche care, amici,

non commenterò estesamente questa breve composizione, che scaturisce da una sofferenza autentica e sempre viva del mio essere donna. A lungo ho dubitato se pubblicarla o no, per il disagio che me ne deriva, ma poi alla fine ha vinto la mia necessità di dire, di aprire l'anima a chi mi vuol bene, che tra i motivi per cui scrivo è forse il più forte.
Diversi anni fa un medico, con tutto il tatto e la cura di cui era capace ma con parole inequivocabili, mi informò dopo un complicato ricovero che io purtroppo non avrei mai potuto essere madre.
Ho affrontato con grande difficoltà il primo periodo di questa consapevolezza, poi me ne sono fatta una ragione, come si suol dire. Tuttavia, di quando in quando, ritorno col pensiero a questo mio destino, e cado in una profonda tristezza. Tutto l'istinto, il senso stesso dell'essenza della femminilità, si concentra e si risolve in questo desiderio profondo di vivere la propria maternità: ogni donna ha dentro di sé questo potenzale immenso. L'esserne privata è per me una delle più profonde e brucianti ferite, che non rimarginerà di certo mai.

Vi lascio, se vorrete, alla lettura di questi versi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.


M.P.





Maternità


E il mio utero presto avvizzirà
come una melagrana spaccata al sole,
come una conocchia perita sulla sabbia,
come un'orchidea strappata dallo stelo,
come una dannata illusione di pienezza
che deflagra al primo impatto al suolo.

Questa stanza disarredata,
questa cassa divelta e depredata,
questo vaso incrinato, drenato
fino all'ultima goccia, questa vescica
sventrata e disseccata,
come una promessa ormai tradita:

la donna ch'è in me, la mirabile
creatura di carne viva, la brezza
che da' moto al mare, la luce
che da' visione alla foresta,
la Primavera velata e azzurra
che desta i Fauni e fa cantare gli usignoli...

Questa donna presto perirà,
assorbita dalla terra come una pozza
rimasta in attesa del sole all'alba,
perirà, in un grumo di ultimo sangue

sul cotone imbevuto di rosso bruno,
gettato in un grigio cassonetto.

Questa donna perirà, sola, isolata,
ignota, senz'aver dato nulla al mondo,
senza avere mai sentito
dentro sé espandersi la vita,
senza aver mai veduto dal suo ventre
filtrare uno spiraglio di eternità.



Marianna Piani
Nebbiuno, 22 Novembre 2014

domenica 26 aprile 2015

Regalo una Rosa



Amiche care, amici

Mesi fa un'amica, di cui non faccio nome per discrezione, scrittrice e poeta di valore, ebbe un piccolo malanno che la costrinse al silenzio per qualche giorno, privandomi della lettura dei suoi lucidi, taglienti appassionati versi. Era il primo autunno, e il paesaggio intristiva l'anima, assieme alla sensazione di mancanza che dà l'assenza d'una persona cara, se pur momentanea. Scrissi di getto questi versetti, e glieli inviai come augurio per una pronta guarigione.
In questi giorni quest'amica sta confrontandosi con un altro e un po' più fastidioso malanno, che ha di nuovo momentaneamente interrotto il flusso dei suoi pensieri donati attraverso la scrittura. Io so bene quanto è doloroso per chi scrive per necessità quando una evenienza del proprio fragile corpo si interpone alla concentrazione, alla serena espressione del proprio bisogno d'espressione. Non è un gioco, né puro istinto la scrittura, quella autentica e sentita intendo, mai. Per quanto scaturisca da una necessità incontenibile, non è mai facile esercizio di parola, è lavoro duro invece, che pretende energie mentali e anche fisiche intatte, che richiede tutta la nostra attenzione e concentrazione, è fatica e dolore, come l'atto d'amore fisico: il piacere è generato da una dedizione totale, da un impegno del corpo e della mente, da un fondo di dolore sottile e violento che sublima nel rapimento e nell'abbandono all'altro (il lettore), l'orgasmo giunge solo al culmine di una ardita e impegnativa salita. Per questo è fragile, la scrittura, non può essere esercitata quando altri fattori si impongono e ci sovrastano: un forte dolore affettivo, un crollo di depressione, un male fisico o mentale. E per chi scrive per necessità, come dicevo, e non per edonistico bisogno di esibizione, questo è origine di un dolore raddoppiato, perché allo stato di malessere si aggiunge la frustrazione di non poter esprimere ciò che preme con forza crescente nel petto.


Per questo oggi, dopo qualche ripensamento, ho deciso di pubblicare e condividere con tutti voi questa composizione, così anche da far sentire la mia partecipazione e il mio più sentito augurio a questa amica cara di tornare presto, più presto possibile, a far sentire la sua voce preziosa.

Con amore, amiche dilette e amici, più che mai

M.P.




Una rosa del mio giardino, al Lago Maggiore




Regalo una Rosa


Regalo una Rosa,
a un'amica ch'è indisposta:
una Rosa a un'amica
che m'è preziosa, una Rosa
d'Autunno, ch'è rara,
che è orgogliosa nel prato
ingiallito e nel Sole sbiadito
poiché è ancor più luminosa,
nel contrasto ardito,
e nel solitario fulgore,
e spande i suo petali
rosso vino a dispetto
del grigio ferrigno
che attorno ci prova,
egli da solo,
a regnare sul mondo.

La Rosa, come una fiamma
arde di luce, arde di cuore,
arde d'ardore della passione
che la travolge
e per lei ci coinvolge.
Che importa se Autunno
piange le sue prime
tormentate piovose giornate?
Che importa se il Sole
si rende riottoso
alle nostre gambe vogliose?
Che importa se una voce
arrochisce per qualche istante...


Tanto, è il canto
che si distende in incanto,
da quella Rosa,
a rendere l'aria
ancor più luminosa!




Marianna Piani
Milano, 2 Ottobre 2014

sabato 25 aprile 2015

25 Libertà: 70 e una Storia


Amiche care, amici,

oggi, 25 Aprile, è una ricorrenza che ha uno speciale valore per me, al di là di retoriche e di rituali di facciata. Sinceramante non me la sento oggi di pubblicare una delle mie cosette, preferisco fermarmi un istante a riflettere su questi valori, e il significato che hanno per me, e per tutti noi.

Per me conta la parola "LIBERAZIONE", vale a dire la conquista simbolica e reale di una perduta LIBERTA'.
Ho già avuto modo di dire su queste pagine come questo per me sia il valore più grande, come in biologia lo è la luce, senza la quale non vi è ossigeno, e non vi è vita.
Proprio questo è per me il significato di questa giornata, e delle Memorie che custodiamo gelosamente con noi, perché esse sono il baluardo di questa nostra nostra libertà.
Abbiamo avuto la fortuna, noi della mia generazione, di nascere nella libertà e in un periodo, più o meno tormentato, essenzialmente di pace. La Libertà è un poco come la salute, non la si considera così essenziale finché non la si perde. Per questo sono importanti queste date, perché ci portano alla memoria, con le immagini e l'esempio, i racconti e i luoghi, ciò che era quando la libertà era negata, e quanto è costato in vite, dolori, sangue il riconquistarla.
Io, donna, omosessuale, sterile, (ex)comunista, psichicamente instabile, mezza Ebrea (da parte di papà), artistoide e ribelle so di certo che non sarei sopravissuta a quella stagione, se avessi avuto la sventura di viverla. Ogni volta che ci penso rabbrividisco, pensando a tutto ciò che avrei potuto subire prima di trovare, finalmente, la morte, e a ciò che tante come me hanno nella realtà storica dovuto davvero subire, in quegli anni.

Per onorare questa memoria ho deciso di riprodurre qui un meraviglioso, spontaneo testo: non un'opera  "riconosciuta", un Fenoglio, un Levi, non letteratura, per quanto alta, ma un autentico ritaglio di vita, come una foto tolta dal cofanetto di casa, nell'occasione, con i volti familiari che ci somigliano, che fanno parte del nostro sangue, della nostra diretta realtà.
L'autrice è una amica cara, Rossella Catelli, che spesso mi viene a trovare in queste pagine, e mi ha colpito al cuore la semplicità, la serenità con cui ha saputo esporre questa storia, che ha il profumo, l'atmosfera della realtà vissuta, sia pure attraverso una tradizione orale indiretta di racconto, di trasmissione di valori e di pensiero.
Straordinario e esemplare il breve passo in cui, in poche righe, descrive l'irruzione del Tedesco, dell'Orco, in casa, davanti agli occhi sbarrati del suo papà appena ottenne, e tutto il trambusto seguito in casa, con la fortunosa fuga dei partigiani sul filo del rasoio della casualità, e poi, umanissima, la nota sulla parola di scuse del soldato, che ritrova in quell'abisso la sua umanità poiché, annota Rossella "forse anche lui aveva un figlio piccolo in Germania".


Davvero emozionante, degno di uno scrittore di grande potenza narrativa, e nello stesso tempo, segno di una "Pietas" assoluta, la forza più potente che si possa opporre alla barbarie scatenata…
Il racconto ha la forma di un piccolo poema in prosa, una forma di cui l'autrice è abilissima tessitrice, e anche questo aspetto, apparentemente formale, lo proietta in una dimensione mitica di grandissimo effetto emotivo.

Grazie Rossella, per avermi concesso il privilegio di riportare questo tuo scritto in queste pagine, grazie per averci regalato questi pensieri, queste riflessioni, queste emozioni

Con amore, grande, nella e per la Libertà


Milano, 25 Aprile 2015
Marianna Piani





Alcide Fiaccadori pestato dai fascisti, bisnonno
Cesarina Fiaccadori partigiana, mitragliata, zia
di Rossella



XXV LIBERTÀ
 

70 E UNA STORIA


C'è ancora quella casa
talvolta passando mi fermo e ricordo.
Non di me, di loro che le diedero vita.
Un casone come si usava dalle mie parti,
tre famiglie e una nidiata di figli
e conigli da crescere con l'erba dei campi,
qualche spiga di grano caduta nella mola
e ciocchi fumiganti nella stufa.
Quando c'erano!
La casa dei miei nonni;
lì sono nati mio padre e tre dei suoi fratelli,
gli ultimi due ebbero miglior fortuna
nacquero in una casa vera.
Di fronte a tanto sfarzo
divisa da un viottolo
una cancellata irta di filo spinato e guglie aguzze
in una bella villa liberty, confiscata ovviamente,
il comando di zona della Wehrmacht.

Quel che non sapevano quei crucchi
era che prima del coprifuoco in bicicletta
arrivava come uno di famiglia
il comandante di zona dei partigiani;
e appena buio
dal ciglio del canale che scorreva verso il mulino
dai campi, silenziosi e armati
giovani e non solo combattenti.
In quella casa s'incontravano
a progettare l'insurrezione al fascismo e al nazismo.
Credo che mio padre a otto anni avesse visto più pallottole che pane
e una notte visse un'avventura che a lungo mi narrò.
Forse allarmati da movimenti di zona,  forse consapevoli che stavano perdendo la guerra, questo non saprei dirlo, una notte mentre al piano di sopra era in corso una riunione, mio padre (bambino) scese a bere un mestolo d'acqua e si trovò nell'androne un tedesco con il mitra spianato.
La lingua non la capiva ma il tono si!
Chi c'è in questa casa?
Strillò talmente forte che parve una sirena... all'armi!
Nonna ci mise del suo correndo in soccorso del bambino e così fra un urlo e l'altro tutto il comando partigiano si dileguò nella notte.
Il soldato si scusò... forse anche lui aveva un figlio piccolo in Germania.

Andò bene quella volta !
Dieci giorni dopo
era il 24 Aprile
i partigiani entrarono in città.
Si aspettava orgogliosi i propri figli di ritorno dai monti in Appennino
Monte Sole, Brisighella e mille altri anfratti
dove dovere e patria vestivano la stessa veste
qualche schioppo ancora crepitava
qualcuno cadde inaspettato,
tardivo tributo alla libertà.
Fu una gran giornata per Reggio e per la democrazia;
di commozione e speranza, di rimpianto per chi non era più lì a viverla dopo averla a lungo sognata.
Nell'aria una melodia che aveva accompagnato quegli anni...

…O partigiano, portami via …Bella ciao, ciao, ciao ...



                                                       Dedicato a chi è caduto per noi




di
Rossella Catelli
@CatelliRossella
cat-paroleinlibert.blogspot.com
"70 e una Storia" - Parole in Libertà

mercoledì 22 aprile 2015

In ascolto



Amiche care, amici,

queste donne libere, indipendenti, forti e orgogliose che traversano la mia vita, sempre inquiete, sempre in fuga, sempre alla ricerca d'un nuovo porto, sempre pronte a darsi e poi, con lo stesso tratto di intoccabile fierezza, a negarsi, all'improvviso, senza motivo, senza spiegazione, se non la voglia di correre ancora, sull'autostrada, senza vincoli né leggi né legami né rimpianti.
Come le adoro, e quanto le detesto! Come mi riempiono di emozione la vita, e come me la rendono impossibile!
Come mi sono sorelle, e come mi sono distanti, io insoddisfatta, inquieta come loro, ma bloccata, stroncata da un male che non mi lascia un istante, da cui non potrò mai fuggire, e per questo in costante ricerca di certezza. La loro giovinezza pazza e scriteriata agita le loro ali, e in un lampo, sono lontane. Divincolandosi da me, che voglio aggrapparmi, e magari venire via con loro, dietro un sogno, una illusione, una bugia, quale sia.


Anelo un rapporto quieto, intenso e dolce, momenti di intimità perfetta, e la rassicurante dolce serenità d'un progetto, di una visione, di una prospettiva, senza limiti di tempo.
Eppure quel volo libero, veloce, senza meta, m'affascina e mi attrae irresistibilmente, come una raffica di vento mi prende e mi trascina… E invariabilmente mi sfugge, a un certo punto, lasciandomi disperatamente sola con la mia sete d'amore, inesausta.

Per voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore

M.P.






In ascolto


Io l'ascolto, ma non lo sento, il mare
che chiama, oltre le dune,
oltre le banchine del porto,
oltre le scogliere che cingono il golfo
con un diadema di ossa frantumate,
e narra mormorando oppure
rumoreggiando le leggende dei naviganti
portate a terra dai nobili gabbiani.

Io l'ascolto, ma non lo sento, il vento
delle alte cime, che suona
le arpe dei canneti, a valle,
e le canne d'organo delle guglie
quando sale lassù dove l'Uomo
può incontrare faccia a faccia Dio
allungando un braccio verso il cielo
e aprendo la propria mente
nello spazio, illimitatamente.

Io l'ascolto, ma non la sento, la voce
rauca di questo fiume, che traversavo
da bambina col cuore in gola
e l'anima audace come mai più
sarebbe stata, raccogliendo la gonna
nella cintura, quella voce
che mi sfidava all'avventura,
cui io rispondevo impudente, saltando
come una cerva tra pietra e pietra.

Io l'ascolto, ma non lo sento, il cupo
mormorio della città, tra le mura
dei palazzi, nelle strade che si sciolgono
in altre strade, così teatrale, così vano.
E io ascolto, ma non lo sento, lì il rombo
del due cilindri della tua motocicletta bianca
che s'allontana, ora, adesso, forse per sempre,
che mi racconta di passione, di libertà,
di bellezza, di dolore, di tradimento.

Io l'ascolto, senza posa, il tuo cuore
che palpita di fuga, di orgoglio, d'impunità,
io l'ascolto, ma non lo sento.



Marianna Piani
Nebbiuno, 21 Novembre 2014

sabato 18 aprile 2015

Berceuse urbana



Amiche care, amici,

per alcuni mesi il mio lavoro mi ha obbligata ad attraversare in macchina la città, ben prima dell'alba, per raggiungere gli uffici in cui dovevo svolgere l'incarico. Lavoravo con l'asia, principalmente, per cui questo era l'unico modo per avere una finestra di attività sincronizzata con il loro fuso orario.
Questa che segue è l'annotazione in versi, come in un taccuino d'appunti, di immagini, sensazioni, figure e scorci presi così, al volo, e fissati nella memoria, durante quei risvegli precoci e quei tragitti solitari in una città ancora in gran parte addormentata, prima dello scatenarsi del traffico del mattino.
Ne è uscita una sorta di barcarola - o di nenia notturna - che ora vorrei qui condividere con voi, amiche dilette e amici cari, come di consueto, con amore.

M.P.





Berceuse Urbana


Il traffico e l'affanno brevemente
lasciano la città alle mura dell'alba.
Un marchingegno passa con rumore
cupo, come quello d'uno scavo.

Una ragazza rapida lampeggia
le sue lunghe gambe scure
mentre s'infila in una vettura
che sguscia via di soppiatto.

Il locale chiude alle sei,
chi ha bevuto vomita sul selciato,
la sua compagna attende intanto
illuminando una sigaretta:

si puntella al fianco d'una vettura,
ma lei almeno regge, ancora,
non si strugge in mezzo al fango.
E poi tanto, lei, non ha premura.

Intanto passa il quarantasei,
forse il primo della giornata, scagliando
i suoi cristalli gialli lungo i muri
dei palazzi vecchi e fratti.

Stanche facce di lavoranti sfatti,
d'ogni razza, ognuno stretto
accanto all'altro, in una pace indifferente,
come vacche che s'ignorano

pigiate nella stalla. Cinquanta fiati
riempiono di condensa gli angusti vetri
come una pioggia dall'interno,
come la desolazione appanna

il loro cuore incapace di speranza.
Eppure, nonostante tutto vanno.
Vanno, chissà dove,
e si perdono nell'alba.

I netturbini iniziano la battaglia
immergendo i guanti nelle scorie,
nella corruttela scaricata
dalla umana vita che ora brulica

con le sue storie celata nelle pance
degli edifici. Storie consumate
tra monotonie di pasti, lussurie
avventate, fosche illusioni digitali.

L'inconsistenza regna
in queste poche ore sulla città,
disgrega i muri e le geometrie
caotiche e sicure del diurno.

E raggela il diuturno divenire.
Un uomo solo s'avventura nella via
deserta. L'esser così solo pare
 
confacergli eppure - quell'uomo soffre.

Così, io mi sento, a volte,
così sola, così smarrita,
così ferita, mentre l'alba si consuma
e un male corrompe ogni vita.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Io vorrei dire queste cose
alla mia compagna,
ma ella dorme innocente,
aggruppata tra le coltri.

E allora intono un canto
a bocca chiusa, dolce e quieto,
cosicché ella mi oda
nel suo sonno, senza destarsi,

e anche nel suo abbandono ella
possa sempre, sempre amarmi.




Marianna Piani
Milano, 20 Novembre 2014

mercoledì 15 aprile 2015

Frattali


Amiche care, amici,

Una composizione un poco anomala nella mia produzione consueta, ma forse non poi così tanto.
Nonostante la mia preparazione eminentemente "classica" e artistica, e la mia attività principale anch'essa di stampo artistico, sono stata da sempre attratta dalla conoscenza scientifica, non tanto per le scienze più astratte e speculative, come la matematica, la fisica teorica, che richiedono strumenti molto più avanzati e specialistici per poter essere avvicinate, quanto per quelle più vicine alla Natura e all'Uomo, come la psicologia, le scienze naturali, la biologia, l'astronomia, l'etologia animale ecc.
Mio padre era un ingegnere, per così dire "illuminato" in senso antico: oltre alla sua biblioteca letteraria "classica", che oggi rappresenta la spina dorsale della mia biblioteca personale di cui vado molto orgogliosa, e oltre ai testi e i manuali specialistici del suo campo di attività (in cui io non mi avventuravo mai, dato che consideravo quei testi come una specie di "summa teologica" dal linguaggio - anche grafico - affascinante ma incomprensibile), teneva viva anche una buona collezione di testi più latamente scientifici e, soprattutto, era abbonato al "Scientific American", una ottima rivista di divulgazione scientifica, come certo molti di voi sanno. Questa rivista è stata per anni una delle mie letture extracurricolari preferite, e ancora oggi di quando in quando, sporadicamente, l'acquisto, giusto per tenermi aggiornata.


Ad ogni modo, questa mia consuetudine certo solo amatoriale con il pensiero e gli argomenti delle scienze empiriche e sperimentali mi ha resa convinta come non vi sia un confine netto tra i diversi settori della Conoscenza, e come anzi ognuno di essi contribuisce a definire il senso dell'Universo che abitiamo e la concatenazione degli eventi che ne costituiscono la sostanza, con la vertiginosa, impressionante continuità dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande. Forse questa è la vera e unica espressione teologica e teleologica (scusate i paroloni, ma qui si impone) del nostro orizzonte esperienziale.

Amiche dilette, amici, condivido con voi questi pensieri e questa piccola composizione che ne sono l'origine.

Per voi, con amore...


M.P.





Frattali


In una conchiglia s'avviluppa
l'universo intero, inclusi il Cielo,
i suoi dei, e l'Averno affollato
dei nostri piccoli démoni scatenati.

Un'umile conchiglia - guarda! -
prendila tra le dita piano
con la grazia che tu sai dare
a ogni gesto della tua mano.

Ponila davanti ai tuoi occhi,
questi magici occhi nocciola,
e vedi com'essa riflette
la loro finissima trama

di pagliuzze brune e dorate
immerse in un'iride immensa.
Guarda, stai attenta, osserva
come s'irradiano le volute

in una spirale infinita
che pare alludere all'abbaglio
che dopo una morte v'è vita.
Guarda l'infinitesimo dettaglio:

ogni singolo inviluppo
genera una esile guglia,
ogni guglia è in sviluppo
un'ardita micro-architettura.

L'esterno avvolge l'interno
come un mantello panneggia
sopra l'invisibile corpo
d'una impalpabile Sirena.

L'esterno è tufo corrusco,
l'interno è marmo sinuoso,
l'uno si ravvolge nell'altro
in un infinito viaggio a ritroso.

La tua bellezza, come questa
forma perfetta, si svolge
a spirale da un unico cuore

all'incommensurabile infinito.

Come un'unica danza in ellisse
dalla conchiglia alla galassia.



Marianna Piani
Milano, 16 Novembre 2014

sabato 11 aprile 2015

La tua mano



Amiche care, amici,

non sto per nulla bene in questi giorni, tuttavia non voglio rinunciare a questo appuntamento con chi ha la pazienza e la bontà di venirmi a trovare qui tra queste pagine.
Per me è così importante questo periodico incontro, perché mi fa sentire che ciò che faccio potrebbe avere qualche significato, per qualcuno di voi, e questo mi rasserena e solleva, e sa il Cielo quanto di ciò io abbia bisogno ora…

Oggi è il momento di una semplice e diretta composizione d'amore, senza altra finalità che quella di esprimere questo sentimento, scritta pensando a una persona che ho amato fino allo sfinimento di me stessa, con cui avevo sognato davvero la possibilità di un rapporto stabile e definitivo: "La tua mano" anche nel senso antico, quindi, di un ideale sposalizio, tra veli bianchi e gigli nei vasi, e amiche commosse, e testimoni, e manciate di riso all'uscita.
A volte l'eccesso di innamoramento e di passione pare impedire il conseguimento di un rapporto davvero solido e di lunga durata, forse perché squilibra la coppia in un senso o l'altro, o brucia per autocombustione, per il troppo calore irradiato.

Amiche dilette, amici, desidero condividere con voi, come di consueto, questa  breve lirica, appassionata, con amore.

M.P.







La tua mano


Sarò perennemente al tuo fianco,
questo è stato il mio voto, il giorno
stesso del nostro incontro.

Reggerò la tua stola, come fa un'ancella,
scosterò dolcemente il tuo velo
come fa la brezza dal mare

e come brezza ti soffierò una carezza
sul tuo volto lunare, e come il mare
poserò l'onda della mia passione

sulle tue labbra, risalendo in tempesta
fino alle scogliere della tua fronte
candida e ardita.

Mi inginocchierò ai tuoi piedi,
come una vestale, e ti aiuterò a sfogliare
le tue scarpine belle - come corolle.

E mi concederò ancora il privilegio
di poggiare le mie labbra sulle dita
fini e solenni dei tuoi piedi, nell'erba,

per incarnare tutta la mia devozione,
il mio culto, per te, mia unica fede.
Come lo sciamano s'annulla nel sole.

E alla fine del meraviglioso giorno
mi coricherò accanto al tuo sonno,
contemplando nel tuo volto il tramonto.

La tua mano allora, dormiente,
s'abbandonerà fiduciosa alla mia,
in pace, finalmente.



Marianna Piani
Milano, 16 Novembre 2014

mercoledì 8 aprile 2015

Poesia dello stallo



Amiche care, amici:

Fermarsi. Cogliere l'istante, quando esso vale la nostra intera vita, e fermarsi.
Smettere di correre, di affrettarsi dietro vaghe chimere, impossibili sogni, irragionevoli speranze.
Lasciare dietro a sé la disperazione, e abbracciare tutto ciò che è del nostro amore, in un unico, largo, generoso e vigoroso gesto.
Che non è di possesso, badate bene, ma di condivisione.
Questo, amiche dilette e amici cari, per me è l'essenza del gesto poetico.
La poesia, in ogni forma d'arte, se ci pensate, risiede tutta in questo istante fermato, sospeso, sulla soglia della sua dissoluzione.

Vi trasmetto queste considerazioni e questi versi, come sempre, con amore

M.P.





Poesia dello stallo


Mia cara, il volo culmina in alto
fin dove giunge la tua fantasia,
e qui si ferma per un lungo tratto,
a lungo in bilico tra il nulla e il tutto.

Amica mia, io ora mi fermo,
le braccia nude sulla staccionata,
un morbido scialle sopra le spalle,
il vento che gioca coi miei capelli.

Mia diletta, non vedi che in basso
il lago t'apre le sue larghe braccia
d'argento, e ti chiama con la voce
delle sue folaghe, e degli aironi?

Sorella amata, osservare dall'alto
di questa terrazza, coi piedi immersi
nel folto trifoglio, il volo di storni
che s'avviluppa laggiù nella valle,

respirare la bruma che alla sera
s'alza come un fiato dalla boscaglia,
stringere al seno le braccia percorse
da un brivido di gelo, o di piacere.

Lasciare che la tristezza tracimi
con la tramontana, oltre le alture,
sopra le case umili e disperse
e quelle che s'adunano nel borgo

attorno al campanile, e risalga
passo passo il pendio fino a inondare
il mio giardino, il bel pergolato,

la casa, e il terrazzo, e la mia fronte.

Questo vorrei ora, cara, mio sogno,
mio ardimentoso amore: fermarmi -

Fermarmi, fermarmi ora, sull'orlo
del poggio che scoscende sopra il lago.

Quanto abbiamo viaggiato, quanto abbiamo
rincorso la vita, mille illusioni,
gl'immensi scoramenti, le passioni
d'un istante, le fedi illimitate.

Ora basta, mio bene, io mi fermo
sul colmo di questa salita, prima
che il declivio decada: non mi fermo
a riposare, tutt'altro, mio cuore.

Mi fermo perché l'infinito andare,
il moto perpetuo, la mutazione,
la libertà che da ciò ne deriva,
tutto questo è Vita, mia cara sposa.

Quest'immobilità, di contro, questo
mutare l'istante in un tempo eterno,
questo indifeso momento di nulla,
questo amore mio, questo è Poesia.



Marianna Piani
Milano, 12 Novembre 2014


domenica 5 aprile 2015

Diana Silvestre



Amiche care, amici,

Diciamo che, pur risalendo la prima stesura di questa composizione a oltre cinque mesi fa, il suo "turno" di pubblicazione cade proprio opportuno, in questa giornata di Pasqua, piuttosto uggiosa qui a Milano.
Mi nacque infatti quasi come una preghiera profana, dopo una lunga passeggiata autunnale, alla fine di una giornata di forti piogge, tra gli splendidi boschi e le alture che incombono alle spalle del mio rifugio sul Lago Maggiore, non tanto lontano da Arona e Stresa e dalle rive del lago da non goderne lo splendido paesaggio, non tanto vicino da soffrire per la pressione turistica che in piena stagione (non certo in Novembre) vi gravita.

La sento - questa composizione - "opportuna" a livello personale, perché mi accingo a trascorrere quest'anno una Pasqua strettamente laica e riservata, lontana dai templi, dai riti, dagli scambi di auguri, ovviamente (orrore!) dagli agnelli, e forse, per non attentare troppo al mio fortunato metabolismo, anche dalle uova di cioccolato e, sacrificio per me ancora più grande perché le adoro, dalle colombe (intendo quelle dolciarie). L'unica parentesi realmente e profondamente religiosa, per me quasi rituale, che mi concederò sarà l'ascolto di uno degli oratori di Bach (BWV 249), una vecchia tradizione familiare che mi permette di ricordare in particolare la amatissima figura di mio padre.

In questa cosetta, è la Natura a darmi lo spunto per immaginare una scena allegorica e mitologica, carica di divinità e spiriti silvestri, ma - come accade spesso nei sogni - tutti gli elementi che compongono lo sfondo (direi quasi la "scenografia") del racconto sono tratti da elementi reali, gli stessi che incontro in queste mie passeggiate. Posso trascorrere anche ore su quei sentieri, a respirare, odorare, ascoltare, e pensare. Non me ne stancherei mai. Per chi come me per vita è lavoro è immerso gran parte del suo tempo nella astratta agitazione di una grande città, momenti come questi sono una impagabile ricarica per lo spirito e la mente.

Amiche dilette, amici, condivido con voi questa piccola riflessione e questi versi, del tutto laici e profani - tranne forse nel finale - con un augurio a tutti, indipendentemente da credo, religione, filosofia di vita, di una dolce serena Pasqua d'amore.

M.P.







Diana Silvestre


Il lungo sospiro del Fauno
pare la voce di questo vento
che s'addentra nella selva
penetrando i rami, scuotendo
i fogliami, sibilando
tra gli ultimi steli dell'erba.

Il pianto della Diana Silvestre
paiono questi acquitrini
che si protendono allagando
il sentiero, tagliando in due
la foresta, lato a lato,
rendendo interdetti agli umani

questi luoghi benedetti.
E quando un alato Mercurio
si attarda a cercare, dall'alto,
tra le siepi accalcate e le felci
disseccate e già morenti
la sua Ninfa riottosa, che gli fugge,

allora tra i rami filtrano urgenti
quei raggi dorati,
che noi crediamo il tramonto
del Sole che sfiamma
tra le dolci alture, nude
come seni, sfrontati,

sull'orlo dell'orizzonte.
Diana cercherà ancora
la sua cerva superba
a questi ultimi raggi
che rischiarano la brughiera,
finché la notte non sopravanzi.

Allora finirà ogni cura
degli dei e degli umani.
Allora ogni anima, ogni mente,
si aggrapperà convulsamente
a ciò che la tiene in vita ancora:
chi il Giovane Ardore, chi Nostro Signore,


chi, umanamente, un Unico Amore.


Marianna Piani
Nebbiuno, 7 Novembre 2014

mercoledì 1 aprile 2015

L'Alieno sulla collina



Amiche care, amici,

In questi giorni sono molto presa con il lavoro (quello che mi dà da vivere, intendo) e non trovo quasi il tempo per dormire. Tuttavia non voglio annullare l'appuntamento di oggi con voi, non fosse che per la gratitudine e il rispetto che vi devo, e per il piacere che mi dà incontrarvi, e, se volete, dialogare con voi.
Questa che vi vorrei proporre oggi è in certo senso un "raccontino in versi", scritto nel corso di una notte serena, nel mio consueto e amato "rifugio" al Lago Maggiore.
Non voglio commentarla o presentarla, né mi addentrerò in questioni di "cucina" poetica, come mi piace fare in altre occasioni. Complice anche il tempo ristretto che ho a disposizione, sufficiente appena per una revisione un po' accurata, vi lascio del tutto liberi alla lettura, se vorrete, sperando che questa "favoletta fantascientifica", questo apologo immaginario, possa essere di vostro gradimento, e forse vi faccia un po' sognare...

(Dedico questa composizione al mio amico alieno, A.T.)


Con amore


M.P.



L'Alieno sulla collina


L'Alieno discese all'alba sopra un prato
in cima alla collina. Stremato
dal lungo viaggio sedette in mezzo all'erba
ancora verde come smeraldo
tanto alta da giungergli alla barba.

Ma era Autunno inoltrato lì sulla Terra:
sotto di lui v'era una boscaglia
fitta di rami lucenti di foglie
bruno dorate, come una tiara
scintillante sulla fronte della collina.

Più in basso un breve piano, e alla fine
il lago marezzato d'aurora.
La brezza lieve cullava sul pontile
i pennoni delle barche ancora
sopite ad ali chiuse, come gli aironi.

Una campana sulla riva di fronte
chiamava con la sua voce suadente:
era quello il canto di terra e infanzia
che inteneriva la buona gente
che abitava quei giardini e quelle sponde.

Egli pensò allora alla sua lontana Stella,
contemplandone il quieto bagliore
poco sopra la linea dell'orizzonte,
e pensò che la luna a favore
ancora così splendente, fosse quella

l'ultima occasione per il suo ritorno.
Ma rimase ancora a meditare
su quell'altura sopra il lago, di fronte
alla riva scura, a ragionare
dell'umano e del divino, e del giorno

che nasceva ora, di vita e morte,
e della bellezza della luna
balenante sulle foglie d'erba, lustre
di rugiada, e quella cuna
che la valle allestiva al lago, la notte.

Poi all'improvviso, prima che sorgesse
il sole di là dalle alture,
egli ripartì, con un sibilo vago
dei motori, verso le pure
distanze interstellari, ovunque fosse

la sua meta finale, o il suo porto.
Rimase sull'erba soltanto
l'impronta scura d'un circolo perfetto
e il segno del suo rimpianto
per un mondo così dolce, ormai volto

a un destino irrimediabilmente corrotto,
a un tramonto ineluttabilmente irrisolto.




Marianna Piani
Nebbiuno, 6 Novembre 2014