«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 28 marzo 2015

Senza interesse alcuno



Amiche care, amici,
Questa è una di quelle mie "istantanee" di pensiero, che a volte sento di dover mettere sulla carta, come immagini fermate nel loro scorrere da un otturatore fotografico, che le fissa nella emulsione sensibile della memoria.
A volte mi viene da pensare che la Poesia stessa possa essere immaginata metaforicamente come un otturatore fotografico, regolato di volta in volta in modo da fissare la luce, poca o tanta, di una scena, oppure il suo movimento, lo scorrere stesso del tempo.
E come in una fotografia, direi in bianco e nero, in modo da esaltare i toni delle luci e delle ombre, raffigura una scena reale, salvo elaborarla e darle senso per il solo fatto di averla fermata in quel preciso istante, da quel preciso punto di vista. Tanto è vero che i primi appunti di questa composizione li ho "buttati giù" proprio mentre sedevo a un tavolino di un bar, simile a quello qui descritto, per concedermi un aperitivino solitario, e per tirare il fiato dopo un pomeriggio trascorso in centro, tra boutique e librerie. Poi l'ho completata e perfezionata un paio di giorni più tardi.


Non lo faccio più così spesso come un tempo, di solito ora mi basta imprimere nella memoria il mio pensiero e poi lavorarci sopra con calma appena sono tranquilla con me stessa, magari a sera, o alla notte; ma quando invece mi capita di farlo è per rispondere a una urgenza forte, oppure per non rischiare di perdere un concetto troppo complesso per poter essere conservato in memoria senza rischio di perderne la completezza.
Bene, in questo caso è stato il mio senso di solitudine - il tavolino di un bar, con un solo bicchiere al centro, è l'epitome della solitudine - a rendermene urgente l'espressione.
La condivido con voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.

M.P.





Senza interesse alcuno


Sono - sola -
senza interesse alcuno
seduta al tavolino
piccolino e tondo
del bar che ben conosco
centellinando un aperitivo
non importa quale
purché mi dia modo
di sostare per qualche istante
dalla corsa senza fiato
di queste giornate
scriteriate.
Tutto è usuale intorno.

Una donna sola, suscita
curiosità, fa sorgere
domande, indiscrete
in buona parte, o anche
abbastanza screanzate,
ma in fondo, dite,
chi mai è proprio solo?
Accanto a me
due altre donne brune
discutono tra loro, animate,
le belle gambe accavallate
tra sedia e tavolino,
con nonchalance,
e un qualche chiaro intento
di seduzione.

Poco più in là una coppia
consuma un qualcosa
guardandosi negli occhi,
mentre il cameriere, assorto,
appoggiato al suo bancone
disegna circoli con un piede
in attesa forse d'un nuovo arrivo,
o forse, di Signora Morte,
che s'attarda chissà dove.
Io mi ritrovo, colà, guardando
il mondo che corre intorno,
come fossi d'un altro mondo,
per qualche istante,
e con nonchalance accavallo
anch'io le gambe tra sedia
e tavolino, forse anch'io
con un segreto intento
di seduzione.

Sulla via passa il mondo,
come di consueto indaffarato,
innervosito, annichilito
in una ricerca senza posa
d'un motivo, d'un senso
qual esso sia
al proprio insano movimento,
io da parte mia rimango ora
come una frase chiusa
tra due parentesi ricurve
sulla stessa, fissa
a fissare la browniana agitazione
delle bollicine nel mio Crodino:
l'Universo intero è per me ora
in quel bicchiere rosso vino.
Trasparente. Un po' agghiacciante.

Non far niente, e per qualche istante,
vagare nel vuoto
di un pensiero indifferente,
sentirmi addosso
il mio corpo di ragazza
pronta a concedere sé stessa,
carnalmente, ora, adesso,,
così come si fa cogliere la rosa
rossa dalla mano della sposa.
Se vi fosse solo attorno
qualcheduno che mi prendesse
come sono, qui e ora.
Ma sto quieta.
Ansiosa, eccitata, eppure quieta,
in questo meriggiare urbano
autunnale assorto, senza vento,
mentre sento il ferro freddo
della gamba del tavolino
sul ginocchio che vi s'appoggia
senza intenzione.

É un momento
che si prolunga indefinitamente,
tutto è immoto,
come in un fotogramma fisso
ritagliato dal continuum della vita.
Le bollicine, anch'esse
han cessato d'affannarsi
a correre a morire in superficie.
Vorrei tanto
cessare anch'io di risalire
senza posa con affanno
verso un fine che è un inganno,
rimanere immota, indefinitamente,
donna sola, quale sono, le gambe
elegantemente accavallate,
in quel baretto che conosco
in fondo al viale.
Che importa in fondo
se tutto il resto è uguale?



Marianna Piani
Nebbiuno, 2 Novembre 2014

mercoledì 25 marzo 2015

L'ore



Amiche care, amici,

nel corso della mia vita nella scrittura - prevalentemente scrittura lirica come sapete - mi sono incontrata, scontrata, abbandonata, ritrovata, lasciata ancora, più e più volte con questo elemento fondamentale "armonico" e timbrico della poesia: la rima. Generatrice ed insieme distruttrice, ala e insieme catena.

Nel passato non era così, ma oggi il verso libero è una opzione forte, apparentemente "facile", apparentemente obbligata, per uno scrivere che non sappia di arcaico, di superato, se non di goffo e infantile, sentimentale e goliardico.
La rima, come in generale la metrica chiusa, in realtà ha passato un lungo periodo storico di disgrazia e di opacità, in parallelo con il figurativo in arte e il tonalismo in musica.
In seguito la rima è stata abbandonata perfino negli slogan pubblicitari, ultimo baluardo del kitsch retro, e si è completamente affrancata e per così dire liberata dal suo antico vincolo con la Poesia militante, con la scrittura creativa d'alto profilo. Nel contempo milioni di scrittori a ogni livello si sono impossessati del "verso libero", disponibile per la sua apparente facilità a qualsiasi uso e abuso, riempiendo - oggi - milioni e milioni di caratteri digitali, e di fatto togliendo anche al verso libero ogni valenza di rottura, di innovamento, di pregio artistico. Di fatto oggi il verso libero è praticamente la "norma" per lo stuolo immenso dei poeti dilettanti o improvvisati, mentre il lavoro degli Autori "estabilished" (non voglio dire professionali, perché la poesia non è mai comunque una professione) hanno iniziato ormai da anni a riavvicinarsi al verso "classico", se pur con mille possibili varianti o distinzioni.
Per questo oggi in realtà siamo molto più liberi che nel recente passato. Perché ci siamo sbarazzati finalmente di veti pregiudiziali e di altrettanto pregiudiziali normative; rima, verso irrelato, metro chiuso o libero, sono tornati a essere ciò che sono sempre stati, semplici strumenti di linguaggio.
In altre parole ciò che conta è il pensiero, l'emozione, e uno scrittore di versi, me compresa, ormai si può sentire perfettamente libero e "autorizzato" a scegliere uno o l'altro strumento per esprimersi nel modo per lui più consono ed efficace.

La rima in verità è un elemento del comporre che mi ha sempre profondamente affascinato, perché lo trovo così vincolante, specialmente quando espresso in schemi fissi (ABAB CC ecc) ma nello stesso tempo capace di trascinare il pensiero su vie del tutto inattese, sorprendenti, imprevedibili per lo stesso scrivente, che a volte si trova a seguire piuttosto che guidare la formulazione del proprio discorso. Il suo peso e ingombro me ne hanno tenuto lontano per lunghi periodi, ma ora, gradualmente, e anche man mano che la mia agilità tecnica, diciamo così, con l'esercìzio e lo studio quotidiano cresce, mi ci sono cautamente riavvicinata.

In questa breve lirichetta mi richiamo all'esempio di uno dei Poeti per me più fondativi, e amati, Umberto Saba (io, triestina di nascita e formazione, l'ho incontrato in un periodo precocissimo della mia vita, e sa il cielo quanto questo possa aver influito, anche inconsapevolmente, sulla mia successiva crescita come scrittrice - se pur rimasta sempre pervicacemente dilettante) che della rima ha fatto largo e libero uso e di cui si è anche preso gioco, con la sua impareggiabile grazia. Tenendo in sottofondo però l'ombra di una ingombrante figura, quella di d'Annunzio, anche lui per me un'incontro precoce, anche se in senso assai problematico. Eppure anche il Vate, mi rendo ora conto, ha avuto un ruolo - in massima parte inconscio - nella mia formazione, per la impareggiabile abilità linguistica e di sperimentazione tecnica delle prosodie più varie e complesse. Ho già detto in queste pagine come al Liceo (Classico) la mia insegnante di Italiano conferisse alle mie prove di scrittura una etichetta di "dannunziana" che io - all'epoca - consideravo poco meno di un insulto e respingevo sdegnata. Ma so bene che frange di quel particolare gusto linguistico mi sono rimaste impigliate alla penna fino ad ora, solo che ora ne sono consapevole e so come contenerle, o ribaltarle.

Vi lascio, amiche dilette e amici, con queste riflessioni, e questo piccolo omaggio a due grandi poli opposti (che più opposti non si potrebbe) della mia (e non solo mia) evoluzione cognitiva ed espressiva, e della Poesia moderna in generale.

Con amore

M.P.





L'ore               

               (Ulteriore omaggio a Saba
              e, tacitamente, D'Annunzio)

Scivolosa china
della rima in ore - come fiore
dolore, chiarore, motore, furore,
afrore, sapore, amore...

Quant'è laborioso evitarti:
tanto vale eludere a priori
ogni rima, o finanche
ogni assonanza, e affidarsi

a ben altre pirotecnie,
come i liberi ritmi e versi
scardinati, vincolati soltanto
dal budello tenace dell'emozione.

Ma l'attrazione del suono
l'oblio del canto
ancora ci incanta, dopo tanto
lupanar di parole e l'abbandono

di ogni cognizione,
di ogni ordine, di ogni intento
di riconoscimento: soltanto
vorremmo respirare

dopo tanta apnea d'armonia,
dopo tanto fiele di morte parole,
dopo questo affanno di vuoto,

dopo quest'agonia, quest'anarchia

che della libertà fa scempio
e strame: respirare vorremmo
sulle alte rovine d'Olimpo,
riaprire, vestali, le porte del Tempio.



Marianna Piani
18 Ottobre 2014

sabato 21 marzo 2015

Docile, accanto




Amiche care, amici,

Oggi vi propongo una  piccola elegia, uno di quei miei quadretti, o foto ricordo, che mi fanno sempre star bene, nello scrivere.
In realtà non mi importa nulla di apparire troppo… elegiaca, appunto, o crepuscolare, come un giorno qualcuno mi ha detto.
Anzi, se devo essere sincera, proprio non mi importa nulla, in assoluto, di "apparire" un qualsiasi cosa. La mia scrittura segue semplicemente il mio pensiero, ed è questo il privilegio che una dilettante pura, come amo definirmi, si può permettere, se si tiene lontana dalle sirene dell'ambizione e dai gatti & volpi delle finte riviste, dei finti premi letterari, delle finte pubblicazioni e dei finti libretti.
Vale a dire la libertà di seguire il proprio istinto, la propria cultura e la propria sensibilità, in totale indipendenza, e senza seguire le mode, le correnti, i salotti reali o virtuali, le  consorterie, i personali esibizionismi e i narcisismi basati sul nulla.
Non è una posizione snobistica, credetemi, è solo sincero bisogno, anzi urgenza di libertà, il quale è il bisogno primario della mia esistenza, cui sono sempre disposta a sacrificare ogni altra considerazione.
Il rischio, perché c'é un rischio ed è grosso, è l'isolamento, e con l'isolamento il congelamento della propria capacità creativa in una situazione statica, e non di evoluzione e di crescita o rinascita. Per questo io ho eletto le mie lettrici e i miei lettori, le mie amiche e amici, proprio voi, come unico e primario confronto, unico e primario obbiettivo di questo lavoro, che prende senso nel momento in cui mi permette di "comunicare" con l'altro da me, sperando nel contempo di donargli una parte del mio essere, della mia anima. Non diversamente da quando si indossa un bel vestito: lo si fa per esigenza personale, prima di tutto, per sentirsi bene con sé stesse, ma poi non serve a nulla, è insensato fermarsi allo specchio di casa; perché il vestito, il bel vestito, è fatto per comunicare agli altri la propria emozione, la propria bellezza, il proprio stato d'animo, il proprio desiderio.

Vi offro dunque questo "bel vestito", amiche dilette e amici, come sempre, con amore

M.P.






Docile, accanto


Docile è il tramonto
e dolce, quando si spande
sulla pallida linea dell'orizzonte,

docile e ansioso è il vento
che si frange sulla linea costiera
dei pini protesi ad abbracciare
la loro ombra e a lasciare nell'aria
morte aghifoglie e profumi
di resina ambrata.

Docile e poderoso il mare
che s'abbatte sulla scogliera
che protegge l'approdo
dei fragili umani natanti,
e s'erge in ondate di schiuma
salmastra di rabbia,

vestigia di remote bufere.
Docile il mare, e amareggiato
allorché giunge a carezzare la riva
e trova i miei piedi trepidi esangui
piantati come bianche radici
nella ghiaia della battigia.

Docili, come giumente
le nubi che in cielo s'aggreggiano
come in attesa paziente
e fremente che giunga il pastore
e le guidi al fondovalle
ove le attendon le stalle e gli ovili.

Indocile invece, fremente,
è la linea del tuo sguardo
come un dardo lucente,
e il taglio amaro delle tue labbra
dischiuse appena
per assaporare la sera.

Ribelle, come un branco
di puledri selvaggi in prateria,
la tua chioma, sul guanciale,
e ribelli se pure sopite
le tue svelte belle caviglie
pronte, da sempre, alla fuga.

Docilmente, imprevedibilmente,
la tua mano tuttavia non fugge,
ma rimane, senza un tremore,
acquattata, come un furetto,
sotto la mia che si posa
ma non preme, non trattiene.

Solo, senza intenzione cosciente,
trasmette speranza, e il calore
d'un indicibile volere.



Marianna Piani
Milano, 18 Ottobre 2014

mercoledì 18 marzo 2015

Il femminile rimpianto


Amiche care, amici,

questo testo giunge al suo turno di pubblicazione proprio in questi giorni in cui il sentimento di cui tratta - il rimpianto - è per me più acuto e vivo, per una serie di coincidenze personali ed emotive.
Il rimpianto forse è il più umano dei sentimenti, poiché presuppone una precisa cognizione dei propri affetti, e una memoria ben conformata (non soltanto d'immagini, ma tattili, concrete, tangibili)  da confrontare con il presente.
E tra i sentimenti umani, il rimpianto forse è il più femminile, come cerco di spiegare in questi versi a "canzone libera".
Più disarmato, più elementare della malinconia, che è un elaborato intellettuale della propria inadeguatezza a vivere - com'è magistralmente raffigurata nella celebre allegoria di Dürer - e che in un certo modo ha una connotazione più maschile, il rimpianto è il puro e semplice eco di questa inadeguatezza.

Desidero condividere con voi, amiche dilette e amici, questi pensieri, con amore.

M.P.





Il femminile rimpianto


Lo sappiamo
quant'è femminile sentimento
il rimpianto.

Il maschio Eroe che torna
all'irsuta sua Itaca di pietra e rovi,
non rimpiange la lontananza
subìta o ricercata,
la celebra invece, con il vino,

le concubine, e i compagni;
né rimpiange quella donna
che non ha posseduto in quegli anni,
che forse ha sognato con turbamento
nelle lunghe notti all'accampamento;
non rimpiange gli amplessi
mai avuti, ormai perduti,
si getta in cambio
con nuda anima in battaglia
a insultar la morte, oppure
bardato d'imperio e arroganza
a stuprare vergini vestali
degl'idoli avversari.

Una volta poi tornato
incolume al talamo
e al principato,
non rimpiange i compagni
caduti a grappoli al suo fianco,
a decine, o centinaia, nel massacro,
e nemmeno gli eroi nemici
sopraffatti e cancellati,
né le rapine di beni e luoghi
consacrati, né l'innocenza
perduta così per sempre.
Non rimpiange, l'Eroe, di sé:
se ne fa gloria!

Noi invece che sediamo
sull'orlo della fiumana
e lasciamo spiovere sull'acqua
i capelli, biondi o bruni,
come fanno i salici
dall'argine di fronte,
noi femmine che osserviamo
nell'increspatura dell'onde
la nostra figura d'ombra
vibrare di sensi inappagati,
e i nostri occhi scintillare
di interminati pianti,
e le labbra che si schiudono
in preghiere mute,

come umide corolle,
noi lo sappiamo
di quanto atroce sia il rimpianto
di cui soffriamo.

Ogni carezza non avuta,
ogni bacio obliato o mai dato,
ogni parola rifiutata o taciuta,
ogni distanza, ogni speranza
tradita e ritradita, ogni inganno
alla nostra fede ostinata,
ogni compagno, ogni fratello,
ogni figlio ahimé perduto:
è un rinnovato rimpianto,
un'insostenibile lacerazione
dell'anima dal cuore,
una intollerabile proroga di morte.

Noi camminiamo sole, a piedi nudi,
lungo la riva del nostro vasto mare,
e contiamo mentalmente una a una
le onde indifferenti e inumane
che ci vengono a lambire
dolcemente le caviglie, inglobando
a ogni passo le nostre dita di corallo
nella rena molle
che ci accoglie:

quelle onde disperanti
che attendiamo che ci rechino

al cospetto del dolore
le memorie, i pochi resti,
le inerti spoglie,
i lacerti senza forma
dei nostri amori eroici

fuggiti a noi lontano,
che immaginiamo oramai
abbandonati alle correnti.

Ci raccogliamo
nei nostri pepli bianchi,
immacolati d'una purezza
perduta invano,
e ci stringiamo con le mani
i polsi sopra il grembo,

convulsamente,
e gonfiamo il seno
nel sospiro e nell'affanno.
Questo siamo:
femmine lasciate
escluse, abbandonate, escavate,
svuotate come conchiglie
disperse a rinsecchire

sull'arenile.


Marianna Piani
Nebbiuno, 11 Ottobre 2014

sabato 14 marzo 2015

La fedeltà del ragno



Amiche care, amici,

Desidero proporvi oggi una breve composizione di andamento lirico leggero, vagamente retro, scritta pensando a quel sentimento di difficile definizione che è la Fedeltà, e alle sue due "sorelle di sangue", la Fede, nobile e impegnativa, e la Fiducia, più vivace, un pò ingenua, e alla mano.
La Fedeltà ha a che vedere - strettamente - con l'amore e in questo si distingue dalle due sorelle sopra dette. La Fedeltà in un certo senso è il prodotto di quel fenomeno di combustione che è l'amore, e nello stesso tempo è uno dei combustibili che ne alimentano il propagarsi nel tempo.
Ma io ho scelto, come potrete vedere, un punto di vista molto particolare per ragionare su questo argomento.
Sarei felice se vorrete seguirmi in questa piccola digressione, amiche dilette e amici cari… e fedeli.

Con amore

M.P.





La fedeltà del ragno


Si può chiamare fedeltà, quella del ragno,
al suo buco nel muro, di calce rappresa,
alla sua ramaglia, nella scura boscaglia,
alla sua madia scardinata, nella cantina?

Della fedeltà ha la costanza, e la pazienza,
e l'intima sofferenza, e, forse, la lunga
faticosa immobilità, la necessità
di non esser scorto, da uno sguardo più accorto.

Della fedeltà ha la consuetudine all'oscurità,
al cantucciarsi in profondità, come in una vagina,
oppure a filare l'aerea vela, di traverso
al vento, contento nel vederla luccicar di brina.

Della fedeltà in più ha la destrezza
e la fulminea grazia nel ghermire il dittero ignaro
o la vanitosa mariposa, fastosa di broccati
e tinte che rivaleggiano d'emozione con il cielo

dei meriggi estivi, lei che frulla d'una levità
così sommessa nel narrare fiabe di fauni e ninfe
alla brezza, mentre indugia tra i capelli alla fanciulla.
Non per nulla è così mortale - la bellezza.



Marianna Piani
Milano, 6 Ottobre 2014

mercoledì 11 marzo 2015

Il Cimento e la Sostanza




Amiche care, amici,

Non mi dilungherò su questa composizione, dedicata esplicitamente alla mia mamma e al mio papà, per tutto quanto mi hanno dato, oltre alla vita, in sensibilità, conoscenza, capacità di discernere ed amare la bellezza.
È un dono immenso questo, che non è per nulla facile da sostenere, anzi, è un impegno costante, una eredità che occorre non sia dispersa, stupidamente dilapidata, ma piuttosto coltivata, cresciuta, onorata. Proprio per il rispetto e l'amore che devo loro.
Da loro ho imparato che l'arte è lavoro e il lavoro è arte, un concetto di formidabile importanza, che mi ha guidata per l'intera vita.

Ho imparato che la bellezza non è data per scontata, mai, è frutto invece di lavoro umile, costante, quotidiano, sia per poterla semplicemente apprezzare, sia - tanto più - per poter osare, tentare di produrne. Occorre lavoro: onesto, costante e ostinato lavoro, senza poter avere mai la garanzia che questo lavoro potrà portare dei frutti d'una qualche sostanza…
Appunto, come nel titolo, "il Cimento e la Sostanza": il grandissimo insegnamento che mi hanno lasciato due persone straordinarie e straordinariamente innamorate tra loro e della vita.

Desidero condividere con voi, amiche dilette e amici cari, queste mie riflessioni in versi, come di consueto, con tanto inesausto amore.

M.P.







Il Cimento e la Sostanza


Impugnare lo scalpello e scavare
profondi solchi nella pietra informe,
spaccarne i blocchi vibrando
con ogni forza colpi, duri colpi,
fino a gridare forte nello slancio,
fino a vedere emergere dal masso
l'ombra della figura prigioniera.

E a tocco a tocco mandar scintille
e schegge aguzze tutt'attorno,
e giungere alla forma con cimento
madido di sangue sbranando il marmo
a nude mani, fino a ferirsi,
fino a spaccar l'unghie e consumare l'ossa,
fino a fondere lacrime all'ardore.

Dentro la pietra giace il nucleo caldo
dell'emozione, e della illusione,
si cela la forma e la perfezione,
tanto impalpabile e indifferente
alla mente quant'è concreta e viva
la figura, così come si fa luce
e si palesa, alla fervida visione.

La penna, come un vomere
la carta incava, invece, in solchi
che sono a volte graffi, escoriazioni,
a volte ferite slabbrate, a volte
spacchi, o crepacci, seracchi, faglie
che frantumano l'anima nella sua crosta
lasciandone uscire il magma e il plasma.

Nel magma si dibatte la nostra fiamma,
l'emozione che divampa senza legge
che non sia quella della coscienza
e del dolore più brucianti, oppure
vi tuffiamo mani nude per strapparne
l'incandescente cuore ch'è il motore
e il faro di ogni nostro ardore.

Questo, padre, madre mia, è il cimento
cui m'avete nascendomi votata,
cui m'avete destinata al momento
in cui m'avete donato il libro,
la fede, la luce e la costanza.
Ciò che ne esce è lo spirito vivente
dell'amor vostro, e ne è sostanza.



(dedicata a mamma e papà miei amatissimi)

Marianna Piani
Milano, 10 Ottobre 2014

domenica 8 marzo 2015

Tra le mani


Amiche care, amici,

permettetemi oggi una digressione nella sfera più intima e personale d'un amore vissuto, goduto, e sofferto, che mi ha lasciato, dopo mesi di esaltazione e ore di disperazione, un tempo infinito di malinconico rimpianto.
E ci si chiede sempre alla fine se si ha fatto abbastanza per mantenere in vita questa meravigliosa, delicatissima e preziosa pianta.
Purtroppo, invariabilmente, la risposta a questo quesito è un desolato no. No, mai abbastanza!
E si vorrebbe disperatamente rivivere quei momenti. E l'unico possibile modo è la memoria. L'impalpabile materia di cui è fatta la Poesia.

Per voi, amiche dilette e amici, condivido questi miei momenti. Come non mai, con amore.

M.P.





Tra le mani


Tu che m'ascolti, amica mia diletta,
prendimi la mano, tra le tue mani,
tanto simili all'ali d'un gabbiano,
e portami via con te lontano
da questo mio intimo infimo Ade.

I palmi battuti sui vetri opachi
delle finestre, la fronte sulle pareti,
le grate e le inferriate contro il cielo
che si fa piombo, gli occhi accecati
dalla nera demenza delle notti

senza giorno, senza luna e prive
di stelle. Noi due, che siamo sorelle
per la nostra inammissibile unione,
per la nostra infrenabile passione,
possiamo affrontare le tenebre, assieme.

La tua mano mi stringe come il nodo
d'un giuramento, il tuo sguardo si spinge
oltre gli strati e i nembi più alti,
la tua voce dolcemente convince
le viole a far strada ai nostri passi.

Nulla oramai ci potrà più ferire.



Marianna Piani
Milano, 4 Ottobre 2014

mercoledì 4 marzo 2015

Canzone frivola, con ali di vanessa


Amiche care, amici

ma oggi soprattutto amiche: mi concedo una divagazione leggera, anzi frivola, tutta donnesca, se mi si concede il termine.
Il mio rapporto con il mio aspetto, come accade credo per ogni donna, è conflittuale e contraddittorio. Sono ancora nei miei anni pieni, anche se non sono più una "giovincella", ma so di non essere male in arnese. Eppure ogni giorno, allo specchio, mi incontro con una persona che travalica il mio essere, una figura che io curo fin nel minimo dettaglio per il suo apparire, eppure che sento in parte - a volte del tutto - estranea al mio animo più profondo. Una persona - una donna - che si mostra lieve, quasi solare, nonostante quell'ombroso nero di occhi e capelli, sana di vita e d'anima lieta. Eppure, sotto quegli abiti, sotto quella pelle, c'è un grumo irrisolto e pesante di angosce e disperazioni, di abbandoni e di rimpianti.
E mi chiedo, sempre me lo chiedo, a chi rivolgo quell'aspetto, quella seduzione che inseguo giorno per giorno, scegliendo un abito da indossare, un paio di scarpe su cui erigere la mia piccola vanità, il filo di trucco per sottolineare occhi già forse troppo grandi? È per il mondo che intendo attraversare, questo mio messaggio, è per il bisogno incoercibile di essere ammirata, di essere desiderata? Oppure è una sorta di corazza in difesa della mia fragilità, la stessa che in modo diametralmente opposto esercito qui, su queste pagine, evitando accuratissimamente di far trapelare il mio aspetto?
Ma sono domande senza una risposta univoca, e in realtà qui sto già contraddicendo la mia intenzione iniziale, la "leggerezza".


Dunque, dichiaratamente, una "canzone frivola", perché - come ho sempre sostenuto - la poesia non è una noiosa paludata professoressa, è una giovane imprevedibile invece, capace di allegrie smodate come di profondissime tristezze…

La condivido con voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.

M.P.







Canzone frivola, con ali di vanessa



Ma sa Iddio quant'io ami
vestire abiti leggeri, velare
appena la mia pelle dolce
e candida come una meringa
con crespe spume di pizzo ardente
in accordo con le onde dei capelli
e coi carboni delle mie pupille.

Quanto adori dalla gonna nera
plissettata esporre accavallate
le mie gambe libere e ribelli,
belle agli occhi dei ragazzi
e di perigliose giovincelle.
E quanto sia per me pungente gioia
montare quei selvaggi tacchi a spillo

indomabili, e ascoltarne il ticchettio
screanzato sul selciato,
mentre luccicano di smalto
color rubino le mie dita
dai fini sandali corallini
preziosi come gioielli rari
leggeri come ali di vanessa.

Quand'io esco, in questa mia me stessa,
cerco luoghi esposti e illuminati
dove abbracciare il mondo intero,
dove sentire sulla pelle franca
il brivido del vento fresco e cristallino
del precoce autunno cittadino
e di cento sguardi che ho ammaliati.

Non ha paragone quest'emozione
al più alto dei miei più alti versi,
tanto intensa quanto effimera
è la bellezza della donna bruna
che indossa questo mio nome
così come io indosso le sue carni
e il suo femmineo indomato orgoglio.

. . .

Ho saputo infine, da fonte certa,
che gli angeli, come le fate, quando
escono nel mondo, come me anch'essi
calzano i più ardimentosi tacchi
del creato, e le gonne (d'oro e seta)
più azzardate che il buon Dio
consente loro nella sua indulgenza.

Tanto gli angeli come le fate hanno ali
che li sostengono, e non potranno
dunque mai incespicare discendendo
con nonchalance sbadatamente
e un po' troppo sensualmente
le loro lunghe smisurate
sempiterne scale...



Marianna Piani
Nebbiuno, 21 Settembre 2014