«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 30 marzo 2013

Marina


Amiche care, amici gentili, quando un ricordo d'estate ci assale improvviso in una fredda sera d'inverno, mentre fuori gente intirizzita si affretta a raggiungere i propri domestici conforti: il senso del tempo è sospeso, per qualche istante, mentre riassaporiamo le sensazioni e i tepori di lontani abbandoni.
Qui una spiaggia, un mare aperto verso l'orizzonte, un sole al tramonto che ci riveste di caldi aranciati raggi, e il nostro amore che ci raggiunge, emergendo dai flutti come un'onda, dopo una solitaria nuotata. Marina non è un nome, o non solo: è un luogo, ed è una condizione.
Per voi, come sempre, con amore.
M.P.



Marina

La vita è ciò che è, il mattino è un mattino,
E tale è la sera, ogni giorno che un dio
ci concede in questo viaggio ch'è senza meta.
Il Sole veglia il nostro cammino, così come
lo veglia la Luna, più indulgente, più vicina.

Il mare si sussegue al mare, in onde lente
che inseguono altre lente pigre onde, e il vento
rincorre il vento, tra le scogliere e le dighe, e lontani
i gabbiani giocano con le spume dei flutti
come i gattini danno la caccia ai fiocchi dei pioppi.

Io sono parte della battigia, stasera, quasi fossi
una duna di sabbia tra le altre dune mosse
dal vento. Nuda, mi lascio percorrere il corpo
dalle carezze dello scirocco e da un piccolo
granchio impertinente - oppure del tutto incosciente -

che trotterellando mi solletica il ventre.
Il canto a mezzavoce, quasi un bisbiglio,
della risacca mi risuona come la nenia
che mamma cantava le notti che io bimba
morivo di paura e mi ripugnava restar sola.

Il mio corpo, la mia pelle candida come neve,
si offre integra allo sguardo di un Sole vecchio,
indulgente, che si dispone a morire la sua
quotidiana morte, all'orizzonte. Dove una nave
risale contro il cielo colore dell'oro e il Sole

pare un tuorlo, per forma e sostanza, e cromìa.
L'odore dei pini e dei lecci mi giunge fino al viso,
mentre un brivido mi percorre dal ventre al seno.
Appoggio le palme delle mani trepidanti, tese,
sopra la superficie di sabbia, e vi affondo le dita

con uno spasmo di intenso piacere. Ascolto, palpo,
percepisco il pulsare della vita nel corpo immenso
della madre Terra che mi sorregge, schiena
contro schiena, e lascio che quella linfa
mi invada, mi possegga, e in sè mi assolva.

Socchiudo gli occhi, quasi con dolore, per la vivida
luce del meriggio morente. Contro l'astro fiammante
ormai così vicino all'orizzonte da poterlo afferrare
in un abbraccio largo, da amante casto, appare lì
in una nebbia di luce, confusamente, la tua figura.

Snella, forte, tesa e quieta, contro il sole, luccicante tutta
dei mille e mille cristallini del mare che hai appena lasciato,
interdetto, a mormorare dietro le tue spalle, e che ai tuoi piedi
ancora si raccoglie, in umide polle di rugiada e di salso:
Gli occhi chiari come il cielo mi contempli, immobile,

in un indulgente silenzio, una mano flessa sul fianco,
l'altra abbandonata, come inerte, sensuale, ferma.
Io penso allora che per raggiungere il Paradiso
basta tendere le braccia, in alto, mani aperte.
La tua ombra risale su me, come un Angelo stanco.



Milano, 18 Febbraio 2013
Marianna Piani


mercoledì 27 marzo 2013

Mani

Amiche care, amici gentili, una composizione dedicata una delle parti del corpo femminile, assieme ai piedi confesso, da me più amate e osservate. Le mani.
Le mani delle donne, assuefatte, educate da millenni in lavori a volte umili, a volte sublimi, mani capaci di creare, di pregare, di godere, di danzare, di accarezzare, di prendere e dare piacere, mani piccole, delicate, sottili oppure paffute, sempre eleganti, gentili. Tutta la persona è nella sua mano. E tutta la bellezza di una donna, anche quella più riposta, più intima, in una mano si rivela.
Ecco, la dedico a tutte voi, alle vostre mani stupende, e ai vostri uomini, compagni, amanti, figli, nipoti, amici, che da queste mani ricevono quotidianamente vita e devozione.

E la dedico in particolare a cinque donne speciali, che mi donano affetto "a piene mani": Daniela, Livia, Medea, Paola e Rosanna... Con amore.
M.P.




Mani

Le mani, adorne di monili tintinnanti, scintillanti anelli
e perle d'albume bianche. Queste mani di donna,
sensibili, sottili, vibratili, pure, estranee a ogni affanno,
che sfiorano visi come brezze d'autunno
profuse d'un inatteso quieto tepore.

Le mani bianche, traslucenti come intagliate
nell'alabastro, mobili d'armoniose forme
come danzatrici d'un aereo valzer.
Le dita come fuscelli, flessuose, sottili.
carezzano esperte le corde dello strumento

e ne cavano melodia sublime e canto. Le unghie,
iridescenti come scarabei di rame, ticchettano
inquiete sui ripiani dello scrittoio, in attesa
di imprevedibili eventi, e graffiano e incidono e spellano
la corteccia che ricopre la nostra chiusa memoria.

Le mani, le dita, sensibili come giunchi,
esplorano la vita, e i corpi, e i cuori, e i luoghi,
immerse nell'inquieto lago delle tue e delle mie emozioni.
Si afferrano al freddo ferro delle balaustre alle finestre,
per sporgersi a seguire l'amante che s'affretta nella via.

Le mani, pallide come fiamme, si sfiorano, serpeggiano
all'unisono come angelici voli, s'uniscono palmo a palmo
come ali richiuse d'insetto. Le dita tra loro s'intrecciano
con un sensibile, quasi dolente spasmo. Afferrano
l'una dall'altra l'anelito di vita, come un dono già grande.

Le mani svrapposte alle mani, le mani s'accarezzano lievi,
indugiano, nel sentire reciproco il calore nell'intirizzito
inverno. Fuori cade muta a ciuffi di cotone la neve
e nell'aria si spande profumo di pane sfornato e farina
sfarinata sul banco della cucina. Memorie, nelle pieghe

delle mani di donne che impastano cantilenando piano.
Le mani, le mie, si appoggiano al vetro, per prenderne il gelo,
mentre si spande sotto le dita un alone di nebbia
che offusca la visione di te che ti allontani sulla vettura
lasciandoti dietro due solchi sul manto e nel mio fervore.

Le mani si elevano in preghiera, si torcono in dolore,
si inarcano nel godimento, s'appianano di tenerezza,
si serrano per il furore, si flettono alla passione,
si tendono a congiungersi con tutto il fervore
con tutto l'ardore e la fede e il dolore del mondo.

Le mani delle donne: si nutrono di vita.


Milano, 1 Febbraio 2013
Marianna Piani



domenica 24 marzo 2013

Abbecedario XVI




Amiche care, amici. Siamo alla sedicesima voce del nostro "Abbecedario poetico". Apparentemente è difficile trovare un riferimento d'ispirazione per la lettera Q. Ma per me è stato sorprendentemente facile, quasi naturale.
Come sapete, se avete dato un'occhiata alla mia presentazione, io per mestiere faccio la illustratrice e grafica. Vale a dire che quasi quotidianamente ho a che fare con la resa a stampa delle immagini. E come forse molti di voi sapranno, la resa a stampa professionale avviene attraverso l'artificio tecnico della miscelazione dei tre colori primari: Ciano, Magenta e Giallo, con l'aggiunta del "non colore", il nero. In gergo tecnico si usa l'acronimo CMYK (appunto: Cyan, Magenta, Yellow, Key black).
Il che significa, semplicemente, Colore. E il colore è appunto l'ispirazione di questa composizione, volutamente in qualche modo informale, astratta, come una tela di Kandinsky. E attraverso il colore si esprimono una serie di suggestioni e di emozioni, immagini concatenate non da un flusso "logico" o narrativo, ma da puri accostamenti cromatici.

Nello sfondo, tenue fil rouge, soltanto lo svolgersi ed evolversi della luce nel corso di una giornata, dall'alba, al tramonto, alla notte.
La dedico - come sempre - a tutti voi, amiche dilette e amici cari, con amore.
M.P.


Abbecedario XVI

Q
come Quadricromie

 

Ciano, magenta, giallo, nero.

Quando il mondo si sveglia al mattino, apre lo sguardo
al cielo, terso, senza fine, che esprime il colore del nulla
rivelato dalla luce del sole nascente:
il colore dei ciclamini, dei prati punteggiati
dai nontiscordardime come innumeri minuscole stelle,
E il colore degli occhi con cui tu guardi il mondo -
follemente trasparente e chiaro come le sorgenti
che alimentano i laghi nell'Alpe, scintillanti;
blu, ceruleo, azzurro, il colore dell'alghe, il ciano.
La prima stesura di fondo della mia libera visione.

Quando invece s'incendia l'orizzonte, alla fine del giorno,
oltre quel mare che pare infinito
e tuttavia si schianta contro quella muraglia
di fiamme e faville, ribollendo di tutte le leggende
del finis terrae a occidente, ecco, infuria il colore del cuore.
Il colore della mela che addenti,
voracemente assetata del suo succo fragrante,
il colore delle stille di smalto che ti adornano
le vezzose unghie dei piedi,
loro, i tuoi fidi piedi ribelli,
sempre pronti a portarti lontano,
in ogni luogo purchè distante
da ogni memoria, e da ogni rimpianto.
Il colore ardente, il desiderio, la conquista dell'amore,
ogni ferita, il calice di vino levato a brindare alla vita,
il purpureo, il rubino, le tue labbra vermiglie da assaporare,
il morbido carminio del tuo abito bello, il magenta...
Il tocco magistrale, l'accento di vita nel mio dipinto
mai compiuto. Nel ritratto a lei donato.

E quando il disco lunare si leva abbacinante
senza fretta ma inesorabile alla sera,
vibra nell'aria dell'intera atmosfera
il colore cupo e incostante dell'oro.

Lo stesso colore che al sole
ha rapito il grano, o il frutto fatato
del limone, che del sole ha rubato
anche la lucentezza e il sapore.
Oppure, vicino ormai al tramonto dell'astro,
quando quello scudo rotondo pare volere
ricadere sulla Terra, e invece rassicurante rimane,
come un disco di calda polenta appena adagiato
sul tagliere fumante vapore di casa;

il colore della quiete, il colore della certezza,
pallida o intensa come una promessa, il colore
della fede, il colore dei fiori di campo. Il giallo.
Il colpo di un pennello intinto direttamente
nella luce morente.

Infine, proprio alla fine, la notte preme
sugli astri, gonfiando e allargando
nel vento di maestrale il velluto del sipario,
ed è la luce che irrompe, e la luce che muore,

e il nulla.
Gli occhi sgranati nel buio senza pareti
e i misteriosi bagliori generati nel profondo
dai miei occhi stessi.
Mai da bimba ho provato paura del buio
e dei mostri che in esso si dice alberghino.
Forse perchè già ben conoscevo l'oscurità
e i deliri e gli incubi che infestano gli antri
dei miei sogni, e non si può temere

ciò che è parte di sè.
Il nero è il colore senza colore
che la mia matita traccia febbrile
per contenere in forme e concetti
ogni colore, per suo destino e natura, sconfinato.
Nero è il colore che non c'è, e come tale,
come l'assenza per l'amore,

traccia il confine di ciò che è
irrinunciabile.

Ciano Magenta Giallo e Nero.
Pigmenti che intonano e rendono
la fisica materia del mio pensiero.




Milano, 24 Marzo 2013 (data di revisione)
Marianna Piani


sabato 23 marzo 2013

Ricercare


Amiche care, amici gentili.
Ricercare. «Antica forma di composizione musicale di tipo contrappuntistico per strumenti e voci, fiorita tra i secc. XVI e XVII...»

Un titolo di genere musicale per un soggetto quasi filosofico, prima che espressione di una passione.
La vita è ricerca. Anche la Poesia è ricerca. E anche l'Amore, lo è. Una lunga, ostinata, difficile e mai finita ricerca, di sè stesse; di un significato, di un'anima che possa condividere le nostre speranze e le nostre disperazioni.
Innamorarsi, anche quello è ricerca. Cercare, inutilmente ma incoercibilmente, il motivo del nostro sentimento, la sua origine primaria. Innamorarsi è sempre un mistero, e a volte possiamo scoprire che un singolo, minimo dettaglio ha scatenato questa nostra travolgente tempesta dell'anima.
In questa composizione, ho tentato di narrare questa mia "ricerca", dal vagare a tentoni nei territori più impervi, o disagiati, o dolenti dell'anima, fino a trovare una risposta, l'unica possibile, nella luce di uno sguardo. Nel colore di un riflesso. Di noi stesse in quello sguardo.

La dedico, come sempre, a voi, amiche care e amici, con amore.
M.P.




Ricercare

 

Ho cercato tra gli anfratti delle rocce
più inviolabili il segreto del nostro amore.
L'ho cercato nei cunicoli profondi e tetri
e nei cubicoli essudanti salnitro e pianto
del mio deserto tempo
prima del tuo avvento.

Ho cercato con ostinata attenta cura
dentro la sfolgorante, balenante luce
che il lago risospinge al mio sguardo
di ciò che è il Sole in questo albeggiar
d'inverno. E l'ho cercato, con il cimento
di tutto quanto il mio femmineo ardore.

Ho cercato, lungo i sentieri torti e scabri
della mia incerta Fede nel mutante mondo,
e ho cercato percorrendo vaste strade
e tangenziali ribollenti sotto il fuoco
dell'Agosto, e l'ho cercato richiamandolo
a gran voce fino al fondo di questo denso mare.

Fino agli abissi inacessibili a ogni luce,
e fino ai cieli abbaglianti di comete.
L'ho cercato, quel segreto, scorticando
con le unghie i muri di cemento e calce
che confinano la mia pirigione, negandomi
anche il conforto della luce e del vento.

Ho cercato, insinuando le mie dita nelle crepe
frequentate da lucertole guizzanti e neri insetti
esplorando fragili tele e bozzoli biancastri
palpitanti nuove vite, delicati alieni feti.
Ho cercato sulle cime più fiorite delle colline,
e nei trogoli sconfinati di discariche cittadine.

Ho cercato tra le ghiaie più pure e nette dei torrenti
e ho cercato tra i rifiuti e i letami dell'umano.
Senza timore ho cercato, nè pregiudizio,
nè alcun vincolo o legame, o intenzione,
o ritegno, o pentimento, o illusione, o attesa.
E senza dare peso alcuno al tempo.

Ho cercato, con onestà e candore, e con rabbia,
e con dolore, ogni impercettibile sottile traccia,
scavando miglia e miglia di detriti e sabbia,
setacciando otri e barili di acqua e alghe e salso,
ho cercato, senza sosta, senza sonno nè riposo,
e per immemorabile tempo ho cercato invano.

Quando infine, stremata, mi lasciai cadere esangue
bocconi sulla riva del mio mare, dove l'acqua
giocava senza sosta sulle pietre levigate come guance...
Proprio accanto ai miei piedi nudi accavallati, vidi:
il motivo del mio viaggio, dov'era sempre stato,
quella scheggia di smeraldo, cullata pigramente

dalla risacca. Il luccichio del sole e la spuma
l'avvolgevano con inconsapevole dolcezza.
L'accolsi nelle mie palme, con delicatezza tesa,
la levai contro la luce, e vidi, infine, il segreto intero.
Tutto era in quel riflesso, tutto il verde inconcepibile
del tuo sguardo, e tutto il tuo desiderio indifeso.


Milano, 29 Gennaio 2013
(per Michela)
Marianna Piani

mercoledì 20 marzo 2013

Trittico


Alba al Lago Maggiore da Fosseno - Foto MP


Amiche dilette e amici cari, queste tre composizioni, in forma di sonetto non rimato, sono nate in un momento di riflessione solitaria, nella casa che di quando in quando mi ospita al Lago Maggiore, poco sopra Nebbiuno, una località arrampicata sulle pendici che chiudono la sponda ovest del lago tra Arona e Stresa.
Era un mattino di pieno inverno, ed assistevo a un'alba in cui il sole, debole ma brillante, iniziava ad avere la meglio sulla patina bianca e luccicante della brina che ricopriva ogni cosa.
Avevo voglia di creare un ritratto di quella situazione, un piccolo "dipinto" che evocasse un'atmosfera che era paesaggistica, forse bozzettistica, ma anche interiore, mentale. Una pagina semplicemente "descrittiva" che potesse evocare, a distanza di spazio e di tempo, le sensazioni che provavo dentro di me.
Pensai perciò di aggiungere altre due "immagini" per completare il "racconto": la prima, al crepuscolo, con il graduale fermarsi della natura, e degli spazi, per predisporsi ad accogliere la notte ed il gelo.
Poi, nella seconda, provare a ritrarre il risveglio, all'alba, con il ritrovare ogni cosa raggelata e immobile, coperta da una trina bianca, quasi magica per lo scintillio nella livida penombra mattutina.
Infine, appunto, con il levarsi di un sole trionfalmente luminoso, il velo della brina che si squarcia, lasciando presagire una vita ancora ibernata, che pian piano si riprende…
Ebbene, devo confessare che questi miei versi non sono piaciuti ad uno dei miei amici più cari e che più stimo.
Ho ricercato a lungo il motivo, ma a parte alcuni errori e squilibri, che ho provveduto ad emendare, non sono riuscita a comprendere a fondo questo rifiuto, al di là di un gusto personale con cui certo non si può né si deve contendere. Ho atteso lungamente prima di rimetterci mano, e tuttavia rivedendole a distanza di tempo, non mi sono apparse non degne di una pubblicazione su queste mie "paginette" virtuali. Penso che non sempre si può toccare le "giuste corde" di chiunque, anche se questo "chiunque" è appunto un amico che amo e stimo per sensibilità ed acutezza di giudizio. Alla fine sono io l'ultimo arbitro delle mie cosette qui, ed è giusto che me ne prenda in pieno tutta la responsabilità, nel bene o nel male.
Alla fine perciò ho deciso di pubblicarle, integralmente, così come sono. E poichè sono nate assieme da un'unica ispirazione, le pubblico in una unica tornata, nella stessa pagina.
Anche per questo, e per la loro natura "pittorica" e descrittiva, le ho intitolate sotto la forma di un trittico.
Un "trittico" che dedico e affido a voi, amiche e amici cari, come sempre, con amore.
M.P.




Trittico
 

Tre sonetti in forma di paesaggio


Crepuscolo

Il prato, isterilito dal gelo della stagione morente.
E sopra il prato, il vento: e ogni filo d'erba
danza, come danza la gente in festa
al suono d'una armonica o di una solitaria chitarra.

Ogni filo d'erba danza, esiguo come la vita
che lo percorre ancora, mentre l'ombra
della notte travalica i colli, abbraccia
le contrade e le chiese e i veicoli, e tracìma.

Tracìma fino a lambire le finestre offuscate dai fiati.
Tra non molto vapori diafani e grigie brume
copriranno i viventi e gli inanimati. E i prati.

E s'adagerà finalmente la cortina di cristallo,
e sarà silenzio e calma del costernato vento,
e il canto e la danza taceranno, in attesa dell'alba.


Brinata

Il Sole, quel vivificante tendone che al mattino si stende
sopra ogni luogo, ogni gente, infiammando i colori,
seppure atteso con ansia da ogni vivente, indugia.
Tarda ad apparire al binario d'arrivo dell'orizzonte.

L'aria è ancora illividita e muta, come una donna
affranta dall'amore appena perduto; rabbrividisce
il campo sfalciato, nudo, fattosi trina di vetro sotto il velario
del gelo notturno, sovrastato da un cielo illividito di nebbia.

Il sospiro dell'amante all'addio di chi l'ama,
o l'affanno della fanciulla in corsa verso l'aula,
salgono identici alle nubi, rifugiandosi in quei fumi.

Grumi di sogni permangono, incrostati agli sguardi

smarriti, mentre sulle strade e le vie, nonostante il gelo,
umani formicolano grigi le nebbie nei loro mille intenti.


Disgelo

L'atteso si manifesta inatteso, come ogni agnizione
d'una avverata bellezza: improvviso, un coltello immenso
di alabastro fende d'un colpo il sipario di spettri blu acciaio,
e lascia irrompere la lama abbagliante sopra l'intero scenario.

Le betulle, pallide danzatrici delle selve, ossute, nude
s'affollano intirizzite tendendo alla luce i rami scarniti
agitandoli con devota grazia nella brezza mormorando,
come braccia levate in una collettiva supplice preghiera.

L'oceano d'oro e luce gonfia e travolge l'argine dell'orizzonte,
rotolando, spumeggiando, s'inonda sui prati scintillanti.
Vapori aranciati come spettri atterriti si levano e fuggono

dissolvendo in turbini di Luce trionfante. Mentre il Gelo
disgela le brughiere, che hanno i colori e le ombre dei tuoi occhi:
il Mondo deflagra in questa tempesta di faville, cedendo alla vita.



Nebbiuno, Gennaio 2013
Marianna Piani


domenica 17 marzo 2013

Abbecedario XV


Amiche care e amici, siamo al quindicesimo appuntamento con il nostro abbecedario, e rimanendo nell'ordine consueto, dopo "Orgoglio" non poteva che toccare al "Pregiudizio".
Io qui mi occupo di un genere di pregiudizio che mi coinvolge di persona, ma beninteso mi riferisco per esteso ad ogni pregiudizio umano, cioè alla tendenza, spesso dettata da ignoranza e paura, di marchiare un comportamento o un aspetto dell'altro in modo da neutralizzarlo ed allontanarlo da sè. In realtà chi conosce e ama non soffre di pregiudizi, e sa anche che il giudicare, l'atto che dispone una gerarchia tra gli esseri umani basata su definizioni e regole dettate da un patto sociale di per sè in continua mutazione, è un'espressione di potere, e perciò qualcosa che per lui rientra nella sfera del non agibile. Chi conosce e ama, piuttosto  osserva e comprende, poichè in lui agisce non la paura, e tanto meno un senso di potere, ma il bisogno di rapportarsi all'altro come parte di sè.
Ho trattato questi versi, volutamente, quasi come una cantilena, per il loro carattere di invocazione e di filosofia (letteralmente: amore di conoscenza) dichiarata,  e per non lasciare nulla di oscuro o di inespresso. Ho utilizzato il mezzo poetico come in antico, non tanto come un gioco estetico, o di linguaggio, quanto come uno strumento di comunicazione e conoscenza. E anche questa è Poesia...
La offro a voi, amiche dilette e mici cari, senza volontà morale o, appunto, pregiudizio, ma soltanto, puramente, con amore. Come sempre.
M.P.


Abbecedario XV

P


come Pregiudizio

Ho veduto uomini sapienti e donne sagge
aggrottare gli sguardi e fissare ostilmente
un breve bacio sulle acerbe bocche passato
tra Martina e Alice, in un moto di casto affetto.

Ho visto donne giovani impudenti e fiere
sbirciare, con una maligna piega di traverso
sulla faccia, la carezza sfuggita per pura tenerezza
sopra il seno tra due Ondine sulla spiaggia.

Ho visto persone d'intelletto e cuore,
donne di libero pensiero, emancipate,
distogliere falsamente uno sguardo d'indiscrezione,
celare con la mano un moto di imbarazzo,

a un bacio da me posato senza pensiero nè intenzione
sulle labbra di Francesca, per la pura sua bellezza.
Ho visto amiche, tanto aperte quanto probe, sobbalzare,
per questo atto, e allontanarsi passo passo dalla mia vita.

Quale è il timore, qual è la sorpresa, quale la delusione
per un'espressione di passione, qualunque essa sia?
Quale segno, quale disegno, quale intenzione
può pretendere di leggere chiunque dentro il cuore

di chiunque, in un istante ritagliato dalla sua vita?
Fare il giudice è un mestiere di immenso peso umano,
chi lo pratica ne conosce bene il gravoso prezzo
d'interrotti sonni e sogni densi di rimorsi e di rimpianti.

Il giudizio è un atto disumano d'imperio occhiuto e vano,
il pregiudizio di contro è, pari all'amore, del tutto cieco e muto.
ma, ove l'amore è accecato da troppa luce che lo abbaglia,
ed è incapace di parole per l'emozione che lo sovrasta,

Il pregiudizio è un vandante cieco perduto dentro il buio,
incapace di chiamare aiuto, incapace di trovar se stesso.
Cerca brancolando direzione in una mappa che non vede,
mentre la Vita, a lui indifferente, nonostante lui procede.

Nella bellezza d'un segno d'affetto e amore tra viventi,
al di là e assai oltre ogni brama o intenzione,
non v'è che questo, e null'altro da conoscere o immaginare:
l'amore sacro, espresso tra due anime senzienti.


Milano, 18 Luglio 2012
Marianna Piani

sabato 16 marzo 2013

Désirée



Amiche care, amici gentili.
Questa composizione parla d'Amore. E parla in modo aperto e indifeso dell'Amore di una donna per una donna. Chi non è disposto a comprendere che l'amore trascende, che l'Amore, specie come lo sente in sè una donna, non è sesso - che è possesso - non soltanto quello almeno, ma un misterioso canale di comunicazione che si instaura tra due esseri viventi... Chi teme dentro di sè che questo canale realmente lo unisca a qualcuno, indifferente a ogni categoria prestabilita dai nostri - peraltro mutevoli - patti sociali, ebbene costei, o costui, non è pronto a comprendere ciò che realmente cerco di esprimere.
Qui non importa se ciò che narro è parte o no della mia vita. Ciò che conta, come in ogni sorgere di un amore, è il superamento di una barriera, in questo caso anche più arduo, e la volontà e disponibilità a confondersi nell'altro. E a seguirlo, qualsiasi sia la strada che si intreprende.
Accogliete, vi prego, con tenerezza questo sguardo, questo lampo di luce puntato sopra un momento magico e tragico della vita che potrebbe essere di ognuno.
Ve lo dedico, come sempre, con amore
M.P.




Désirée

E
cco, ho vissuto il dubbio e l'abbandono.
E poi ho veduto, dentro me, come un sogno
la tua figura scendere dalla vettura
e venirmi incontro, con andatura certa.

Della Donna hai il viso fiero, il dorso eretto,
le labbra di corallo socchiuse in un sorriso
dolce come il tepore del tuo palmo sopra il mio viso,
e gli occhi accesi, come i dardi di Minerva.

Della Donna hai la voce irrorata di passione,
e la fragilità estrema delle tue mani bianche
dalle vermiglie aguzze perle che mi sfiorano le guance,
lasciando su me un sottile graffio di possesso.

Di te donna sogno i capelli, di cui sogno
di odorare la fragranza di vento e di mare,
di te vedo su di me posare i tuoi piedi fini e tesi
a sfiorar la vita e il mondo come in una danza.

Della donna che tu sei vedo il petto, che si gonfia
nel sospiro dell'amplesso, e vedo il cielo
che si cela sotto i veli candidi come nubi
di vapore delle tue ansiose sfarfallanti gonne.

Odo con trepidante attesa il ticchettare
dei tuoi tacchi sul selciato, così simili ai miei
questi tuoi femminei brevi passi, e così diversi:
sicuri i tuoi, i miei del tutto incerti.

Serrerei la tua mano nella mia, stretta,
come dentro alle valve d'una conchiglia
l'ostrica gelosa custodisce la sua perla
e la protegge dal passar del tempo e delle maree.

E ti direi: parti, vai, Angelo mio Condottiero,
io ti seguirò, paga solo di starti accanto...



Milano, 20 Gennaio 2013
Marianna Piani
(A Michela)

mercoledì 13 marzo 2013

Mille unici specchi


Amiche care, e amici gentili, quanlcuno di voi già lo sa: il mio io è diviso, per parafrasare Ronald Laing… La mia mente fatica a mantenere una qualche coerenza. Vi sono momenti in cui mi sembra di essere percorsa da mille fratture, da mille crepe, e di collassare di colpo dentro me stessa in un puviscolo di frammenti, come una statua di gesso percossa da un maglio. Quante volte mi sono sentita così di morire, piuttosto che di continuare a vivere senza una concretezza, un appoggio, una qualsiasi direzione. Quante volte ho cercato un minimo denominatore comune per questi "pezzi di me stessa". Quanti farmaci e cure ci sono volute, e ancora occorrono, per non lasciare che la mia vita si perda per sempre in una deriva senza ritorno. Le giornate trascorrono in una apparenza di normale vita, come tante altre ragazze e persone che mi circondano, eppure ogni mio minuto, lo so, è appeso a un filo, che potrebbe spezzarsi in ogni istante. E infatti a volte, senza preavviso, si spezza, e io mi trovo senza un io, senza una direzione, e senza la minima protezione da ogni possibile offesa, da ogni ferita.
Questa composizione è scaturita in uno di questi momenti, mentre cercavo di resistere aggrappandomi all'unica cosa che in questi casi riesce ancora a tenermi in vita: la scrittura.
E ho cercato di esprimere, in parole l'indicibile smarrimento di quei momenti.
La dedico a voi, amiche e amici, con amore, come sempre

M.P.




Mille unici specchi


M
ille pezzi di me, mille me, come quando bambina
giocavo con le ghiaie di mille e mille colori
della riva rimescolata senza tregua dal mare
Mille visioni su mille superfici agitate
che scoccavano mille faville sotto il cielo d'estate.

Mille e ancora mille gli specchi
che ho incontrato nella mia vita dispersa,
e che hanno a me rimbalzato visioni di me,
come palline impazzite d'una partita ingaggiata
contro la donna che in me s'agita irrequieta.

Riconosco, certo, sulla superficie di ogni cristallo
gli occhi quasi neri, e i capelli come un velo di pizzo,
e le labbra di marzapane, e il tenero solco del seno,
riconosco la donna riflessa, ciò che di lei vedo,
mentre mi osserva con pari sgomento.

Tuttavia la mia mente, costantemente,
si chiede cosa vi sia, al di là del vetro,
al di là dello specchio, nel mondo di Alice,
che è anche il mondo di quella sognatrice
che io sono, al di là dalla donna che sembro.

In mille, mille specchi mi sono imbattuta
sul mio cammino: dal cristallo di ghiaccio
alla lastra della vetrina, dal calice colmo
di vino dorato, al chicco di una ciliegia,
fino ai tuoi occhi, sorella mia, su me fitti.

E in ognuno ho veduto un frammento diverso
di me stessa, mai il mio essere intero, se mai c'era,
mai un istante più lungo d'un battito d'ali.
Fugaci effimere futili apparizioni d'una ragazza,
d'una donna, sfuggenti alla loro stessa durata.

E quando lo specchio alla fine collassò al suolo,
frantumandosi in mille e mille più piccoli specchi,
ciascuno recando con sè un frammento di me:
con esso allora io vidi frantumarsi il mio esistere stesso
in ciò che credetti l'ultimo lido della mia integrità.

Ma tu ti piegasti, su quei frammenti, con ineguagliabile grazia,
ne raccogliesti, tra tutti, il più misero, e me lo recasti
porgendomelo intatto sotto gli occhi. E io mi avvidi
come vi fosse in quella microscopica scheggia
tutta quanta me stessa, e la verità, al di là di essa.


Nebbiuno, 26 Gennaio 2013
Marianna Piani

domenica 10 marzo 2013

Abbecedario XIV


Amiche care, e amici, eccoci al quattordicesimo appuntamento con il nostro piccolo "Abbecedario Poetico".
I nostri amici, compagni, amati e gentili, ci perdoneranno, ma con una del tutto casuale e assolutamente non programmata quasi-coincidenza con l'otto marzo, da poco passato, tocca alla lettera O, che io avevo dedicato a suo tempo alla voce "Orgoglio".
L'orgoglio, semplicemente, di essere ciò che sono: una Donna.
Per questo desidero dedicare questa composizione a voi, in special modo, amiche care, meravigliose donne, sensibili, intelligenti, bellissime.
E a voi invece, nostri amici, compagni, amanti, ammiratori, fratelli, un pensiero perchè ci possiate amare per ciò che siamo, noi altra metà del cielo, non altro che. semplicemente, Donne…

Con amore, come sempre
M.P.



Abbecedario XIV

O

come Orgoglio



Voglio essere ciò che sono:
non la dea, non la regina,
non l'inviolata cima
della cordigliera andina,
non la stella vespertina
che rincuora i naviganti,
non l'icona della santa
cui fidare ciecamente
la vita stessa degli equipaggi,
non l'impalpabile rugiada
che lenisce le ferite
dei caduti al far dell'alba
dopo il sangue della battaglia.
Non la prodiga tempesta
che rinfranca la foresta.
Non la devota neve
che ricopre di purezza
i giacigli nei camposanti.
Non la provvida giovenca
che s'immola sull'altare
per servare la sua prole.
Non la roccia di fragile granito
cui aggrappare il vascello
in attesa di una tregua
dall'oceano che s'infuria.
Io non sono tutto questo!

Voglio essere ciò che sono,
ciò che vedo nello specchio
della lucida mia spietata
e trepida visione:
il volto pallido, gli occhi neri,
i capelli sciolti e liberi
come i pensieri,
il petto eretto di fierezza,
il ventre bianco di alabastro
e l'ombra pubere
della vagina, glabra,
chiusa stretta nel riserbo
e nel dolore delle sue lune...

Tutto quanto questo è il mio orgoglio,
unicamente
in questo essere e riconoscermi
semplicemente, innocentemente,
scientemente, languidamente,
sensualmente ciò che sono:
una Donna.


Milano, 18 Luglio 2012
Marianna Piani


sabato 9 marzo 2013

Emerald


Amiche care, amici... Quella che io chiamo "ispirazione", come ho avuto altre volte modo di dire, scocca improvvisa, inattesa, anche da una piccola cosa, da un'esperienza puntiforme, unica, purchè intensa, e come una pietra che piomba in uno stagno espande la perturbazione dell'impatto fino a coinvolgere l'intera superficie e il corpo stesso dell'invaso, fino a poco prima presso che immobile, indifferente.
Questa composizione ha la sua scintilla nello sguardo, limpido, puro, e dotato d'un indescrivibile colore verde, luminoso come uno smeraldo, di una persona che amo.
È il tentativo quindi di descrivere l'indescrivibile, e le visioni da esso suscitate.
Lo sguardo di chi amiamo quando si posa su noi contiene un intero mondo. Così come una verde foglia appena spiccata dal  ramo contiene un'intera vita ancora palpitante. Chi ci ama nel suo sguardo ci contiene. E questo per noi è sempre un'esperienza che manifesta la luce abbagliante d'un incantesimo. Di un irripetibile mistero.

La dedico a Michela, che l'ha ispirata, e a tutte voi, amiche dilette, e amici cari, con amore

M.P.



Emerald

 

Il vento, quel mio amato vento che viene da oriente
come un pellegrino da un cammino lontano,
giunse in una sola folata, e spiccò netta, dal ramo
dell'immenso olmo che mi sovrastava, una foglia.

Danzando come una fiammella morente, venne a posarsi
poprio sopra il mio grembo, impalpabile stella,
mentre il sole, all'orizzonte, indorava i profili di ossidiana
delle montagne sospese sopra le nubi, nel topazio del cielo.

Era una foglia, affatto diversa per forma e aspetto
da cento, mille altre foglie che stormivano ancora
sui rami, ma questa mi aveva voluto, e cercato,
per venire a morire sopra le mie nude gambe

di donna sognante: il prato, dolcemente ondulato
di brezza, sopra le colline, morbide come i seni
di Madre Terra, eretti al tepore del meriggio morente,
luccicavano iridescenti come le elitre d'una immensa

cetonia dorata. E dietro le alture, all'estremo occidente,
proprio dove il torrente si congiungeva al fiume
suo fratello d'argento, la foresta, densa e scura,
s'incuneava nel delta tra quella foce e dove le rocce

si fanno più bianche, pallide ossa calcinate dalla memoria,
come il velluto di un pube silvestre offerto alla luce,
odoroso di muschio e di ambra lucente. Viva era,
la foresta, e si enfiava in un lungo rotondo sospiro

come l'amante che prende fiato e si immerge nel sonno
dopo l'amplesso. E dove i dirupi si facevano più arditi, apparve
l'improvviso scoccare, come d'un bacio, d'un incontaminato lago
abbracciato stretto da un canneto che mormorava pigro nel vento.

Immaginai in quel lago serpeggiare le salamandre in amore
sopra il letto di vaporose alghe, semicelato dalle ninfee,
e tutto attorno il baluginìo ghiacciato dell'acqua di vetro
che rifletteva il mio viso addolcito, intenerito, del tutto rapito.

E accanto a me sentii un'ombra: trasalendo, alzai lo sguardo.
E incontrai il suo, che mi osservava senza un'oncia d'impudenza,
e compresi allora, senza che di ciò io fossi cosciente, ogni cosa
ogni visione, come in un turbine, di dov'era originata:

La foglia dell'olmo, il prato, la foresta, il lago, il lontano mare
dov'è più profondo, al largo del promontorio di Cherso,
tutto questo, tutto era stillato da dentro una luce, verde,
il verde infinito di questo suo sguardo posato sul mio.

E seppi allora come soltanto uno sguardo,
soltanto uno al mondo potesse contenere
tutto quel mondo, ed assieme ad esso il riflesso
di me come sono, di ciò che sono, misera e audace...



Milano 23 Gennaio 2013
Marianna Piani
(Dedicata a Michela)


mercoledì 6 marzo 2013

Martina e Francesca al ruscello


Amiche care, e amici gentili, un "Petits poème en prose", come direbbe Baudelaire, un raccontino in versi, quasi biografico, il ricordo di un'amicizia tra due ragazze nel momento in cui la vita, la volontà di vivere, così predominanti in quell'età, stava per avere il sopravvento perfino sull'amicizia, e sull'affetto maturato in anni di complicità, confidenze, giochi comuni, comuni affanni, e gioie.
Questa è anche una tra le molte liriche che mi sono state ispirate e ho scritto, e ancora scriverò, sul tema dell'amicizia, dell'affetto, e, sì, anche dell'amore tra ragazze, tra donne. Vi prego, siate gentili e aperti d'animo, come sono certa che siete, tutti voi che mi seguite con così tanto affetto. Non "scandalizzatevi", perchè l'affettività femminile può prendere molte strade, molte vie, ed in ogni caso sempre e comunque di amore si tratta. Soltanto di amore.

E so che converrete con me nel dire che l'amore umano può rivestire diverse forme, ma alla fine ha un solo nome, e un solo aspetto, quand'è sincero e profondo. Chi, come tutti voi, ha sensibilità per la bellezza, potrà cogliere il gioco di simmetrie e di specchi che questo genere di amore sa disegnare e dipingere nel farsi rappresentare.
Qui Martina e Francesca sono giovanissime, del tutto innocenti, e a una svolta della loro vita, quando l'adolescenza inizia ad avviarsi, a passi decisi e audaci, verso la giovinezza, la primavera dell'età adulta.
Il fatto che questo sia un racconto, che sia un ricordo, un pochino sfumato dal tempo, e che Martina potrei essere io, anzi lo sono, in fondo è del tutto secondario: sono due fiori in sboccio in un giardino che sta fiorendo in ogni suo angolo. Ascoltate due vite che, in modo diverso, si affacciano al trascorrere inesorabile del tempo.

Dedico questa lirica a voi, amiche dilette e amici, come sempre, con amore.
M.P.



Martina e Francesca al ruscello



Erano i giorni del sogno e delle chimere,
ed erano i giorni in cui i cieli all'orizzonte
si tingevano di rosei toni confetto, e si ornavano
di nubi abbattuffolate, come fiocchi candidi

nel cuor del sereno. Erano giorni senza affanni
che non fossero affanni d'amore, e i fiori
dei prati bisticciavano tra loro in vivide frasi
di stridenti colori. Erano i giorni del sempre sarà.

E del mai finirà. Erano giorni appena sbocciati.
Erano giorni senza rimorsi, senza la cupidigia
di alcuna ricchezza, ed erano i giorni in cui gli specchi
iniziavano a sfolgorare bellezza ai giovani visi.

Ed erano i luoghi del lungo sguardo senza confine,
i luoghi del trasognato passeggiare nelle abetaie,
i luoghi dal profumo di funghi, di fragole e di felci,

del frinire infinito d'insetti e del crepitare dei picchi.

Martina aveva indossato un grazioso abito bianco
dalla ampia gonna plissettata, il bustino d'organza
che le rendeva regale il piccolo seno perso nel décolleté,
gonfio al respiro, come il bottone d'una margherita bianca.

Scarpine color vermiglio, e infine un fiocco rosso a legare
i capelli ribelli. Francesca, l'amica che ora teneva a braccetto,
indossava invece pantaloni neri, una vaporosa blusetta,
scarpe da sport e un cerchietto nero a contenere la chioma.

Martina era bruna, l'altra infuocata di rosso
come un tizzone, vivida e accesa qual'era di suo.
Diverse, come notte e giorno, come luna e sole,
erano allora una per l'altra, per vita e per morte.

Martina era dolce, come la meringa che pareva incarnare
in quella mise floreale, Francesca era ciò che era,
allegra pazza, mai doma, sempre in ricerca
di qualcuno o qualcosa che la strappasse dal mondo

e la portasse con sè via per sempre. Sedettero allora
una a oriente, l'altra a occidente, sulla riva del loro torrente,
il loro luogo da sempre, da quand'erano piccine:
il luogo segreto del loro vagare, e conversare di sè.

. . .

Martina stringeva a sè le ginocchia, levate le scarpe leggere
tuffava i piedi candidi nell'erba rorida dell'argine verde,
senza temere il formicolare della microscopica vita
che vi si annidava. Ascoltava l'amica che narrava di sè
e del ragazzo dai bruni ricci che la faceva sognare.

Francesca narrava i suoi sogni, che già erano
sogni di fuga, di lontananza, di avventura, di ribellione,
e mentre narrava le s'accendeva lo sguardo di fiamme
e l'espressione si faceva fiera, audace, tesa a cercare
nella distanza la sua verità, la sua storia, la sua memoria.

Martina ascoltava, mentre lasciava che la tramontana
giocasse coi suoi capelli, fino a scioglierli dal nastro,
e ascoltava le parole dell'amica frammiste alla voce
argentina del ruscello, che le diceva: ora lei parte,
ora ti lascia, se ne va verso la vita, e tu sarai più sola...

Francesca giocava con un fuscello, mentre parlava,
e scostava dal viso quei capelli che il vento insisteva a rubare
invidioso di quel rosso che pareva una fiamma accesa
e forse lo era. E nel farlo faceva tintinnare i bracciali
di metallo cromato che le ornavano i polsi esili come rami.

Martina si sentì intenerire, fino quasi al pianto;
silenziosa si appagava nel sentire l'amica duettare
con il torrente, parlando di sè stessa e di Lele, lo scattante
moretto della classe accanto, e osservava il suo diario
con le poesiole scritte a lettere tonde e larghe, a pennarello.

Si avvicinò e sedette al suo fianco, abbandonando
sull'orlo del torrente i sandaletti bianchi, incerti
come promesse, e pose dolcemente la mano
sopra quella di lei, come per trattenerla,
ma senza intenzione, senza alcuna insistenza.

Lei interruppe il racconto, e la guardò sorpresa,
con i suoi occhi da sirena fuggita dal mare, cui è nuova
ogni cosa. Martina sentì fremere quella mano sotto la sua,
e palpitare, come le ali d'una farfalla prigioniera
tra le sue dita, che implora di volare.

Sollevò la mano allora, con un sospiro, poichè sapeva
che le farfalle, le più belle, non ricevono vita
se non dal volare, senza vincolo alcuno. E infatti Francesca
scattò in piedi, e riprese, allegramente, danzando
sul bordo di quel torrente, a parlare di sè. Liberamente.

Martina, d'istinto, guardò il palmo della propria mano,
come se attendesse di vedere ad essa ancora aderenti
le tracce iridescenti di quelle ali così delicate, così colorate,
così potenti.   ...E rimase stupita, infinitamente: poichè le vide...


Milano, 22 Gennaio 2013
Marianna Piani

domenica 3 marzo 2013

Abbecedario XIII


Hans Zatzka (1859-1945)

Amiche dilette e amici cari, la mia proposta per la lettera N del nostro abbecedario poetico, è una piccola "ode" intitolata, idealmente, alla bellezza e alla forza della femminilità.

Era piena estate, e mi trovavo, ospite di un'amica, in riva al "mio" mare, a godermi una breve parentesi di relativa serenità in un periodo che stava diventando per me giorno dopo giorno sempre più turbolento e difficile.
Me ne stetti ad osservare a lungo un gruppo di ragazze, tutte molto giovani, tutte che biologicamente avrebbero potuto comodamente essere figlie mie - se io non fossi la mezza donna che sono per via della mia sterilità - tutte bellissime, corpi acerbi ma già interamente donne, flessuose, agili, inondate di sole e spolverate di salso. Capelli biondi, o scuri, lunghi, corti, ondeggianti come alghe nella corrente, occhi azzurri, verdi, nocciola, neri, scintillanti come gli astri di una costellazione. Chiacchieravano, scherzavano, ridevano, potrei anzi dire che cinguettavano come uno stormo di cinciallegre riunite sui rami di qualche pianta, piene della loro gioia incontenibile, e in gran parte inconsapevole, di vivere.
Mi sgorgò spontanea al ritorno questa composizione, in forma di un'Ode, appunto. E badate, senza in ciò, da parte mia, alcun intento sensuale, o desiderio, ma veramente e puramente con lo sguardo di una madre, che ammira con tenero orgoglio le proprie figliole sbocciare. La sensualità piuttosto, che indubbiamente c'è, è quella spontanea, prorompente, inconsapevole, innocente, di tutte le ragazze di quell'età stupenda e irripetibile, in cui ogni forma ed ogni movimento è pura armonia.
Una Ode, anche, per orgoglio femminile. E perchè nell'osservarle ebbi l'intuizione chiara di come il futuro, la vita, il nostro mondo fosse interamente ora nelle loro mani!

Dedico questi versi a tutte voi, meravigliose ragazze under 20, e a tutte noi, ex ragazze di tutte le età, che in queste Ninfe, nella loro bellezza, proiettiamo l'orgoglio della nostra femminilità. E ai nostri amici, compagni, mariti, fratelli, padri, perchè imparino ad osservarci con l'occhio innocente della bellezza.
E in opportuno casuale anticipo alla ricorrenza dell'otto Marzo, tra pochi giorni in arrivo.
Con amore.

M.P.




Abbecedario XIII

N
come Ninfe

Eccole:

saltellanti, squillanti, zampillanti
come innocenti creature
senz'altro pensiero al mondo
ch'essere sè stesse;
eccole scaturire dalle rocce
delle sorgenti di cui son figlie
le Naiadi  lampeggianti
dagli occhi neri e accesi
come faville nella brace.
E scendere precipitando
frangendosi e ricomponendosi
in mille rivi e torrenti
dalle vette incontaminate
delle loro superbe regge.

Ed ecco ora, turbinando dentro il vento
un baluginìo di petali danzanti
e foglie color oro o brune,
strappate al cuore della foresta
di cui sono le incorruttibili custodi:
ecco le Daiadi dai verdi sguardi
di smeraldo incastonato dentro l'oro
dalle loro chiome
agitate come fiamme accese
dal loro intimo ardore.
I corpi, i fianchi, i seni
forti e compatti come i tronchi
delle querce che le hanno generate
invadono prestamente ogni valle
del loro vivo fremito e fervore.

. . .

Ed ecco ancora: le amazzoni del mare,
le Nereidi al galoppo sulle loro onde,
il seno acerbo, nudo,
imbiancato di salsedine,
le lunghe gambe audaci
di alabastro bianco, tese
a governare la corrente scatenata.
I piedi lunghi e fini, come di ragazzo,
le mani, giunchi dalle unghie di corallo,
avvinghiate alla criniera,
i visi aderenti

ai possenti colli delle giumente,
per sussurrare parole di coraggio
e ardore alle orecchie ritte e tese
di quelle loro bestie adorate
e al loro folle cuore.

Ecco, ecco ancora alzarsi in stormo
le alate rondini, esili danzatrici
dell'aria e degl'incostanti venti:
le Pleiadi celesti,
figlie delle altezze

e delle vertigini solenni
perenni delle nubi e delle
incorrotte sfere degli astri.
La figura agile, elegante,
tesa nello spasmo della danza,
le braccia arcuate, snelle come falci
di luna d'oriente, ali
che le propellono verso il cielo
a farsi stelle tra le stelle
a tessere le Galassie
da cui il lor destino
è tratto.

. . .

E infine ecco,
le falene della notte,
le Esperidi dai corpi bruni
flessuose come gatte,
come pantere
ombrose fiere

libere selvagge
che perlustrano il lor mondo
silenziose come ombre
carezzate dall'oscurità
che tutto copre,
che tutto divora,
che tutto ingloba
nel suo livore.
Sfarfallano fino a riempire il cielo
delle lor vesti di seta nera,
fino a confondersi nell'oscurità
e nel mistero fondo
delle remote tane,
delle notturne culle
delle loro vergini passioni.

Vengano dunque
gli eserciti delle fanciulle,
delle ragazze, dai corpi
flessuosi e svelti
come gazzelle,
dalle menti  spalancate e vive,
pronte e carpire la lor vita
a unghie e morsi;
giovani aperti volti
dagli sguardi chiari
senza finzioni nè ombra
alcuna di menzogna.
Vengano queste nostre
sedicenni, e diciottenni,
queste nostre figlie
di ineffabile bellezza,
fiere, dolcemente appassionate,
innamorate, il sorriso
aperto a ogni vivida speranza:
vengano a concludere
ciò che noi non avemmo
il cuore, o non sapemmo
fare, o conquistare,

se non sognare.
Invadano delle loro schiere
di femminile travolgente grazia
l'universo mondo

e ogni celeste sfera!

. . .

Conquistando alfine,
palmo dopo palmo,
dopo il cielo,
già da sempre posseduto e nostro,
a noi donne,
ogni regno
rimanente della terra.



Trieste, 16 Luglio 2012
Marianna Piani

sabato 2 marzo 2013

Libero Canto




Verso Angera (Foto mia)

Amiche care, e amici, oggi è Sabato, e dunque, andiamo: nella rilassatezza di una sera di riposo, ci avventuriamo in acque dell'immaginazione tubolente, difficili da percorrere, scure, se vorrete e avrete la pazienza di seguirmi…
È questa una lirica che scrissi di getto, anzi, d'impeto, direttamente sul mio iPad, una notte di veglia, e descrive il mio morire, e risorgere, e come fu la facoltà di cantare, storicamente appartenente alle donne per la loro salvezza mentale, che mi salvò dall'annientamento. Le donne cantavano, a volte in coro, nei millenni, mentre lavavano i panni nei gelidi torrenti, oppure chine nel fango delle risaie. Il canto, il libero canto, ha da sempre salvato le donne dal loro giogo, di volta in volta fisico, spirituale, morale, psichico. Io mi porto, a fatica, il mio giogo mentale, che a volte mi annienta, appunto, ma nel canto, come un cardellino nella gabbia, ho trovato l'espressione e il senso della salvezza… Non un canto solipsistico il mio, mai sia! ma volto a stabilire un contatto, con altri cardellini chiusi in altre gabbie, o con rondini libere nel cielo, che ci indicano la via per una liberazione definitiva, in volo…

E nell'emozione della scrittura, in una manovra maldestra di copia e incolla per poter registrare il testo in un luogo "sicuro", persi tutto, irrimediabilmente. Mi disperai, perchè mi sembrava una lirica perfetta, così com'era nata. E piansi, giuro, letteralmente piansi di rabbia e dolore, come se avessi perduto una figlia appena nata.
Ma poi corsi al taccuino, e, faticosamente, riscrissi tutto, certa che non sarei mai riuscita a ritrovare la magia di quella prima stesura. E così fu, o così mi parve. Inviai trepidante il testo a un amico fidato, anzi fidatissimo (Alvaro, sì, proprio lui, avete indovinato), perchè mi dicesse cosa ne pensava. Lui in argomento di Poesia dice solo ciò che pensa, e solo ciò che è vero, non badando se sia o no ciò che vorrei sentirmi dire, e non facendosi sviare dall'amicizia e dall'affetto, anzi più ancora fedele al suo pensiero, per questo. E lui mi incoraggiò. Mi consolò della perdita e mi disse che la nuova nata, secondo lui, era degna di essere nata. E io gli credetti...

Per questo la pubblico, alla fine, e la dedico a tutte voi, amiche care, e a voi, amici sensibili, per amore puro.

M.P.




Libero canto
 

Ho attraversato le pianure, percorso strade e tratturi,
corso attraverso tangenziali deserte tagliando le nebbie
con le lame dei fari, nella notte chiusa, senz'altra guida
che la mia speranza, senz'altra mappa da consultare
che il mio agro rimpianto.

Ho udito a lungo soltanto il cupo mormorio costante
del motore, cuore quattrotempi pulsante, che senza tregua
mi spingeva avanti, nonostante avessi da così a lungo
smarrita la meta. Fini fibre di seta di ragno mi allacciavano
a un passato ormai senza alcun senso.

E quando giunsi proprio sull'orlo del precipizio
non mi fermai, proseguii diritta, lasciandomi andare
nel vuoto del mio annientamento. L'abbandono
ha un fascino strano, ci avvolge con le sue braccia
e ci protegge, da ogni ferita.

Ho veduto tendersi verso me mani amiche e pronte,
tentare di preservarmi dalla caduta, senza chiedere altro.
Ma io, accecata dal femmineo ostinato orgoglio
sanguinante e ferito, non le vidi, non seppi, non volli
aggrapparmici in tempo.

Mi lasciai precipitare nelle vaste cavità dell'anima
fino al nucleo di metallo compresso che essa nel cuore
imprigiona, e nel discendere seppi di essere sola
in quel gioco, e per lunghissimo tempo intorno a me
fu solo il buio e inerte silenzio.

Allora, forse per rincuorarmi, forse per udire una qualsiasi voce,
intonai tra me e me un intimo canto. Un mormorio come quello
del torrente nel suo alveo, dapprima, e poi più distinto,
più intenso, mentre lasciavo che la mia voce scrosciasse
riempiendo di sè l'eco dell'oscura valle.

Era libero, il canto, e con esso si liberava il vento,
venendomi a danzare nei capelli, e gonfiando le vesti,
col mio canto facendo concerto, come l'aria archeggiata
sopra una viola d'amore, in risonanza con la singola corda
della mia voce, e con ciò che mi urgeva nel petto.

Il canto fu libero, e con esso fui libera io, e libera
fu per un istante - o per sempre? la mia mente,
mentre una tenue luminescenza si spandeva
nell'aria, e io mi sentivo trasportare, come una foglia,
sulle ali di questa libera ebbrezza.

Fu libero il canto, libero di danzare, libero di viaggiare
lontane contrade, libero di aver fede nel sole
ancora non sorto, libero di sorvolare le valli, i colli,
le cime innevate, le metropoli irte di torri argentate.
Libero del proprio libero sogno.


Milano 25 Gennaio 2013
Marianna Piani