«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

lunedì 30 aprile 2012

Milano






Alba di una Domenica incerta di fine Aprile.
Corsetta mattutina: regolarmente io mi reco al Parco vicino casa,
che si chiama "Monte Stella", vicino a San Siro, a Milano.
Nota qui anche come "la montagnetta di San Siro", appunto.
Si tratta di una collinetta artificiale formata inizialmente
con l'accumulo di macerie provocate dai bombardamenti,
effettuati dagli Alleati, durante la seconda guerra mondiale
e con altro materiale proveniente dalla demolizione
degli ultimi tratti dei bastioni, avvenuta dopo il 1945.
Il progetto si deve all'architetto Piero Bottoni,
che lo dedicò alla moglie Stella, da cui la collina prende il nome.
(Che carino questo spunto per il nome, vero?)
La collina artificiale ha un'altezza di quarantacinque metri.
Da qui si può godere di una vista "dall'alto" di tutta la città,
a sud verso il centro, e verso nord, con il Meazza, proprio sotto.
Io ci arrivo all'alba, e questo abbraccio alla città, quando
è ancora assopita nella pace della domenica mattina
mi suggerisce pensieri, idee, emozioni, e fughe della fantasia.
Nel seguire le prime rondini giocare un po' disorientate
nel cielo ancora denso di di nubi scure di una stagione che
non pare volersi destare nei suoi consueti colori,
ho voluto fissare le mie sensazioni in una piccola composizione
giocosa e malinconica, come questa città, viva e disperata.
La foto è mia, presa proprio Domenica appena arrivata in cima, ore 7:00.
In basso a sinistra si intravvede il Meazza, nubi di un piovasco imminente a destra.
E poi tutta la parte nord della periferia, che si allarga verso i Laghi, a perdita d'occhio.
La dedica è a un'amica molto speciale, Eleonora,
giovane poetessa, cui ho letto per prima questi versi
e che mi ha incoraggiata a pubblicarli nonostante qualche mio dubbio.
Li offro ora a voi, con amore, e rispetto, come sempre.
M.P.


Milano

Ecco, Milano mia è questa. Quella
di una rondine pazza, all'alba, che impazza
come ebbra di gioia, strillando a tutta gola:
priiii, priii, priiii, primavera, amore,
amore mio, quando vieni? Quando?
E si getta a capofitto nei rami e risale
vertiginosamente per il solo goderne, pare.

E volando s'illude d'abbracciarla tutta, Milano
in un solo battito d'ali, e cento del cuoricino
suo stretto. E volando, selvaggiamente,
voracemente, fa strage di minuscole vite
inconsapevolmente intente anch'esse
ronzando, brulicando, copulando, sfarfallando,
a implorare la loro effimera parte di luce.

Nubi di piombo ricoprono il cielo
e il cuore in attesa: di uno squarcio
triofante che faccia irrompere l'astro.
No amore, non è pianto, dice la rondine,
ciò che vedi rigarmi il muso e il piumaggio.
È la pioggia, che mi ha inzuppata, a tradimento,
prima ch'io potessi rifugiarmi sotto il tuo petto.

Scuoto le gocce con un frullo del capo,
distendo e ridistendo le alucce bagnate
e detergo fregando il piccolo becco
dai resti della vita di cui mi sono saziata.
Attendo, io rondine, che lo scroscio ora intenso
sfoghi la sua rabbia contro l'irromper di vita,
involontariamente di sè così nutrendo l'incendio.

No, non è pianto, amor mio, questo che vedi,
è rabbia, è dolore, è abbandono, è mancanza,
è speranza. Speranza: mia perpetua compagna.
No, non è pianto, questo. Non è pioggia.
È vita, che bagna.


Milano, 22 Aprile 2012
A Eleonora, severa indulgente giudice amica
Marianna

sabato 28 aprile 2012

IKEA







Prologo


Questa composizione ha origine da uno scherzo, da una scommessa.
Conversando con una cara amica, Sonja - dolcissima, tenera amica,
cui naturalmente dedico tutto questo lavoro, o gioco -
giungemmo a parlare di come fossimo entrambe appassionate frequentatrici
di questo luogo di femminile perdizione, e di maschile tormento,
che è il Magazzino IKEA: entrambe fino al limite del tossico.

Allora mi espressi dicendo che avrei volentieri scritto dei versi
su questo argomento, ritenendo l'IKEA a suo modo luogo poetico degno,
alla pari di luoghi topici, certo più apparentemente adatti al canto,
come la Tour Eiffel, Piazza San Marco, i musei del Louvre…
La sfida mi piacque, mi piacque di cimentarmi per dimostrare
per prima cosa a me stessa come il linguaggio poetico non debba
per forza limitarsi a rimare cuore con amore, ad occuparsi del sublime,
ma che potesse trattare della tanta poesia che esiste in ogni vita,
in ogni luogo, nel quotidiano, nel piccolo reale che ci circonda
e ci cattura nel mondo. L'importante è cogliere con passione le cose
che ci concede la vita, questa è la chiave che crea Poesia
da ogni possibile evento della nostra esistenza.
La chiave per poter sopravvivere, in fondo.

Ecco, ora ve la offro, assieme a un disegnino raffigurante me stessa
alle prese col momento più intenso, per me: dopo, al rientro, quando
mi dedico al "rito", come lo chiamo (in quanto ha tutto del rito pagano)
dell'assemblaggio della creatura appena acquistata.
Munita di questo magico strumento, l'avvitatore a motore,
che vedete raffigurato qui con me, e che ritengo, dopo il lavastoviglie
essere l'invenzione più fantastica per la Liberazione della Donna.
Se non lo conoscete, e volete saperne di più, per marche, modelli, consigli,
scrivetemi pure, sarò ben lieta di darvene ogni ragguaglio.
Buona lettura amiche!
M.P.





IKEA

Già dall'autostrada occhieggia astuto
il padiglione gialloblu, in attesa...
e noi Donneikea abbiamo un sussulto

nel cuore, non grave, non forte
come quello per un amore all'improvviso scorto:
più lieve, ma un battito, un palpito sotto il seno.

Poco lontano da casa mia - da giovinetta -
annualmente attraccava sulla piana
di faccia al porto, un immenso errante

parcogiochi, con giostre, tirassegno,
macchinine per gli scontri, amichette
e amici da inseguire perdifiato tra i padiglioni.

Era quello allora il mio tuffo al cuore, al mattino
quando vedevo sorgere la fabbrica risorta.
Indossavo in fretta Superga, maglietta e gonnellina,
e fuggivo saltellando giù per la china
a farmi strapazzare dai maschietti implumi
che si pavoneggiavano tonti e tronfi sui motorini.

Le luci, i suoni, il brulichìo di folla,
gli aromi dei banconi di dolciumi,
le cento musiche fuse in un caos primario.
E l'eccitazione per me delle prime ardite
ardimentose scoperte del turgore caldo
di un fugace acerbo maschile azzardo.

Così ora noi, ragazze, or donne, sulla via
dei padiglioni gialloblu, siamo allegre
eccitate come bimbe alla festa, col vestito a festa
ma comode, disposte a vagare per ore.
La folla girovagante è quella, del vecchio parcogiochi,
stesse le giostre, ma per noi adulte ora, e i carrelli

sono gli stessi sferraglianti autoscontri. Perché noi donne
ci sentiamo qui come di entrare in un magico antro?
Entriamo infatti, trepidanti, nel largo ventre dei reparti
come in un labirintico scenario
di sogni in ferro, legno e plastica e tessuti,
«Effektiv, Birkeland, Bjursta, Eggegrund…»

Queste le parole e i motti del sortilegio
che ci tiene avvinte in un delirio quieto
di femmine gazze intente per loro istinto antico
ad arricchire il proprio nido di nuovi
fioriti diademi, pupuree bacche, ciottoli lucenti
perline e cocci di vetro e tappi di gazosa.

E quando, soddisfatte e sfatte ritorniamo alle vetture
trascinando il bottino di immense casse e pacchi
in precario equilibrio sui nostri orgogliosi tacchi,
siamo come eleganti vespe cariche di sporte
rientranti all'arnia, ronzando tra noi chiacchiere bastarde
sui nostri compagni annoiati, infingardi, ignavi e sordi.

Rientrando, respiriamo un senso pieno di appagato bene
per il nostro femminile instinto per lo spazio
e il luogo ove rifugiare i nostri affetti cari e il tempo
dei nostri anni di inesauste infinite ingrate cure.
Il nordico sciamano ci lancia ancora sortilegi, da lontano:
«Tarka, Enudden, Fixa, Rürberg, Knubbig, Frédrik, Målmmm...»

...

 

Epilogo:

Ma il vero autentico prodigio attende nei nidi i compagni,
quando le loro tenere fragili amanti si fanno giganti
dell'operare e del fare, e con forze inumane, inattese,
possedute dal Genio, dal Dèmone che le travolge e le spende,
sgusciano i tesori, sventrano le casse, sollevano immense
grevissime assi e lastre e cristalli e coperchi e ripiani.

Allora, con la sapienza di sacerdotesse adepte a misteri
insondabili, scorriamo il libro del Verbo, come in prerghiera,
e, nel nostro nido appunto, inusualmente sconvolto,
ci accingiamo a compiere il rito sacrificale, e finale.
L'assemblaggio.
Il montaggio... Già, il montaggio!

«Bjursta, Eggegrund, Rürberg, Knubbig, Ribba…»



Carugate (MI), 19 Aprile, 2012
Dedicata a Sonja, amica dolcissima
dedita come me ai riti e ai misteri Ikeani
Marianna Piani


venerdì 27 aprile 2012

Rosa, e Rose





Rosa, e Rose
(Sopra un'immagine di Paola Mancinelli)

 


La Rosa sboccia, al mattino,
e pare un cuore, contratto nel freddo
dell'alba ancora umida di umori
di sogno, di illusioni nate
protette dal buio, presto svanite
al primo alitare del vento nei rami.

Poi, alla luce, al tepore del giovane Sole
sboccia, sfolgorante, aprendo se stessa,
offrendosi nuda al cielo già sfrontato,
che osserva muto, distante, scostante.
Un profumo, tenerissimo, diffonde il prato
nella brezza del giorno che avanza.

La Rosa spalanca i suoi petali
come un astro di velluto e sangue,
si spande, si spreca, si sventra
quando il sole già caldo la abbraccia
generosamente tutta, come amante.
I petali, muti, uno a uno, sfogliano via.

Siamo noi, noi donne, quella rosa,
aggruppate in un viluppo di grazia,
cuore aperto, vagina spalancata al creato,
fattrici di bellezza, di acuto sentore
di vita, di inesausto infinito desiderio
negato. Di intimo strazio. Di ardore donato.

Quei petali, vedete, siamo noi, noi donne,
strette attorno alla nostra bellezza
votate a spandersi, ad aprirsi tutte,
al primo bacio del nostro astro diletto,
acconentandoci appena
di un qualche calore
che giunga
fino nel fondo
più profondo
del cuore.



Milano, 26 Aprile 2012
Marianna Piani


Un'altra splendida immagine di Paola, amica preziosa,
ispiraziona continua. Poi, la mia voce...
Questa volta però l'incontro è avvenuto
in un modo diverso. I miei versi sono stati ispirati
da una composizione di Paola, che è poetessa anche con le parole,
dal titolo evocativo, "I nomi di una Rosa",
che parla di donne, quasi un inno.
Poi, assieme, abbiamo scelto tra le tante sue immagini
quella che meglio si prestava a rappresentare il nostro
comune pensiero.


"I Nomi di una Rosa"
http://lospazioindifeso.blogspot.it/2012/04/i-nomi-di-una-rosa.html

giovedì 26 aprile 2012

Lettera a un amico



Quant'è difficile, immaginabile un'amicizia
profonda, sincera, forte, tra una donna e un uomo?
C'è da dire che è impossibile, impraticabile, come tale,
il più delle volte, poichè il richiamo della carne,
del desiderio, del reciproco possesso, aumenta
proprio con l'aumentare dell'affetto, del contatto,
della familiarità stessa, dell'ammirazione.
E dove appena interviene il desiderio, la carne,
lo spirito dell'amicizia si ritrae, per far posto
all'amore, o a sesso. E a quel punto, in ogni caso
l'amicizia non è più tale, è un'altra cosa.
Eppure a volte il miracolo si può dare, e una donna

 può trovare in un uomo, in quell'uomo, il rispetto
e l'affetto di un'autentica, proficua, sincera amicizia. 
Ecco, queste poche righe le ho scritte proprio con questo
 intento, a un amico a me caro, incidentalmente: un poeta,
per spiegare qual'è per me, in verità e chiarezza,
il senso della nostra amicizia, che può sfiorare bensì l'amore,
ma che mai può essere tale, nè mai vorremmo che fosse;
proprio per preservare il valore di questo sentimento
raro e prezioso di per sè, e per i doni che ci può portare,
reciprocamente, di conoscenza e di bellezza.
Le condivido con voi, amiche care, se volete, poichè credo
sia esperienza comune, per tutte noi.

M.P.



Lettera a un amico caro

Mio caro:
amore chiama amore.
Lo Spirito ama, così come ama la carne.
L'amore carnale arde di fuoco intenso e vivo,
che tutto avvolge.
Di questo Amore amo l'uomo mio, soltanto.
Lo Spirito invece, indomito Signore del cuor mio,
ama lui, ma è vasto, com'è il mare
vasto,
ed è libero di sommergere e lambire
ogni terra del pianeta, senza legame alcuno
che non sia l'amor del Bello,
ed il Rispetto, e il Vero.
Di questo amore a te io posso dare
a mani piene, a cuore aperto.
Se amo di te i gesti, le frasi, i versi,
io li suggo, e vivo con essi
come un amore fa con l'amore:
amarli è per me come possedere
e farmi posseder da essi.




Milano, 18 Aprile 2012
Lettera a A.T. amico e mentore, poeta
Marianna Piani

mercoledì 25 aprile 2012

Venticinque, Libertà

Un mio piccolo tributo,
nato così, come un torrentello spumeggiante
che scaturisce dalla sorgente, dedicato al Bene più grande:


Venticinque, Libertà

Uno: Libertà di Dire
Due: Libertà di Fare
Tre: Libertà di Pensare
Quattro: Libertà di Amare
Cinque: Libertà di Vivere
Sei: Libertà di Volere
Sette: Libertà di Piacere
Otto: Libertà di Donare
Nove: Libertà di Credere
Dieci: Libertà di Giocare
Undici: Libertà di Piangere
Dodici: Libertà di Sapere

Tredici: Libertà di Coscienza
Quattrodici: Libertà di Scienza
Quindici: Libertà di Scoprire
Sedici: Libertà di Piangere
Diciassette, Libertà di Sognare
Diciotto: Libertà di Viaggiare
Diciannove: Libertà di Volare
Venti: Libertà di Cantare
Ventuno: Libertà di Danzare
Ventidue: Libertà di Creare
Ventitre: Libertà di Pregare
Ventiquattro: Libertà di Morire
Venticinque: Libertà di Sperare...

Venticinque, Libertà - Tu - Amore -
Tu - Sole che ci risvegli al mattino,
Sole che ci illumini il cuore,
che dai vita e speranza e ardore
a noi, germogli assetati, inquieti,
impazienti soltanto, oggi, di fiorire!



Milano XXV Aprile 2012
Al Mio Bene più grande
Marianna Piani




Ricevo da un'amica, che fino a ieri dicevo cara, e da oggi chiamerò fraterna,
questi versi dedicati al sacrificio, reale, non metaforico, di un Uomo Coraggioso
per difendere la nostra futura Libertà.
Già premiata, inedita, ma di prossima pubblicazione, con grande orgoglio e gratitudine
la pubblico qui nella mia Casa, subito di seguito alla mia,
perchè dà un nome e cognome preciso a questa Libertà che,
un po' astrattamente o, peggio, distrattamente, abbiamo celebrato oggi.



A GIANCARLO PUECHER

Dopo la notte vasta, silenziosa
l'alba insanguinò la roccia.
Neppure la campana tra le nebbie del fiume
dove cadono le prime stelle
che galleggiano lievi alla deriva
s'è levata coi suoi fiochi richiami.
Davanti alle colline rinsecchite
sul confine del sole, al limite dei boschi
Giancarlo Puecher partigiano
scomparve in cieli di pleniluni.
I suoi vent'anni sapevano di giorni chiari.
Aveva un nome dolce l'avventura,
Crotto Rosa di Erba.
Inutile cercarlo lungo il sentiero.
Inutile cercarlo lungo il fiume.
Inutile cercarlo a primavera.
Giancarlo è morto, come tutti i morti della terra.
Smarrito, respinto dalle valli
il gallo di montagna
volava disperato verso il mare.

(Red Cap)


« L'amavo troppo la mia Patria, non la tradite,
e voi tutti giovani d'Italia seguite la mia via
e avrete compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.
Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non pensano
che l'uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà. »

Giancarlo Puecher Passavalli (Milano, 23 agosto 1923 – Erba, 23 dicembre 1943)
è stato un militare e partigiano italiano decorato con la Medaglia d'oro al valor militare.

giovedì 19 aprile 2012

Quel che è



Giorni fa scrissi d'impeto questi versi, mentre il mio amore era
all'aereoporto per partire lontano per un lungo periodo di lavoro
e di distacco.
La prospettiva di una lunga lontananza, di una completa assenza
aggravata da un fuso orario assai difficile, aveva esasperato
in me un'onda travolgente di emozione, rabbia, affetto,
frustrazione, desiderio, pianto.
Ho cercato di fissarle, tutte queste emozioni, e ne è venuta
una cadenza a battito, martellante, come il battito del mio cuore,
spezzata, come spezzato sentivo il cuore mio, che avrebbe voluto
essere in quel volo e non c'era.
Alla fine mi sono resa conto di quanto somigliasse, nell'incalzare
breve, insistente, crescente dei versi a certe opere,
o preghiere, di una poetessa che ammiro, Rosanna Marani,
che in qualche modo mi ha stregata,
col suo magnetismo magico da sacerdotessa e dea.
Così ho dedicato questa canzone mia a lei,
e lei, leggendola, mi ha incoraggiata a pubblicarla.
Lo faccio ora, grata per la benevolenza e affettuosa indulgenza
cui le persone grandi di cuore e mente sono sempre prodighe.
M.P.



Quel che è


Il mio amore è
quel che ė:
è carne, è pensiero,
è saliva, è sangue,
è grido, è preghiera.

Il mio amore è
torrido ardore e gelo,
è ingordigia, è fame,
è luce accecante,
è disperante, è oscuro.

Il mio amore è Santo,
è Spirito Eletto, alato,
è presenza, è assenza,
è mare, è roccia,
è distacco, maledetto!

Il mio amore è scritto,
è detto, è letto,
è canto, è grido,
è pianto disperato,
è dolore crudo, nudo.

Il mio amore è riposo
è sonno, è letto sfatto,
è veglia esausta,
è tuo respiro
nel mio respiro infitto.

Ed è tempesta, è procella,
è vento folle, il mio amore;
è vortice, è gorgo, è giogo,
è rotta mortale, è deriva,
è sicuro porto. È arrivo.

Il mio amore dunque
è ardore, è fiamma,
selvaggia fiamma, è graffio,
è sfregio, è liquore,
è turgore confitto

nel cavo dolce
del mio profondo fondo
umore, è vita, è unguento
nel colmo del mio ventre:
è il mio amore, puro.

Il mio amore è
quel che è.
Il mio amore è amore.


Milano, 12 Aprile 2012
Dedicato a Rosanna,
con ammirazione e amore
Marianna

domenica 15 aprile 2012

San Polo

Una notte, anzi - allora non lo sapevo - un'ultima notte d'amore
nella città più romantica del mondo, prima di un doloroso e devastante distacco.
Sensazioni di luce, di suono, di odore, unici e irripetibili,
che ho tentato di narrare, di fissare in qualche modo nelle parole,
un tempo si sarebbe detto sulla carta.

La dedico a tutte voi, e ai nostri perduti amori.
E in particolare a due amiche speciali, Nico ed L.L..



Campo San Polo

Aprii gli occhi, d'un tratto, quella notte,
e compresi d'esser felice:
accanto a me, nel letto sfatto,
riposava come un felino sazio
il mio amore, ora finito, allor sfinito,
l'arco del dorso sensibilmente teso
sopra il morbido curvare dell'anca.

Sopra di me brulicava - mobile arabesco,
lanterna magica astratta, mutevole impalpabile
come le sue promesse - la luce nel soffitto, rifratta
dallo specchio tremulo del canale; insinuata
violando i vetri opachi della finestra,
socchiusa sulla angusta calle e sul ponticello
che unico, allora, ci univa al mondo e alla vita.

Attorno a me, nel silenzio, il suo respiro,
denso, fuso allo sciabordìo costante
della laguna che consumava, con antica costanza,
il muro vecchio del palazzo; e il calpestìo sommesso
dei piedi degli amanti, indugianti un bacio esausto
nel dedalo di nebbia e bruma e mura, accarezzati
dal lume dei lampioni e dalla brezza diaccia.

Aprii gli occhi, quella notte,
e credetti d'esser felice.
E lo ero, mentre fissavo sopra me il cielo
della stanza, mentre ascoltavo trepida la vita
fluire da me a lei, da lei a me, amata ombra mia:
così vulnerabile nel sonno. Da sveglia, invece,
mia implacabile, tirannica nemica.

Aprii gli occhi, quella notte,
e presto fui certa d'esser felice:
non voleva l'anima mia capire ancora
quanto imminente fosse la lacerante fine.
Il mio dormiente amore si mosse intanto, languidamente,
scoprendo la spalla nuda. L'intera mia vita fu all'istante
precipitata in quel candido risplendente lampo.

Aprii gli occhi, quella notte,
e seppi, senza saperlo ancora,
quanto certa fosse la mia sorte.
Quanto quei bagliori saettati dal mare
contro il cielo della stanza dal sentore salso
fossero gli ultimi, per noi, in quella calle sconta
appena dietro Campo San Polo, sopra il rio.

Aprii gli occhi, quella notte,
e venne subito, illividita, l'alba.



Milano, 10 Aprile 2012
A Nico, e LadyLabyrinth, che mi sanno ascoltare.
Marianna Piani

sabato 14 aprile 2012

Il Dono


A cosa "serve" un'amica, un amico?
Certo a sentirsi amate e appagate di poter donare il nostro affetto.
Certo ad accogliere le nostre gioie, e i nostri pianti,
con l'animo aperto di chi comprende e non giudica,
di chi accoglie e non esclude.
Certo per lasciarci un bacio sulla guancia e una carezza
quando lo scoraggiamento e la tristezza ci assalgono rabbiose.
E certo per farci sentire meno sole.

E, all'occasione, per lasciarci sulla soglia di casa un piccolo dono,
un fiore, una scatolina di biscotti, un pelouchino che ci guarda dolce,
un post-it giallo con un saluto al volo, un nulla, 
un ricordo, un segno di un passaggio accanto al nostro cuore.
Così accade che qualcuno si rammenti di me,
ragazza indaffarata nelle mie cose,
e mi lasci in dono un rigo, la musicalità di un verso.

Così con me fa un amico, Alvaro,
lui stesso poeta, che mi dona visioni e suoni per farmi rasserenare.
Ecco l'ultimo bijou, appena uscito dalla scatolina azzurra,
questi versi, lievissimi, tutti visivi,
di una nota poetessa e scrittrice statunitense,
dal nome in sè già evocativo, Susan Minot.

Come nel finale della poesia stessa,
non a caso (Alvaro ormai mi conosce bene)
il ricevere e leggere questi versi, deliziosamente musicali:
"Per pochi istanti/ mi ha sollevato dalla pena/ di amare te".
Mi ha sollevato dalla mia tristezza di questi giorni.
Ho tentato, nel tradurla, di conservarne la musicalità,
i rimbalzi delle assonanze, i ritmi spezzati e concatenati.
Spero tanto di esserci riuscita, almeno un poco,
e spero tanto che vi piaccia.
Perchè ora la offro a voi,
amiche mie care, e amici gentili.
M.P.
 


Interloper

There's a cat up on the roof
with stripes across his face.
He has the curious guarded look
of a cat who knows this place
may be inhabited
by other cats.
I see him through the window
past yellow tangles on the sill,
beyond the long pegged rack
of all my heartsick hats.
He lifts his paw and shakes off rain.
His face is wild and true.
For a moment he relieves me
of the pain of loving you.

Susan Minot



L'intruso

«C'è un gatto, sopra il tetto,
con due strisce traverso al muso.
Ha l'aspetto curioso e circospetto
d'un gatto che sa che il luogo
potrebbe esser da altri gatti
in uso.
Lo vedo, dalla finestra,
tra i gialli intrecci del parapetto,
di là della lunga giostra
di tutti i miei cappellini affranti.
Lui alza la zampa e ne scuote via la pioggia.
Il suo muso è selvaggio e schietto.
Per pochi istanti
mi solleva dalla pena
di amare te.»



Milano, 14 Aprile 2012
Tradotta con gioia, e amore,
da Marianna Piani


Link here to learn more about Susan Minot's Poems
http://www.randomhouse.com/book/115263/poems-4-am-by-susan-minot

giovedì 12 aprile 2012

Bianconero



Bianconero
(sopra un'immagine di Paola Mancinelli)


...
Leggi. E sai, della natura corpuscolare della luce,
sai, e leggi, dell'equivalenze tra colore e calore,
conosci l'enigmatica continuità fisica del vibrare:
poichè vibrano i suoni, e i raggi di luce, e le onde.

Osservi, sai dell'immagine com'è: un caos ordinato
di pulviscolo, emulsionato d'argento, o zero e uno in silicio,
e rammenti la luce rossa nel buio e il liquido nascere
delle ombre ancora affogate nella placenta rivelatrice.

Eppure, ogni volta, ti sorprendi nell'assistere
al ripetuto sortilegio dell'immagine pura.
Che da null'altro che il variare della luce incidente,
come un prisma, esplode colore. e lussureggianti cromìe.

Perchè quei covoni, quei teli, hanno i toni dell'oro?
perchè quel cielo non è più ombra, ma blu vivo?
perchè il digradare delle colline all'orizzonte
trasmette il sapore della rugiada, e commuove?

Perché percepiamo distintamente il tepore
che emana quel prato; e perchè ci assale il frinire
delle cicale; e il sibilare del vento nei capelli che frustano
le orecchie; e il sapore estivo delle more di gelso?

Perchè, infine, l'argenteo silenzio del disco lunare, chiaro
come una promessa di pace, anzichè pace ci muove
a un sottile sgomento, con quel suo indugiare
in cima a un firmamento di solitudini esauste?

Eppure tutto questo è solo un modulare di toni
di bianco e di grigio, un vibrare contrasti,
una partita di forme, di tensioni, volumi, vuoti, pieni.
Non luce, non ombra: bianca carta, neri pigmenti.

È nella chimica, dunque - o nel processo - oppure nell'occhio -
che si celebra il rito, il tempio dove avviene il sortilegio?
È nello sguardo: nello sguardo di chi osserva,

e più nello sguardo che coglie, che ferma, che crea l'istante

e lo eterna.




Milano, 6 Aprile 2012
Marianna Piani



Ho preso spunto da questa meravigliosa, sognante immagine
della mia amica e artista Paola Mancinelli
per immaginare un'elegia appassionata
alla Fotografia come arte della luce,
esaltata in particolare nella sua autentica essenza
nella tecnica del bianco e nero.
È affascinante e sorprendente, sempre, come Artisti di talento
coma Paola sappiano restituire, interpretare, trasmettere, evocare
non solo la composizione, il ritmo delle forme, la qualità dei toni,
ma la vibrazione, la qualità stessa del colore, che ci appare più essenziale,
denso, parlante che in una fotografia a colori pieni, dove esso è scontato
e quindi, per entropia, meno memorabile, meno significante.
Personalmente, di certe immagini di Avedon, Cartier-Bresson, Capa,
non saprei dire se siano in Bianconero o a colori.
In questi casi il Bianconero non è una privazione,
ma un arricchimento. E Paola, col suo naturale talento poetico
mi ha impressionata per quanto, in un'immagine così povera, in apparenza,
quasi dimessa, ha saputo comunicare del suo mondo, delle sue emozioni,
del suo pensiero. Grazie ancora amica mia. M.P.

martedì 10 aprile 2012

Paragoni

Questa piccola composizione, quasi una filastrocca
l'ho dedicata a un'amica cara e al suo fidanzato,
immaginando di vedere lei con gli occhi di lui,
immaginando che fosse lui a imbracciare un liuto
e a intonare un  madrigale d'amore
per cantare la sua bellezza, così nobile, unica, rara
in un mondo grigio, uniforme e volgare.


Paragoni


Come confrontare
una ruvida rapa
a un fiore di pesca,
un grano di ghiaia
a un lucente rubino,
un'ortica di fosso
a una orgogliosa orchidea?

Come confrontare
una brughiera riarsa
a una distesa di grano;
un uggioso autunnale piovasco
a una tempesta d'estate;
una sdentata fabbrica smessa
a un loggiato fiorito?

Come confrontare
un vociare di folla
al sommesso dire del mare?
L'aria greve di un androne
alla carezza del libeccio sul viso?
Il lucore violaceo d'un video
alla tenera luce lunare che avvolge
ogni notte
la laguna?

Come confrontare
come paragonare il quotidiano,
l'ordinario, il banale, lo scontato,
il consueto, il ripetuto, il grigio,
con l'inesausta vivida fiamma
che consuma il tuo sguardo
quando mi guardi
amor mio?



Milano, 1 Aprile 2012
Dedicato a S. e R.
Marianna Piani

lunedì 9 aprile 2012

La Poesia, nuda



Vino primero, pura,
vestida de inocencia.
Y la amé como un niño,

Luego se fue vistiendo
de no sé qué ropajes.
Y la fui odiando, sin saberlo.

Llegó a ser una reina,
fastuosa de tesoros...
¡Qué iracundia de yel y sin sentido!

Mas se fue desnudando.
Y yo le sonreía.
se quedó con la túnica
de su inocencia antigua.
Creí de nuevo en ella.

Y se quitó la túnica,
y apareció desnuda toda...
¡Oh, pasión de mi vida, poesía
desnuda, mía para siempre!

Juan António Jiménez



«Giunse, dapprima,
vestita d'innocenza pura,
e l'amai come bimba.

Poi, prese a indossare
non so quali vesti.
E la detestai, senza saperlo.

Finì per essere una Regina,
tutta adorna di tesori...
Che rabbia amara, e senza senso!

...Ma iniziò a spogliarsi,
e io già le sorrisi.

Rimase soltanto con la vestina
della sua innocenza antica.
Io credetti in lei, nuovamente.

E lei la tunica si tolse infine,
e mi apparve del tutto nuda...
Oh! Passione della mia vita, Poesia
nuda, mia, per sempre!»


Così, a me, sorprendente, bellissima, nuda
si ripresentò un giorno - dopo anni di silenzio
tra le pieghe umide del mio cuore -
la Poesia,
voglio dire: proprio la gioia, l'indicibile piacere,
la vertigine e il rischio
del fare, dire, cantare Poesia.

Marianna

sabato 7 aprile 2012

Libri

Books

Perchè amo i libri


Qualche giorno fa
un carissimo amico
mi ha segnalato un articolo
della sua figliola, Kristine,
riguardo la crisi del libro "stampato"
di fronte al diffondersi dei libri digitali.
L'articolo, che ho pubblicato nella Pagina
"Long Live the Book", qui a fianco, in inglese,
mi ha colpito talmente, tanto era vicino
al mio sentire sull'argomento,
che avevo progettato di tradurlo, per inserirlo qui.
Invece ne è nato un piccolo racconto, in forma di lettera,
indirizzata a Kristine Tortora, e a tutti voi.


Cara Kristine,


Io ho avuto la fortuna di nascere, e crescere, in una casa in cui vi era una stanza, piuttosto grande (a me, piccolina, sembrava immensa, come l'antro di un drago, un drago buono, naturalmente) che si chiamava "studio di papà" dov'era una grande, altissima libreria (noi non la chiamavamo biblioteca, ma proprio "la libreria") alta fino al soffitto e che occupava quasi per intero tre su quattro pareti della stanza.


Ricordo il mio papà, seduto alla scrivania, intento magari a scrivere a macchina, o più tardi al computer, e dietro a lui questa diga di volumi, di tutte le dimensioni, di tutti i colori, con sopra i dorsi una folla di titoli, di caratteri, di nomi, di scritte, in tutte le lingue. Lui di solito in quei momenti non mi badava, era al lavoro, anzi a volte veniva mamma a chiamarmi, "lascia in pace papà" diceva.
Ma a volte lui non era "al lavoro" per nulla, lo trovavo invece magari arrampicato, in piedi sul suo sgabello - in noce, saprò dopo, come la libreria - addossato agli scaffali, con uno di quei volumi nelle mani, assorto. In quei casi non era necessario l'intervento di mamma, sapevo bene, per mio istinto, che lui era in un suo mondo, e che necessitava silenzio e rispetto.


Fu lui a donarmi i "miei" primissimi libri. Ricordo ancora i titoli, e ricordo perfino il luogo e il momento in cui li ricevetti. Erano: "I viaggi di Gulliver" (Swift) e "L'isola del tesoro" (Stevenson), entrambi in un'edizione ridotta, e illustrata con bellissime figure a tempera. Li ho ancora, nella mia biblioteca, qui a Milano.
E ricordo ancora con vivezza la indescrivibile emozione che ricevetti, non appena, vincendo la mia riluttanza (fino ad allora non avevo letto che fumetti, che tanto adoravo) mi immersi nella lettura.
Per magia fui trasportata in mondi lontani, meravigliosi. Da allora, come se avessi ricevuto un'investitura, i libri divennero una mia cieca passione.


E oggi, quando mi imbatto in certi profeti di sciagura, che ipotizzano la "morte del libro" la sua fine in favore delle effimere memorie dei nostri tanti giocattoli digitali, tra i brividi, penso a cosa sarebbe della mia vita, se non ci fossero stati già da allora.


I libri sono il loro contenuto, si dice, ma ciò è falso.
I libri sono il più nobile oggetto mai inventato dall'uomo, quello che lo fece avanzare dallo stato di sonno, dal buio della notte, all'alba luminosa della ragione, dell'intelletto, e della cultura. Non per nulla dittatori e prelati, nella storia, hanno ricorrentemente tentato di accanirsi su quello stesso oggetto, con roghi, pogrom, furti, dispersioni, censure, divieti.


Ora NON VORREI MAI che questi oggetti eleganti, apparentemente innocui, utili addirittura, (io stessa ci sto scrivendo, proprio ora, questa lettera) come iPad, Kindle, fossero le scintille di un nuovo immenso devastante rogo virtuale capace di ottenere ciò che nel passato fu il sogno mai raggiunto di imam e dittatori.


Scegliere il libro, possedere il libro, tenerlo tra le mani, soppesarlo, aprirlo, sfogliarlo, prima dal fondo, per ascoltare le pagine frusciare, poi in avanti, scorrere l'indice, e poi odorarne la fragranza, sempre diversa, di inchiostro appena stampato, oppure della nobile povere di lunghi anni deposti sul suo dorso forte.
Questi sono gesti, emozioni, nobilissime, deliziose, che MAI vorremmo perdere o abbandonare. La lettura viene, naturalmente, dopo, e insieme, a tutto questo. E così la memoria: il mio papà non è più con me, ma i suoi libri si, e lo saranno per sempre. Fanno parte di lui, e ora sono me, se non li avessi, di certo, la mia desolazione sarebbe infinita. Lui sarebbe scomparso due volte.
Ogni volta che incontro, riprendo uno dei suoi libri - e io SO con assoluta certezza, tra mille, QUALI sono i suoi libri, e quali quelli nati con me - e lo apro, non posso non pensare che le sue mani l'hanno scelto, blandito, aperto, mille volte, in passato, i suoi occhi l'hanno scorso, le sue dita sfiorato, per tenere il segno.


Lui non umettava mai, come non faccio neanch'io, per girare pagina.
In cambio aveva lo stesso mio vizio di piegare a triangolo lo spigolo d'una pagina, per tenere il segno, per mettere un richiamo in un punto che riteneva interessante, rilevante. E, anche su edizioni di pregio, annotava, a matita, a margine, con linee. freccine, minuscoli disegnini perfino, proprio come faccio io, ancora adesso.
E quando incontro quei segni del suo passaggio, veri, tangibili, concreti, mi commuovo, mi lascio travolgere dalla tenerezza, dal ricordo. E mi pare di sentire la sua presenza, dolcissima, indulgente, sorridente, sopra le mie spalle.


Pensa, per un istante, invece, se vi fosse stato Kindle, già allora. Niente più libreria, niente più frammenti di memoria, niente più senso del tempo, niente più impronte di un umano passaggio, niente più presenza, fisica, costante, accanto a me di chi ho amato e mi ha amato, niente più senso del perpetuare la vita.
Quanto, quanto saremmo impoveriti, depauperati, privati di ciò che più conta:
della nostra Umanità.


Per questo, per questi motivi, e un'infinità di altri, che già tu dici così bene, io sono strenuamente ostile a questa "controriforma" tecnologica, che minaccia di ricacciarci indietro di millenni.
Ma non per luddismo, per nostalgia, o per reazione al nuovo:
per istinto di sopravvivenza, semplicemente.


Per questa Causa, sono pronta a combattere, a morirne, se necessario, credimi,  mia cara, come certo sei tu, sorella ideale.


LONG LIVE THE BOOK


La tua Marianna



venerdì 6 aprile 2012

Eleonora

Questi versi sono dedicati e un'amica deliziosa,
e una poetessa - in potenza - potente, di un talento vivo,
coltivato, giovanissima, sopra letture appassionate e vaste.
Una fanciulla di altri tempi, si direbbe quasi
l'abitante di un racconto della Austen in visita ai nostri giorni,
ma non sbalordita, non stupefatta, solo incuriosita,
e padrona anche di quel mondo virtuale, solo oggi esistente,
che le consente di essere Virginia,
scrittrice, sapiente, intelligente, assetata di vita.



«Eleonora»

Come un'onda marina raggiunge la riva
di sabbia grigia, indurita dall'acqua, e la
risale, come avesse fretta, saltellando eccitata
come una bimba, e infine si ritira, dolce sospiro,
lasciando aderire all'arenile preziose conchiglie,
valve lucenti, seducenti monili. Ecco:

Come l'onda Eleonora raggiungi le rive del mondo,
risali spumeggiando il mio cuore, e fatta Virginia,
abbandoni parole, e pensieri, e visioni
aderire per sempre all'arenile increspato
dell'anima mia.


Milano, April 1st 2012
To Eleonora - My Virginia
Marianna Piani

giovedì 5 aprile 2012

Poetry Sustains the Lover

Ho ricevuto un'altro dono da un amico, poeta d'oltremare, Italiano d'origine.
Breve, intensa, bellissima.
Ho provato a tradurla, ad intepretarla.
Ciò che disringue queste mie traduzioni da altre è che sono eseguite
sulla carne viva di versi ancora palpitanti, composti da poco.
E che hanno l'approvazione benevolente dell'Autore.
La prima cosa mi riempie di ansia, e tenerezza, e grazia.
La seconda d'orgoglio.
Marianna


Poetry sustains the lover     
                 to Hafèz –The Philosopher of Love


Whether it is a desire
that brings on the vision
or a vision
that brings on the desire
it is of no importance

What counts is what follows
the fulfillment of this dream
so impartial to the reality
of the moment
it survives the here-after
and forever returns


Alvaro Tortora                         
      11/21/2008



Poesia nutre l'amante 
                        Dedicato a Haféz - Filosofo dell'Amore

«Che sia il desiderio
a creare la visione
o la visione
a creare il desiderio
non importa

Ciò che conta è ciò che segue
il compimento di questo sogno
così indifferente
alla contingente realtà:
sopravvive all'aldilà
e perpetuamente torna.»



Amorevolmente letta e tradotta
Marianna Piani
2 Aprile 2012

mercoledì 4 aprile 2012

A Paola


Ho scritto questa breve canzone in omaggio a un'amica cara,
che mi è stata vicina in un momento difficile,
e ha saputo raccogliere con pazienza i miei pensieri
e le mie piccole cupe disperazioni.



Paola, tenerissima come
il dono inatteso
ricevuto da una bimba
al colmo del pianto
e che come d'incanto
le fa rifiorire il sorriso.

Paola, mano scrivente
libro aperto, quaderno ardente,
pagina scritta in fiorito corsivo,
piccolo abbecedario
a lettere scarlatte
e figure colorate d'affetto:

P come Purezza
    Purezza di sguardo
    Purezza di voce
    Purezza d'ogni Pensiero

A come Ascolto
    Ascolto e Aiuto
    Ascolto Abbraccio
    sostegno all'Amica

O come Origine
    Origine, come Donna,
    Orgasmo di vita
    scaturigine di emozione

L come Levità
    Levità, Leggerezza
    Liquida fonte di ogni
    Limpida consolazione

A come Amore
   Amore Affezione
   Ardore Passione:
   tutto ciò
   che fa viva la vita.

 
Milano, 31 Aprile 2012
A Paola, amica diletta, sorella in arte, come musica
da Marianna Piani

martedì 3 aprile 2012

To know Her

 

To know Her is to know

                                      to the Muse


When I awake I begin my last day
When I go to bed I look back
to conclude a quotidian struggle

Every day
and day by day
my years dwindle to one last day

Now, I know the measure of eternity
and as I go to bed
walking my last walk of perfection
I look back at my work
as delectation
for only now I know
to what measure it is affected
by Her effective beauty
grace and affection

Alvaro Tortora


Conoscere Lei è Conoscenza

                            (alla Musa)


«A ogni risveglio inizio un mio estremo giorno
nel coricarmi mi guardo alle spalle
per chiudere la mia quotidiana lotta

Ogni giorno
e giorno per giorno
la mia età degrada verso un ultimo giorno

Ora, solo ora so la misura dell'eterno
e quando mi corico percorrendo
l'ultimo mio perfetto corso
guardo indietro al lavor mio
come diletto
poichè ora soltanto so
in qual misura è esso eletto
dalla di Lei mirabile bellezza
e grazia e amorevole affetto.»



Con amore, e trepidazione
tradotti non traditi da Marianna Piani
Milano, 31 Marzo 2012


Questi versi non li ho trovati in un libro. Sono giunti a me, amcora vivi e palpitanti, inviati a me, emozionata, dalle mani del Poeta, che ho la ventura di poter chiamare amico. Ho voluto tradurli, e la mia traduzione, con mia grande e incredula gioia, è stata accettata dall'Autore, pur essendo inevitabilmente inadeguata, come tutte le traduzioni. Sto lavorando alla traduzione di altri versi di questo Autore, che per me è un onore ospitare qui, nelle pagine del mio Diario, che ne ricevono linfa e grazia, e nutrimento. Spero nella sua benevolenza e di poterli pubblicare presto.

domenica 1 aprile 2012

Ritratto


- La Rinascente, un mattino di Marzo
e primavera sorgente, a Milano.

Quattro giunoniche dee in polistirene antiurto
fissano estatiche dai loro piedestalli cromati,
nei loro tessuti firmati, i rigidi piedi
infilati in arditi fascinosi sandaletti stringati.
La lastra - immensa - riflette il Duomo
lezioso e severo urbano sovrano,
e lì in mezzo, tra il Duomo e le dee
ci dovrei essere io, dispersa tra le colonne
del porticato inutilmente vasto, affollato.

Dovrei esserci: e difatti mi vedo,
ma senza vedermi, come se non fossi io.
Una figura di donna bruna, gambe
sottili, nervose, da puledra, arrampicata lei pure
su assurdi tacchi che rendon regale l'andatura,
Piccolina, la gonna corta, una maglia - bianca,
avvolge il seno d'arancia, e scopre
una spalla. Un filo di perle. Una borsa verde.

Mi chiedo se sono io, quella donna
riflessa nella vetrina, nel controluce incerto.
Sono io, oppure ne sono soltanto il riflesso,
pura immagine, pura idea, incorporea mente?
E sono io, quella bimba, vestita da adulta, cresciuta
percorrendo sentieri bruciati tracciati suo malgrado
per lei dal fato, o dalla furia, o da un dio svagato?

Oppure io sono ancora la bimba che sono,
i piedini infilati nelle scarpe di mamma, col tacco
che fa toc toc sul parquet laccato;
e il babbo mi ha appena donato dal suo scrigno
un rullo fatato, di latta e cartone stampato
a lune e stelline, con una lente sul fronte.

Dentro, per magia, specchi invisibili rifraggono
frammenti di smeraldo, zirconio e rubino; controluce,
girando la ghiera, sbocciano fiori mirabili,
lussureggianti stelle:
a ogni giro io bimba ho un nuovo sobbalzo, mirabile sogno,
senza prezzo, perchè è fatto solo di cocci e di luce.

Ma forse io sono proprio io quel gioco, quel magico rullo,
la mia mente è quei frammenti spezzati, frantumati
sotto il tacco spietato del mondo, della vita.
La mia anima è quegli specchi, in cerca di un ordine,
invano, in un caos di illusioni deluse e abbandoni.

Forse io sono ancora, semplicemente,
la manina che ruota il tamburo frusciante
in cerca di nuovi fiori, multicolori, fantastici, esplosi.


Milano, 27 Marzo 2012
per Alvaro, con affetto
Marianna Piani