«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

mercoledì 18 ottobre 2017

Il tuo sguardo


Amiche care, amici

Pubblico oggi una lirica dedicata all'amore della mia vita, che vorrei condividere con voi.
Ho scelto di liberare il verso in un componimento in forma chiusa, affidandomi a una musicalità "antica" per esprimere sentimenti e sensazioni antiche e senza tempo, e ho cercato di sbozzare un ritratto vivo della persona, partendo da ciò che fin dal primo incontro mi ha colpito, affascinato, soggiogato: lo sguardo, il suo modo indagatore, severo, eppure dolcissimo e innocente di guardarmi, dritta negli occhi.

Ma voglio lasciare spazio ai versi, poiché altro, o di più, non potrei dire.

Con amore

M.P.




 
Il tuo sguardo


Sempre tenero, chiaro e variato,
il tuo sguardo sul mondo,
ha proprio il denso colore del prato
il tuo occhio profondo

pur sempre così inondato di luce,
ansioso di scandagliarmi la mente
incapace di mentire, incapace
di ogni pudore, eppure innocente.

Al destarsi del giorno
tra i viali, le buie corti e gli androni
questo tuo sguardo piano

indugia sul mio viso, adorno
delle tue emozioni
e mi prende per mano.

Assieme seguiremo questo raggio
nostro di luce, con fede, e coraggio.



Marianna Piani
Milano, 26 Aprile 2017
.

sabato 14 ottobre 2017

Tra non molto



Amiche care, amici,
ritorno alla mia "ispirazione" preferita, una schietta, semplice poesia d'amore, anzi, di passione, non temo di ammetterlo.
Io e il mio amore abitiamo. viviamo, lavoriamo lontane, e solo strappando ore e giorni alla nostra attività, alla nostra quotidiaità, viaggiando da un capo all'altro dell'Europa, riusciamo, non senza difficoltà, ad incontrarci. Per questo gli incontri sono rari, ma intensissimi, desiderato tanto a lungo da farci impazzire. Sempre una emozione quasi fosse il primo appuntamento.
Nei giorni in cui lei è da me, in Italia, di solito è perché si è presa una pausa dal lavoro, mentre io sono sempre pressata dalla mie scadenze, per cui mi capita di lasciarla a riposare, mentre io corro da qualche Agenzia per consegnare, discutere o acciuffare al volo un lavoro, un incarico. In quei casi mi affretto a ritornare il più presto possibile, sperando sempre di ritrovarla lì, da me, proprio dove e come l'avevo lasciate. Questo è qualcosa che mi dà un senso di intimità, di tenerezza e di serenità indicibili: è così che immagino, quando sarà, la nostra vita insieme, lei a riposare e a esercitarsi per prepararsi alle serate, io al mio tavolo da lavoro (digitale) oppure in giro dai committenti. E poi... tutto il resto…

Un componimento lieve, scritto in punta di piedi, in terzinette sciolte: la dedico a colei che amo, e a voi, amiche dilette e amici…

M.P.




Tra non molto
- mi alzerò.


Ormai la livida opacità
dell'alba spia tra le cortine azzurre
appena un poco scostate.

Mi alzerò, piano per non svegliarla,
ma per ora la osservo, nell'ombra,
vedo la morbida curva del fianco

adagiato, anzi abbandonato al riposo,
con un languore che mi travolge,
dopo la nostra notte senza respiro.

Vorrei carezzarle i capelli, ora,
ma non voglio destarla: li lascio
sciolti e arruffati sull'omero bianco

a figurare le fiamme del mio
desiderio, anche ora, anche adesso
acceso, mai sopito. Del resto

come potrei ignorarlo?
Guardo ancora un istante quelle mani
che paiono così grandi, e forti,

assuefatte a strappare il canto
dagli antichi strumenti -
e a modulare in me il piacere

con pari maestria, fino a farmi
impazzire. Ora vorrei baciarle,
quelle mani, ma non voglio destarla.

Tra poco, lo giuro, mi alzerò,
ricoprirò il mio corpo
con qualcosa che troverò lì al volo,

poco, niente trucco, tranne
sulle labbra quel tono di rosso
che amo, perché mi ricorda di lei.

Me ne andrò, piano, senza
far cigolare la porta, le scarpe
per mano, la borsa riempita

alla rinfusa, le chiavi
nel pugno serrato perché
non un solo rumore è ammesso:

non la voglio destare, la voglio
trovare così, quando ritorno...
Che sogno, ricominciare proprio


daccapo, da dove abbiamo lasciato.


Marianna Piani
Nebbiuno, 18 Aprile 2017
.

mercoledì 11 ottobre 2017

Via Zamboni



Amiche care, amici,

come avevo anticipato, ecco il secondo componimento "autobiografico", dedicato a un periodo della mia vita tanto importante e decisivo quanto poco rivisitato, lasciato come in un canto della mia memoria, forse perché ancora troppo vicino e vivo (ma sono passati ben più di vent'anni, anzi, quasi un quarto di secolo), forse perché sentito come troppo emotivamente vicino alla nostalgia, un sentimento che non amo frequentare.
La memoria, il ricordo, doloroso o felice, sono sentimenti costruttivi, positivi, non cercano mai, in ogni caso, di sostituirsi alla realtà. La nostalgia, il rimpianto, sono invece come dei freni, dei rifugi illusori che lasciano il vuoto attorno, sono privi di senso, perché il vettore tempo ha una sola ed unica direzione, ogni ripensamento o tentazione di ritorno all'indietro è destinato a fallire, e spesso con rinnovato dolore.

Quegli anni a Bologna furono forse i più intensi e formativi di tutta la mia vita. Anzi, senza il forse. Lì, in quella giovanile confusione mentale tra bene e male, di bellezza e sordidità, di creatività e di autodistruzione, in quella nebbia ancora adolescenziale di incoscienza e di ribellione, lì si plasmò, intellettualmente, culturalmente, anche sessualmente, nel bene e nel male, la donna che sono. Sotto i portici di Via Zamboni, in quelle aule, nelle case di amiche e amici, nelle vie e nelle piazze, la ragazza, per certi aspetti la bambina che vi era approdata, sola e ingenua fino a poter attraversare con totale innocenza ogni cosa, divenne donna, conquistò, a costo di quell'innocenza, la Conoscenza, di sé e del mondo.
D'altra parte, questo in un modo o in un altro, con tempi e modi diversi, è ciò che accade a tutte e a tutti. Io ebbi il privilegio di poterlo fare nel modo più indolore, in fondo.

Con amore, sempre

M.P.





Via Zamboni

Ciò che più ricordo
di quegli anni strani e sprecati
sono i portici di via Zamboni,
San Petronio e la sua piazza,
la gente meravigliosa, la calata
così melodiosa anche
quando partiva una bestemmia,
le infinite notti a parlare
di cinema e di politica,
quasi sempre terminate
a far l'amore in qualche stanza
di qualche studentessa del terzo anno,
così focosa e spudorata
da travolgermi senza scampo;
oppure - col giovane assistente
così fragile, così dolce e ombroso,
quello di Potere Operaio,
che leggeva i suoi versi più ispirati
in stile Pasolini, e mi seduceva
nonostante gli occhiali spessi
e il naso a becco adunco
che lo faceva quasi
un giovane Pavese.

Quei muri alti e freddi
della mia cella da due soldi
a due passi dai porticati,
sapevano i miei sogni
e le mie illusioni, che allora
io chiamavo i miei progetti:
nonostante fossi donna,
anzi proprio perché lo ero
sentivo un peso di storia
gravarmi sulle spalle.
Avrei fatto tutto da sola,
non era nei miei pensieri,
nemmeno lontanamente,
l'idea d'una famiglia.
Facevo libera l'amore
perché ardevo dell'energia
che mi scoppiava in cuore,
m'innamoravo d'un ragazzo
o d'una compagna, oppure
di un saggio di Ripellino,
o dei folli versi di Majakóvskij,
che m'ostinavo inutilmente
a leggere dal Russo.
Era tutto amore, per me,
né sapevo allora (come oggi
ancora) distinguere l'amore
dalla passione, e dalla fame.

Quella mia nuda cella conventuale,
quei muri alti, in gesso
che sfarinava sotto i polpastrelli,
sapevano di me
e delle mie passioni, ogni passione,
ogni pentimento seguìto ancora
da una nuova più torrida passione,
sapevano dei miei anni
più preziosi consumati
in onde colme di sesso e pensiero
come ramoscelli fluttuanti
in balìa delle maree.


. . . . . . . . . . . . . . . . . .

(Ogni mattino, infine, uscivo all'alba
per recarmi alle lezioni,
quasi correndo lungo Via Zamboni –
in fondo, ora che ci ripenso,
era questo, anche più che far l'amore,
ciò che allora, lo crediate o no,
più mi dava pienezza e gioia.)


Marianna Piani
Milano, 14 Aprile 2017
.

sabato 7 ottobre 2017

Come uno spreco




Amiche care, amici,

Compii i miei studi a Bologna, e fu un periodo folle, fecondo, disordinato, irripetibile, e bellissimo.
Non avevo vent'anni, né probabilmente una coscienza vera di me e del mondo, lessi molto, studiai con frenetica passione, scrissi e disegnai in modo furioso, feci politica, anche un poco esteema, ed ebbi molte relazioni e storie, tutte importanti, insostituibili, rabbiose e felicissime.
In realtà raramente ci torno ora, col pensiero, a quegli anni tumultuosi e fertili, forse perché ho la sensazione che avrei potuto viverli in modo più consapevole e pieno, ma il tempo, una volta fuggito, non torna più indietro, ciò che rimane è solo la sua traccia nella memoria. E la memoria è forse l'unica cosa che ci tiene in vita. Che iscrive la nostra vita in una storia, nella Storia.
Le mille e mille poesie e versi che scrissi in quegli anni sono andati tutti perduti, tra un trasloco e una fuga, poi, terminata quell'esperienza, non scrissi più un verso per anni, come se tutto si fosse consumato, bruciato assieme alla giovinezza "dissoluta". Solo ora, dopo tanto tempo, riesco pian piano a riprendere a scriverne, chissà perché mai. Ma così è... se vi pare..

Ecco dunque in questa lirichetta una memoria del mio primo anno di solitudine, studio, libertà e licenza.

Care, dilette amiche e amici, lettori e lettrici, grazie di esistere, vi abbraccio, con amore.

M.P.



Come uno spreco


Quello fu il mio primo anno a Bologna
Avevo poco più di diciott'anni,
sola stavo in una stanzuccia fredda
e male illuminata non lontana
da Via Zamboni.
Muri grigi, quasi una cella.

Ero disorientata e folle
in questa mia prima autonomia,
ma negavo qualunque nostalgia
della mia stanza al quarto
con la finestra che vedeva il mare
non lontano, bianco.

Divampava intanto la giovinezza
nel mio corpo, e la bellezza
degli anni miei mi spalancava il mondo:
il giorno ero immersa
in tutto ciò che più adoravo,
studiavo fino a morirne, senza tregua.

La notte mi consegnavo all'amore
travolta dal calore dei miei sensi
tumultuanti, a femmine e ragazzi
non importa, punita puntualmente
da un costante greve senso di colpa
per gli uni e per le altre, e per me.

La disistima per me stessa era
pari al mio piacere. No, non era senso
del peccato, non era pruderia,
in famiglia m'avevano educata
a un pensiero aperto: era un senso
come di spreco che mi opprimeva.

Era il non sapere chi io fossi,
lo spreco degli anni miei più fecondi,
il desiderio intenso
per quanto più ero diversa
di essere normale, una ragazza
banale - come tante.

La sensualità straripante
di quei miei vent'anni da incosciente
mi tradiva apertamente.
Studiosa, ero, con tutta la passione,
nottetempo invece ero
una puttana della passione.

Ma posso dire, a mia discolpa,
non era poi lussuria quella,
poi che m'innamoravo d'ogni oggetto
del mio desiderio – perdutamente.
Era follia forse, ma certamente
era anche l'insaziabile mia


bramosia di conoscenza.

 


Marianna Piani
Milano, 8 Aprile 2017
.

sabato 30 settembre 2017

Il male



Amiche care, amici,

ancora un piccolo spunto di riflessione sul dolore, quasi un frammento di diario di un ricovero ospedaliero, a proseguimento e completamento ideale dei versi che ho pubblicato pochi giorni fa.
In realtà per me  non fu nulla di troppo drammatico, si trattò in tutto di una quindicina di giorni trascorsi in degenza, e il male sopportato un'inezia in confronto a molte delle sofferenza che mi trovavo attorno; tuttavia, forse non c'è nulla che incide sull'esistenza come il trauma di uno spostamento così netto e improvviso della propria realtà, da una quotidianità a volte anche mal vissuta, a una realtà del tutto diversa, non più centrata sulla nostra volontà e arbitrio e pensiero, ma solo sulla nostra pura e semplice sopravvivenza, sulla nostra più basilare fisicità.
E non vi è nulla di più incisivo e permanente nel nostro animo come la vicinanza, il contatto, con il dolore e la morte che si esprime e mostra, senza pudire, tutto attrono a noi, come accade nella corsia di qualunque struttura ospedaliera.
Lentamente, gradualmente, dopo essere sprofondati nella crisi e dopo che, per fortuna e non senza pena e sofferenza, ne emergiamo, recuperiamo una conoscenza di noi stessi che non sarà mai più, in ogni caso, quella che era in precedenza.
Il dolore non è una benedizione o una espiazione - come in alcuni casi le religioni virrebbero farci credere - ma certo, che lo vogliamo o no, si tratta di una maturazione, e, sempre, di un percorso di conoscenza. Conoscenza di noi stessi, e del senso della nostra esistenza.

Amiche dilette, amici, grazie per la vostra presenza, sempre3 con amore

M.P.




Il male


Ė un'aspra continua lotta, il male,
tra lo spirito che non si piega
e il corpo che si ribella.

Il giorno pare troppo in luce,
abbaglia, ma rimane ancora
tutto intorno una parvenza di reale.

La notte invece tutto, corpo, l'anima,
le membra, tutto trasfigura, a noi
non rimane che il senso del dolore.

Le ore, quelle sono vere, quelle
che trascorrono goccia a goccia
mentre la sonda ci perfora il braccio,

e scende il torpore goccia a goccia
nelle vene, rendendoci immortali,
finché non sopravviene l'ora del reale,


la luce all'improvviso erompe ancora
nella stanza, come se fosse un Dio
a imporla dal suo trono astrale.



. . .

Vorrei sopirmi ancora, ma gli alati
messaggeri predano il mio sangue,
e con esso gocce del mio sentire.

Ricomincerà la pena del giorno
che non ha tregua perché non ha ombra,
e perciò rifugio. No, non lo so

                     se infine reggerò.



Marianna Piani
Milano, 4 Marzo 17
.

mercoledì 27 settembre 2017

Poi che c'eri



Amiche care, amici, terminata la mia piccola raccolta di "graffiti urbani", e al termine ormai l'estate, riprendo la normale pubblicazione, e la riprendo con una lirica che è la memoria di un paio di settimane trascorse a soffrire, per un banale incidente, ma che poteva costarmi caro, in una corsia d'ospedale.
Non c'è nulla più del dolore, parlo di quello fisico, per farci riflettere sulla violenta, assoluta voglia di vivere che nonostante tutto abbiamo dentro di noi. In quei momenti l'istinto prevale su tutto, la morte ci è più vicina che mai, ma non la corteggiamo, vogliamo vivere, solo questo conta, ci ritroviamo ridotti alle nostre funzioni fisiologiche più basilari, quando, per fare un esempio, anche la minzione dipende dalla cura di un operatore, a noi del tutto estraneo, che ci porta il recipiente, lo colloca in posizione, lo ritira e lo svuota.
E in quei momenti la presenza di una persona che ci ama, accanto a noi, diviene forse il più prezioso dei doni. Le regole crudeli dell'istituzione limitano di molto i tempi di questa presenza, confinandola a poche ore nella giornata, rendendola più preziosa ancora, semplicemente vitale. In quei giorni si vive in attesa di quella presenza, che non lenisce il nostro male, non potrebbe, ma fa di più, lo condivide.

La morte ci passa accanto, e noi comprendiamo quanto la vita sia preziosa, e quanto sia prezioso l'amore che essa può esprimere.

(PS: la donna che si lamentava e che poi, seppi, morì, in realtà non era nel mio reparto, ma qualche stanza più in là, ma la morte, quando ci passa così vicina, lascia segni indelebili del suo passaggio nel nostro cuore.)

Vi lascio, come di consueto, se vorrete, alla lettura, amiche dilette e amici, con amore dalla sempre vostra

M.P.




Poi che c'eri


Come quando ti raccontai di me
nel delirio ciò che avevo celato
dentro me, lungamente: e tu tacesti.

Fosti accanto a me, a fianco
di quel letto di corsia, bianco,
e io, nonostante tu ci fossi,

nonostante i motori che l'inclinavano
in mille modi al mio comando,
non trovavo pace, al male.

Tu stavi, anche allora, senza dir nulla,
a parte le parole di conforto
che m'attendevo da chi mi amava.

Tacevi, e mi guardavi, io piangevo
nelle tue mani. Poi mi calmavo.
Era questo tutto il tuo dono:

          tu c'eri, io mi calmavo.

Tu c'eri, al mio fianco, e io mi calmavo:
tutto poteva andare, allora, anche
la notte desolata che mi attendeva

nelle luci gelide della corsia,
e la sveglia all'alba, anzi, assai prima,
per i lamenti della donna al 300.

Se tu c'eri, tutto era un passaggio
senza traccia nella mia vita,
anche il dolore, anche la nausea

che ne deriva, anche lo strazio
di udire chi soffriva a sei metri scarsi
dalla mia fredda branda bianca.

La donna di quei lamenti morì
solo poche albe dopo il mio rilascio:
fu il destino, mi disse poi qualcuno.

Ma poiché tu c'eri, io mi calmavo.
Forse mi salvasti allora, salvifica
presenza, poiché c'eri -

          c'eri sempre, al mio fianco.



Marianna Piani
Milano, 2 Aprile 2017

domenica 17 settembre 2017

Graffiti urbani - 10



Amiche care, amici,

con questo breve componimento chiudo questo ciclo, dedicato alla memoria del mio sofferto trapianto dalla città materna, la bella Trieste, a questa Milano per cui nutro un sentimento contrastante, di amore e odio.
Amore di certo, perché poche città al mondo, nel complesso, mi avrebbero accolta così com'ero, ragazza giovane, senza un soldo, completamente sola, dotata soltanto del mio assai modesto talento, artista spiantata e anche un poco "strana". Qui ho trovato il modo di sopravvivere, ricordo con angoscia e un filo d'orgoglio quando ho girato tutte le agenzie della città con il mio porfolio (all'epoca non c'era ancora l'uso generalizzato dei computer, il portfolio consisteva materialmente in una grossa - e pesante - cartella infarcita di disegni e bozzetti). Il ricordo è angoscioso, perché sono sempre stata (e sono tutt'ora) mortalmente timida, insicura del mio aspetto (nonostante tentassi di coprire questo mio lato caratteriale con abiti piuttosto, diciamo, aggressivi, e tacchi vertiginosi) per cui ogni appuntamento era una tortura, era una tortura decidermi di suonare il citofono e dire il mio nome, una tortura aspettare (spesso assai a lungo) che arrivasse il mio "contatto", una tortura atroce sciorinare i miei lavoretti - che visti con lo sguardo che ho ora, ora che mi capita di frequente la da me pochissimo ambita responsabilità di stare dall'altro lato della scrivania a giudicare giovanissimi artisti, mi pare incredibile di aver trovato così qualcuno che mi desse credito e mi facesse iniziare.
Orgoglio perché, in un modo o nell'altro, ce l'ho fatta.
Ma erano inveo anche altri tempi, i ragazzi oggi, me ne rendo conto appunto quando ho quelle occasioni di cui accennavo sopra, hanno è vero molte facilitazioni dovute a una tecnologia inimmaginabile quando ho iniziato io, ma anche una immensa difficoltà a far emergere il loro valore.
Nel mio campo c'è sempre stata una lurida fogna di approfittatori, gente che si industriava di fare i soldi con il lavoro e il talento di altri, specialmente se giovani, o gatti&volpi che tentavano di spacciare illusioni in cambio della tua passione e credulità. Io non mi sono mai prestata, fin dall'inizio, ed ero un po' "famosa" per questo in ambiente, per la mia combattività, che mi ha anche fatto "perdere" non poche "occasioni". Ma oggi vedo che tutto questo si è elevato a sistema. ormai lo sfruttamento schiavistico di ragazzi appassionati a costo zero (lo ripeto: a costo zero. Ai miei tempi erano compensi bassissimi o pagamenti dilazionati all'infinito, ma oggi è il tempo del "gratis") è diventato ormai prassi consolidata, assieme al ritardo di pagamento delle fatture ormai definitivamente fissato ai 90/120 giorni, quando va MOLTO bene, che costituisce un UNICUM credo al mondo (io lavoro per fortuna anche all'estero, Francia, Germania, Irlanda, Cina, Australia, e posso testimoniarlo).

E questa è una delle ragioni per cui anche "odio" questa città, ma anche per la progressiva nevrotizzazione dei suoi abitanti, per la cafonaggine diffusa, per le immense sperequazioni miseria-opulenzaesibita cui si deve assistere, per non pensare alla crescente aggressività di frange di manifesta intolleranza e razzismo, un carattere che non centra NULLA con la grande tradizione di accoglienza e tolleranza che è sempre stato il carattere di questa città, brutta e sgraziata in confronto ad altre grandi città Italiane, dal punto di vista urbanistico ed architettonico, ma di grande cuore per la sua meravigliosa gente, per il suo popolo. Qui oggi ha la sede centrale un "partito" xenofobo e razzista, con un largo consenso, e questo deprime non poco, nella città di Strehler, Dario FO, del Cabaret, del Teatro Verdi, della Cultura con la C maiuscola…

Concludo dunque questo breve itinerario, come chi ha avuto la bontà di seguirmi avrà notato, molto sofferto, corrusco, non facile (e vi ringrazio di cuore, perché mi rendo conto che questa "difficoltà" del percorso lo è stata anche per voi) con un sonetto: perché ho sentito il bisogno di concludere con una ricerca di armonia, di plcarmi, in vista di prospettive nuove che forse per me si aprono, saldando questa città a me, Triestina ma anche, stendhalianamente, "MIlanese".
E cosa c'è di più armonico, placato, di un sonetto?

Dalla prossima settimana riprenderò la pubblicazione "normale".

Grazie, amiche dilette e amici, come sempre, con tanto amore.

M.P.


10
Commiato


La prima notte fu agitata: ero
troppo eccitata e in ansia per sopirmi
più d'un paio d'ore. Prima dell'alba
mi rigiravo desta nel giaciglio

dell'albergo da due soldi adiacente
al grande viale della tangenziale –
una livida luce dalle tende
ingrigite preannunciava il giorno.

Ma prima del chiarore venne un suono
un rombo cupo come un sordo tuono
in un lentissimo crescendo alieno.

Era il respiro di un leviatano
che si destava: quella era Milano.
Questo il mio primo tormentato giorno.


Marianna Piani
Milano, 29 Marzo
.