«La Poesia è Scienza, la Scienza è Poesia»

«Darkness cannot drive out darkness; only light can do that. Hate cannot drive out hate; only love can do that.» (Martin Luther King)

«Não sou nada. / Nunca sarei nada. / Não posso querer ser nada./ À parte isso, tenho em mim todos los sonhos do mundo» (Álvaro De Campo)

«A good poem is a contribution to reality. The world is never the same once a good poem has been added to it. A good poem helps to change the shape of the universe, helps to extend everyone's knowledge of himself and the world around him.» (Dylan Thomas)

«Ciò che premeva e che imparavo, è che in ogni caso non ci potesse mai essere poesia senza miracolo.» (Giuseppe Ungaretti)

sabato 22 aprile 2017

Estati passate


Amiche care, amici,

riprendo dal mio taccuino una composizione, tracciata in pochi minuti su un foglio volante parecchio tempo fa, e la riscrivo, riordinando un poco quei ghiribizzi (ho proprio una pessima scrittura).  É prima mattina, e dalla mia finestra sul Lago Maggiore, mentre infuria un vento strano di tramontana che imbianca di spuma quasi marina la superficie abitualmente così placida ddel lago, erompe un sole brillante e un poco smargiasso che anticipa una stagione di luce e colori quasi estivi. Anche se la temperatura è bassa, tutt'altro che primaverile: appena 5 gradi. A volte è confortante rifugiarsi in qualche antico ricordo, per togliersi un poco di gelo dall'anima.


Il componimento è proprio questo, un ricordo di certe estati passate in cima all'Adriatico, in una di quelle spiagge dalla sabbia fine e bollente che erano meta di brevi periodi di vacanza famigliare, assieme alla mamma, che ci teneva a bada mentre papà era impegnato con il suo lavoro in città. Un ritaglio di vita famigliare di fine anni settanta, che forse non si può più ritrovare, le famiglie hanno meno danaro, meno tempo libero, anzi, meno tempo del tutto, i periodi di vacanza sono brevi e convulsi, le occupazioni cittadine ci inseguono ovunque sotto forma di smartphone e altri devices indiscreti. A quell'epoca invece il telefono rimaneva saldamente ancorato al muro di casa o della stanza d'albergo (mezza pensione o pensione completa), e con esso nulla della vita d'ogni giorno ci poteva seguire alla spiaggia, e qui tutto era risparmiato della quotidianità, era inconsueto, nuovo, avventuroso.
Noi, mia sorella ed io, piccole gaglioffe, eravamo già consapevoli abbastanza per pavoneggiarci di avere una mamma così bella, specialmente in quella versione Saint-Tropez che lei assumeva quand'era in vacanza marina, e oggetto di attenzioni un poco ovunque, seppure non capivamo come mai mamma il più delle volte rispondeva così dura a signori che a noi parevano gentilissimi.
Ho rivisto molto tempo dopo queste immagini in alcune vecchie diapositive (scattate immagino da papà nei momenti in cui poteva unirsi alla combriccola delle femmine gaudenti) e la mia memoria di certo mi è arrivata anche attraverso quelle immagini. Mamma Oca e le sue due ochette, sempre dietro a lei in disciplinato disordine, eravamo davvero uno spettacolo molto tenero e bello da vedere…
Tutto questo ora non c'è più, tranne nel mio ricordo. Ma come ho detto spesso, il ricordo non genera malinconia né nostalgia. Solo un certo senso di vuoto.

Vi lascio, come sempre, alla lettura. Grazie per esserci, amiche dilette e amici.

Con amore
M.P.





Estati passate
(Gli aironi)



Quelle giornate infinite d'estate,
quelle sfumature dorate, opache,
avvolte a ogni cosa: fino nell'aria
era la doratura, come un fresco
giottesco, e negli stendardi d'un sole
trionfante ancora, sovrano immerso
tra spume di nubi candide e grigie;
quelle passeggiate un poco indolenti
sul lungomare, affollato di gente
del tutto comune, eppure anch'essa
adorna di quegli ambrati riflessi,
e per questo, colta nella sua quieta
vitalità, a suo modo, pur bella.

Mia mamma passeggiava col suo passo
orgoglioso da giovane puledra
dotata d'una sua toccante grazia,
quasi danzando su quei sandaletti
color corallo, indossando un pareo
ornato da grandi orchidee bianche
che le scopriva generosamente
le svelte gambe e la linea del seno;
in capo calzava un largo sombrero
e — sotto — quei grandi occhiali da diva
che le donavano un giusto mistero.

Dietro a lei, come anatrine curiose,
frizzanti, zampettavamo noi bimbe,
Paola, la mia sorellina, e io stessa,
coi zoccoletti da mare, cloc cloc,
e le vestine leggere e ridotte
a variopinti bollini di stoffa
sulla pelle esausta di sole e salso
e sabbia: ancora qualche serpentello
nero di un'alga avvolgeva le spire
alla caviglia, oppure aderiva
all'esile spalla di mia sorella.

Ma quanto eravamo belle, noi tre,
sul lungomare nelle sere estive,
inconsapevoli come quei cirri
che ornavano di volute e rabeschi
un cielo di porcellana, incantati
dal volo di filanti aironi argentati!



Marianna Piani
Milano, 22 Dicembre 2015
Nebbiuno (Arona) Aprile 2017
.

venerdì 21 aprile 2017

"Candles" di Sylvia Plath


Amiche care, amici,

Non sono lontana a concludere, per ora, questo piccolo viaggio nella grande Poesia Americana del 900.
Vi vorrei proporre ancora due stupefacenti liriche di una grandissima Sylvia Plath, sempre ardue e tese, ma in questo caso inusitatamente intenerite, quasi in contemplazione di una felicità quieta e "normale" che lei, per qualche motivo a lei stessa impossibile da comprendere, appariva negata.

Anche questa volta, nel tentativo di rendere in qualche modo il "canto" della poesia di Sylvia, così complesso ma anche così armonico, così ricercato ma nello stesso tempo innocente, mi sono affidata a un metro classico, alternando endecasillabi e settenari.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, grazie sempre, con amore.

M.P.




Sylvia Plath



Candles


They are the last romantics, these candles:
Upside-down hearts of light tipping wax fingers,
And the fingers, taken in by their own haloes,
Grown milky, almost clear, like the bodies of saints.
It is touching, the way they'll ignore

A whole family of prominent objects
Simply to plumb the deeps of an eye
In its hollow of shadows, its fringe of reeds,
And the owner past thirty, no beauty at all.
Daylight would be more judicious,

Giving everybody a fair hearing.
They should have gone out with the balloon flights and the stereopticon.
This is no time for the private point of view.
When I light them, my nostrils prickle.
Their pale, tentative yellows

Drag up false, Edwardian sentiments,
And I remember my maternal grandmother from Vienna.
As a schoolgirl she gave roses to Franz Josef.
The burghers sweated and wept. The children wore white.
And my grandfather moped in the Tyrol,

Imagining himself a headwaiter in America,
Floating in a high-church hush
Among ice buckets, frosty napkins.
These little globes of light are sweet as pears.
Kindly with invalids and mawkish women,

They mollify the bald moon.
Nun-souled, they burn heavenward and never marry.
The eyes of the child I nurse are scarcely open.
In twenty years I shall be retrograde
As these drafty ephemerids.

I watch their spilt tears cloud and dull to pearls.
How shall I tell anything at all
To this infant still in a birth-drowse?
Tonight, like a shawl, the mild light enfolds her,
The shadows stoop over the guests at a christening.


Sylvia Plath
17 October 1960





Candele


Sono l'ultime romantiche, queste
candele: cuori di luce a capofitto
in cima a dita di cera, e le dita
ognuna avvolta dalla propria aura,
come erette lattee figure, chiare
come salme di santi.

È commovente come esse trascurino
tutta un'intera famiglia di oggetti
importanti, soltanto per sondare
le profondità d'uno sguardo
nelle sue cavità più tenebrose,
sfrangiato di festuche,

anche se la sua proprietaria ha ormai
passato i suoi trent'anni, e non è bella
per nulla. Una illuminazione diurna
sarebbe assai più appropriata, e allora
darebbe a ciascuno il suo più gentile
giustissimo ascolto.

Tutto ciò avrebbe dovuto svanire
in volo come una mongolfiera
in uno stereoscopio. Non è tempo
più d'un personale punto di vista.
Quando le accendo mi pizzica il naso.
Il loro incerto, pallido,

giallino evoca fasulle visioni

edoardiane, che rammentano tanto
la nonna materna, che era di Vienna.
Quand'era scolaretta offrì le rose
a Franz Josef. Gli abitanti del borgo
piangevano e sudavano.

Tutti i bambini vestivano in bianco.
E mio nonno rimpiangeva il Tirolo
figurandosi capo cameriere
negli USA, scivolando in un silenzio
quasi da cattedrale tra cestelli
del ghiaccio e tovaglioli.

Questi minuscoli globi di luce
sono dolci come pere sugose.
Assai gentili con infermi e donne
troppo sentimentali, rabboniscono
la calva luna. Nell'anima suore
ardono al cielo, e mai

si sposeranno. Gli occhi della bimba
che sto allattando sono a pena schiusi.
Tra una ventina d'anni apparirò
ormai superata, come le effimere
che frullano nell'aria qui attorno.
Le lor lacrime osservo

che s'offuscano e opacizzano in perle.
Come potrò dire di più a questa
mia neonata che è ancora immersa
nel sonno infantile? Come uno scialle
stanotte l'avvolge la loro tenera
tremula luce. Le ombre

si chinano su lei
come fanno i testimoni al battesimo.



Sylvia Plath
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 20 Aprile 2017
.

mercoledì 19 aprile 2017

Chiude il cielo


Amiche care, amici,

il sentore di una tempesta che si sta per abbattere sulla mia vita, e mi caccerà per sempre dagli anni dolci della giovinezza per abbandonarmi in solitudine, sugli scogli d'una vita che di colpo non mi parrà più illimitata, o invincibile, o incontaminata, ma fragile, compromessa, e terribilmente breve...

Amiche dilette, amici, grazie per la vostra preziosa presenza.
Con amore

M.P.




Chiude il cielo


Ora chiude il cielo in una coorte
di nubi cupe, tormentate, mentre
risale dalla battigia un sentore
d'alga morta, che s'aggroviglia adagio.

Onde indolenti giungono alla riva
in un liquido sfinimento amaro,
percuotono le chiglie dei natanti
che, agli ormeggi, anelano navigare.

Mi porta lontano il volo largo
del gabbiano, immacolato e fiero
nocchiero alato, sorvoliamo alti
pallide praterie abbruciate al sole.

E infine ci tuffiamo a precipizio
sulla scogliera, bianca e rugginosa
come una chiostra di denti guasti, fratti,
mentre sull'orizzonte ormai di pece

scocca un furtivo lampo, repentino
squarcio sul sudario della notte, quasi
come la promessa d'una oltremorte
accecante e breve come un respiro.

Il candido destriero scarta e impenna
con un colpo d'ala, sale in verticale
finché gli basta il fiato, e intanto
io ricado sulle madide rocce.

No, non potrò evitare la tempesta
che sta per picchiare come un rapace
dalle alture: l'ali dell'innocenza
mi hanno scossa giù sugli scogli, e qui

per sempre abbandonata.



Marianna Piani
Trieste-Milano, 20 Luglio 2016
.

martedì 18 aprile 2017

"Poppies in July" di Sylvia Plath


Amiche care, amici,

vi propongo ancora una lirica di Sylvia Plath, tra le più conosciute, perfetta nella sua struttura, intensa e intimamente tragica, come è nello stile di questa grande poetessa.
È interessante rilevare quanto la Natura sia presente, e con quale importanza, in tutte queste autrici, come abbiamo visto, Marianne Moore, Elisabeth Bishop, e anche la più grande, Emily Dickinson.
Ognuna di esse ha un rapporto tutto suo con la natura, il paesaggio, la flora e la fauna, ma nessuna in modo idilliaco, romantico. Può essere di osservazione oggettiva, di amore intimo e segreto, o come è in Sylvia Plath, conflittuale, drammatico. La Natura però rimane assolutamente protagonista, come lo è nel carattere stesso del popolo americano, abituato per cultura a rapportarsi col "selvaggio", con la potenza degli elementi, con l'immensità degli spazi, con la minacciosa bellezza dell'altro da sé.

Vi lascio alla lettura, amiche dilette e amici, con amore

M.P.








Sylvia Plath






Poppies in July


Little poppies, little hell flames,
Do you do no harm?

You flicker.  I cannot touch you.
I put my hands among the flames.  Nothing burns

And it exhausts me to watch you
Flickering like that, wrinkly and clear red, like the skin of a mouth.

A mouth just bloodied.
Little bloody skirts!

There are fumes I cannot touch.
Where are your opiates, your nauseous capsules?

If I could bleed, or sleep! -
If my mouth could marry a hurt like that!

Or your liquors seep to me, in this glass capsule,
Dulling and stilling.

But colorless.  Colorless.

20 July 1962
Sylvia Plath




Papaveri di Luglio

Piccoli papaveri, piccole fiamme infernali,
non mi farete del male?

Voi sfavillate. Io non potrei nemmeno toccarvi.
Ora immergo le mani tra le fiamme. Non brucia.

E mi sfinisce stare a guardarvi
sfavillare così, rossi e increspati, come pelle

di labbra. Labbra appena insanguinate.
Graziose gonnelline color del sangue!

Vi sono vapori per me insostenibili.
Dov'è il vostro oppio, dove sono le vostre

capsule inebrianti? Potessi dormire, o perder sangue!
Potessero le mie labbra sposare una ferita così!

O potessero almeno i tuoi liquori stillare
fino a me in questa campana di vetro,

e ottundere, e placare.
Ma senza colore. Nessun colore.



Sylvia Plath
Versione Italiano di Marianna Piani
Milano, 16 Aprile 2017
.

sabato 15 aprile 2017

Aquilotta



Amiche care, amici,

ah, la brevità!
Quanto lavoro, quanto studio, quanta fatica per tentare di conseguire, pian piano, il dono inestimabile della brevità.

Personalmente, come chi mi segue da qualche tempo sa bene, io tendo ad essere una scrittrice fluviale, una volta entrata in sintonia con i miei pensieri, i versi si dipanano con una certa facilità, difficile che io mi fermi prima di aver riempito almeno una pagina intera. Per questo a volte mi "costringo" dentro forme fisse che mi impongano una struttura chiusa, con limiti precisi e definiti, come i quattordici versi del sonetto, o i dieci del madrigale antico.
Eppure, da quando dopo una lunga pausa ho ripreso a scrivere con regolarità, la mia ricerca costante è sempre stata quella di rendere "essenziali" le parole. La bellezza della poesia è data in molta parte proprio da questa sua intrinseca essenzialità, nella insostituibilità di ogni suo elemento, "necessario e sufficiente", quello che io ho sempre definito come la sua urgenza.
Naturalmente non ho mai accettato di valutare la poesia con il righello, la qualità della poesia non è in alcun modo collegata alla sua lunghezza: una composizione di cento o mille versi può essere un capolavoro o un penoso aborto, così come una di tre può essere una inestimabile intuizione oppure una vuota filastrocca pubblicitaria.


Per questo al temine "brevità" preferisco quello di "densità", che rende molto meglio un senso preciso di valore. La poesia, per definizione, deve essere densa, indipendentemente dal numero di versi. È densa perché, a differenza della scrittura in prosa, più concentrata sul contenuto, sulla storia, sull'affabulazione, utilizza allo scopo di "commuovere" i lettori ogni livello, ogni artificio, ogni caratteristica della lingua, grafica, ritmica, acustica, semantica.
Per questo in realtà esistono due tipi di brevità, in poesia (ma questo vale anche per altre forme di scrittura): la brevità rarefatta (o vuota), e la brevità densa. La prima trasmette solo povertà di idee, come molti "haiku" che si leggono in giro, frutto di una moda (che si sta sgonfiando) assai più che di una necessità espressiva.
La seconda può essere il frutto di una grande propensione personale alla sintesi, cosa ahimé assai rara, oppure di un lungo e faticoso lavoro di sfrondatura, di distillatura del pensiero, di concentrazione ed esperienza. In un caso e nell'altro essa è la premessa econdizione ineludibile per ogni risultato chesi possa considerare artisticamente valido e significativo.

Questo ritrattino preso al volo una mattina d'estate è un po' come vorrei scrivere sempre, in un arco descrittivo e narrativo che si risolve in pochi versi, dove ogni singola parola è in equilibrio con tutto il resto. Càpitano di rado momenti di "felicità creativa" come questi (a prescindere da ogni considerazione di valore, benintesop, che non compete a chi scrive ma solo a chi legge), e quando càpitano occorre essere pronti a coglierli, senza esitazioni o rinvii..

Per voi, amiche dilette e amici, con amore

M.P.








Aquilotta


Oddio, quanto tempo ti lasci indietro
tu, giovane aquilotta? Sbatti l'ali
e t'involi, lasciando a terra tutti
stupefatti: e a te pare naturale.

Incedi coi tuoi passi svelti, fieri,
sui tacchi alti, acuti come pensieri,
e mentre sfili franca lungo il viale
intenta al tuo sperperarti alla vita

rispondi alla chiamata al cellulare
un poco concitata, gridi, e intanto
sembri guardare tutti giù dall'alto
della tua lieve, fiammante giovinezza.


Marianna Piani
Trieste, 11 Luglio 2016

.

venerdì 14 aprile 2017

"Imsoniac" di Sylvia Plath



Amiche care, amici,

riprendo dopo una pausa dovuta ad altri impegni la mia proposta per una micro-antologia della Poesia Americana del '900. E la riprendo con un Autore fondamentale, che ha anche costituito una svolta nella mia personale ricerca in campo poetico, Sylvia Plath, che non ha certo bisogno di presentazione, e cui ho dedicato una speciale sezione su questo stesso Blog.
È uno dei Poeti più emblematici e profondi di questa fase culturale negli Stati Unniti, ed anche una delle voci poetiche più importanti in campo mondiale, pur essendo il suo lascito mutilato dalla improvvisa, precoce e drammatica scomparsa.

La scrittura di Sylvia Plath, sia dal punto di vista formale che di contenuto, è estremamente complessa, stratificata, per alcuni aspetti enigmatica, seppure per nulla "difficile" alla lettura. Pone comunque non pochi problemi a chi voglia tradurre i suoi testi, per me rappresentano sempre un cimento, una sfida aperta. La traduzione in poesia è sempre una sfida, per certi aspetti direi anche impossibile da "vincere", ma con alcuni autori diventa talmente alta da portare alla rinuncia di una vera e propria traduzione, per cui si hanno di fronte solo due alternative: la parafrasi letterale e puramente strumentale del testo, oppure una interpretazione poetica dello stesso.
Sylvia Plath appartiene a questo gruppo, e impone sempre questa problematica (come accade anche con Emily Dickinson, che proporrò presto alla "chiusura" di questa antologia). In questo caso particolare ho scelto la via di trascurare volutamente la struttura strofica e di cercare di ricostruire il senso e la musicalità della "lingua" di Sylvia con l'artificio più classico e "nobile" della nostra lingua, l'endecasillabo.
Non è una traduzione fedelissima alla lettera, ma in sincero tentativo incarnarne lo spirito. Un poco come quando mia mamma si sedeva al pianoforte ed "interpretava" con la sua tecnica e la sua sensibilità una sonata del grande Genio Salisburghese. Una ri-creazione e l'esplorazione di un affascinante Universo poetico.

Amiche dilette, amici, vi lascio alla lettura, come sempre da parte mia, con amore.

M.P.




Sylvia Plath



Insomniac


The night is only a sort of carbon paper,
Blueblack, with the much-poked periods of stars
Letting in the light, peephole after peephole —
A bonewhite light, like death, behind all things.
Under the eyes of the stars and the moon's rictus
He suffers his desert pillow, sleeplessness
Stretching its fine, irritating sand in all directions.

Over and over the old, granular movie
Exposes embarrassments — the mizzling days
Of childhood and adolescence, sticky with dreams,
Parental faces on tall stalks, alternately stern and tearful,
A garden of buggy rose that made him cry.
His forehead is bumpy as a sack of rocks.
Memories jostle each other for face-room like obsolete film stars.

He is immune to pills: red, purple, blue . . .
How they lit the tedium of the protracted evening!
Those sugary planets whose influence won for him
A life baptized in no-life for a while,
And the sweet, drugged waking of a forgetful baby.
Now the pills are worn-out and silly, like classical gods.
Their poppy-sleepy colors do him no good.

His head is a little interior of grey mirrors.
Each gesture flees immediately down an alley
Of diminishing perspectives, and its significance
Drains like water out the hole at the far end.
He lives without privacy in a lidless room,
The bald slots of his eyes stiffened wide-open
On the incessant heat-lightning flicker of situations.

Nightlong, in the granite yard, invisible cats
Have been howling like women, or damaged instruments.
Already he can feel daylight, his white disease,
Creeping up with her hatful of trivial repetitions.
The city is a map of cheerful twitters now,
And everywhere people, eyes mica-silver and blank,
Are riding to work in rows, as if recently brainwashed.

Sylvia Plath
May 1961


L'insonne


La notte non è altro che una specie
di carta carbone nerobluastra,
con un milione di piccoli fori
di spillo che fan passare la luce,
buchino per buchino — una luce
colore dell'ossa, come la morte,
dietro a tutto.

Sotto gli occhi delle stelle, e la luna
piena, lui sopporta il suo deserto
guanciale, e deprivato dal sonno,
sparge in ogni direzione la sabbia
sua fine e sommamente irritante.

Ancora e ancora il vecchio film sgranato
espone imbarazzanti avvenimenti —
I giorni piovigginosi d'infanzia
e della adolescenza, appiccicati
ai sogni. Visi paterni e materni
sugli alti steli, a volte severi,
a volte afflitti,

un giardino di rose — infestato
di parassiti, dove allora pianse.
La sua fronte è scabra come un sacco
di pietre. Le memorie si azzuffano
per uno spazio, come fallite starlettes.

Immune ai farmaci: blu, rossi, viola —
Come dan luce al tedio della sera
che si prolunga! Questi pianeti
di pan di zucchero, la cui influenza
le diede per qualche tempo una vita
che si poteva chiamare non vita,
e gli stupiti risvegli d'un bimbo

senza ancora memoria. I farmaci ora
sono patetici e un poco ridicoli
come gli dèi antichi, quei colori
loro da ninna-nanna, non potranno
aiutarlo mai più.

Il suo capo è un interno tutto opachi
specchi, ogni gesto si dilegua giù
per una via di prospettive in fuga,
ogni suo senso defluisce come acqua
giù dallo scarico sull'altro lato.
Lui vive esposto in una stanza senza
palpebre, aperte alla luce,

nudi spiragli oculari sbarrati,
raggelati, spalancati all'eterno
baluginare degli avvenimenti.

Per tutta notte invisibili gatti
gridano dal granito del cortile
con voci di donna o di strumenti
scordati. Già percepisce l'arrivo
della luce del giorno, la sua bianca
follia, col cappello ben colmo
di banali imitazioni.

Ormai la città è una mappa di allegri
pigolii, e d'ogni luogo persone
dagli occhi vacui di grigio metallo
vanno al lavoro tutti in fila come
fossero appena stati decervellati.



Sylvia Plath
Versione Italiana di Marianna Piani
Milano, 12 Aprile 2017
.

sabato 8 aprile 2017

Pino marino


Amiche care, amici,

dal mio taccuino dei ricordi, ritorno all'infanzia, quando giocavo libera e senza un pensiero al mondo (non è vero, avevo mille pensieri già allora, solo erano pensieri leggeri, pensieri di bimba, del tutto estranei a ogni ombra) spesso durante la lunga estate, nel fresco parco adiacente a quello che è forse tra i più romantici castelli del mondo, quello di Miramare.
Pietra d'Istria, citata nei primi versi, è il materiale con cui è stato edificato il castello, su un promontorio, ben visibile da tutta la città, che chiude una insenatura con un piccolo imbarcadero protetto da un molo con in cima una impassibile (e stranamente incongrua) sfinge egizia di granito rosa. Il parco è piuttosto vasto (a me pareva, piccolina com'ero, addirittura immenso, sterminato) e vi erano angoli in cui i pini marittimi, piante stupende, intensamente mediterranee, si slanciavano a piombo sopra il mare che, grazie alla costa rocciosa è parecchi metri sotto. Arrampicarsi su quegli alberi era non solo un cimento temerario (guai se la mamma mi vedeva!), era come volare, un poco il mio sogno di sempre: volare sopra il mare…
In questi ricordi io non provo nostalgia, piuttosto una affettuosa disperazione: mai più quei luoghi e quelle emozioni potranno farmi visita. La vita è come quella sfinge di pietra, con gli occhi ciechi puntati a un mare che muta sempre non mutando mai.

Vi lascio alla lettura, dilettissime amiche e amici, con amore

M.P.




Trieste, Castello di Miramare ©maripiani



Pino marino


Il sole presto raggiungeva l'apice suo
in quelle lunghe mattine di Luglio
trascorse sulle scogliere di pietra d'Istria,
la bella pietra così innamorata del mare.

Intanto io m'inerpicavo lungo il clivio
d'un antico, altezzoso pino marino, chino
quasi in volo sopra le distese dei flutti
spesso imbiancati dal vento come ciuffi.

A piedi nudi rampicavo, ovviamente,
che era il modo più certo, e quindi sentivo
contro la pelle ancora da bimba, fina,
il caldo rugame della corteccia.

Così è carezzare il volto d'un vecchio,
aggrinzito come una prugna asciugata
dal sole, ruvida, nera, eppure dolce,
cedevole sotto le dita curiose, in cerca.

Quando giungevo a quegli ultimi rami,
i più arditi, che si flettevano mirabilmente
al mio peso, pur senza spezzarsi, ecco,
gettavo lo sguardo verso il confine del mare,

che tale credevo fosse la linea vibrante
dell'orizzonte. E immaginavo di volare
come fanno i gabbiani in quei luoghi, alta
sull'onde, ben oltre la fine del mondo.



Marianna Piani
Trieste, 9 Luglio 2016
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